TUTTI D’ACCORDO SUL CEMENTO: A BRESCIA GOVERNA IL PARTITO UNICO DEGLI AFFARI

C’è un momento, nella vita politica di una città, in cui il conflitto scompare. Non perché i problemi siano stati risolti, ma perché tutti hanno deciso di non metterli più in discussione. A Brescia quel momento è già arrivato. E ha una forma precisa: non il voto unanime, ma qualcosa di più sottile — e forse ancora più significativo. Perché anche quando il conflitto sembra emergere, alla fine non cambia mai l’esito.

LA CITTÀ COME OPERAZIONE IMMOBILIARE

Se il Comparto Milano rappresenta la continuità, gli ex Magazzini Generali rappresentano il salto di scala. Qui non siamo più nel campo delle ipotesi: i cantieri sono già partiti. Studentati privati, alberghi, residenze, spazi direzionali: un’operazione da decine di milioni di euro guidata da grandi soggetti finanziari e immobiliari, riservata ai benestanti. Non è rigenerazione urbana. È produzione di rendita urbana. Le aree non vengono trasformate in funzione dei bisogni della città, ma in funzione della loro capacità di generare valore economico.

E allora viene spontanea una domanda, tanto semplice benchè rimossa: quanti abitanti pensa di attrarre Brescia nei prossimi anni?

Solo tra via Milano (192 appartamenti) e Sanpolino (oltre 600), siamo già intorno agli 800 nuovi alloggi. Tradotto: circa 2.000 nuovi abitanti potenziali. E’ prevista dunque una crescita demografica di questa portata? Pianificata? Oppure siamo di fronte a qualcosa di diverso:
non una città che si adatta ai bisogni, ma un’offerta immobiliare non alla portata delle possibilità economiche di chi avrebbe veramente bisogno di trovare un alloggio, e che si espande indipendentemente dalla domanda reale?

IL VERDE COME DISPOSITIVO ESTETICO

In questo quadro, la promessa della “riforestazione urbana”, tanto sbandierata nel corso della campagna elettorale delle Comunali del 2023,  assume un significato nuovo. Non è scomparsa. È stata “trasformata”. Non più alberi, suolo, ecosistemi. Ma facciate verdi, giardini pensili, vegetazione integrata negli edifici Il verde non è più struttura della città. È ornamento della rendita. Non un bosco. L’idea di un bosco.

IL TRUCCO DEL “CONSUMO DI SUOLO ZERO”

Da anni si parla di “consumo di suolo zero”. Ma nella pratica, cosa significa davvero? Non si costruisce più su aree agricole — almeno formalmente. Ma si costruisce eccome. Si costruisce sulle aree dismesse. Sulle ex aree industriali. E così, sotto la bandiera del “non consumo”, si realizza una nuova stagione di edificazione intensiva. Non si riduce il cemento. Lo si riorganizza.

Un’operazione che viene difesa trasversalmente, anche da settori politici che si richiamano all’ambientalismo e che finiscono per legittimare questo modello persino nei casi in cui sono coinvolte zone verdi già previste ma non ancora edificate. Il risultato è un paradosso perfetto:
il “consumo di suolo “zero” diventa il linguaggio con cui si giustifica nuovo cemento.

IL CASO EX BARIBBI: IL CONFLITTO CHE NON CAMBIA NULLA

È però nella ricostruzione precisa di quanto accaduto in Consiglio comunale il 30 marzo che questo modello emerge con maggiore chiarezza. In discussione era la progettata opera di riqualificazione dell’ ex-area industriale Baribbi che si estende su una superficie di circa 40.000 metri quadrati tra via San Polo, via Tiepolo e via Lonati.

Formalmente, non c’è stata unanimità. La maggioranza ha votato a favore.
L’opposizione si è astenuta. Ma proprio questo dato, più che smentire il quadro, lo rafforza. Perché il percorso che ha portato al voto racconta molto più del voto stesso. Il piano sull’ex Baribbi prevede l’ aumento del 10% delle volumetrie, l’ incremento della superficie commerciale da 1.500 a 2.500 mq, un mix di residenziale, terziario, alberghiero e vendita

Non una semplice riqualificazione, dunque, ma una intensificazione significativa dell’intervento. Tant’ è che il passaggio in Consiglio non è stato lineare. Già in commissione erano emerse perplessità, anche dentro la maggioranza. Era stato sollevato un punto politico rilevante: con l’approvazione della deroga, il Consiglio rischiava di perdere controllo sul dossier, lasciando alla Giunta la gestione sostanziale dell’operazione. Si profilava persino un possibile fronte trasversale che avrebbe visto convergere parte del PD, la sinistra rosso-verde e l’ opposizione di destra

Un’ipotesi politicamente imbarazzante. Ed è qui che il sistema si ricompone. Attraverso una “raccomandazione”, la maggioranza si ricompatta. Le criticità vengono riconosciute, ma neutralizzate. Le condizioni vengono suggerite, ma non vincolano. Il risultato? Il piano passa.

ASTENSIONE E CONSENSO IMPLICITO

Anche l’opposizione contribuisce, a suo modo, alla stabilità del sistema. Pur sollevando dubbi — anche pesanti — sull’iter e sui titoli edilizi, non vota contro. Si astiene. Le questioni sollevate sono tutt’altro che marginali, dall’ incertezze sui titoli edilizi dei capannoni, ai dubbi sulla legittimità del “premio” volumetrico, alla richiesta di sospendere e approfondire Eppure, nulla di tutto questo si traduce in un voto contrario. Il conflitto resta verbale. Non diventa decisione.

LA NORMALITÀ DEL MODELLO

Il caso ex Baribbi diventa così esemplare. Non perché sia il più grande. Ma perché mostra il funzionamento ordinario del sistema. Se emergono criticità, si costruiscono mediazioni, si evita la rottura politica, il progetto passa È questo il punto decisivo il conflitto per salvare le forme è di facciata e non produce effetti.

L’UNANIMITÀ COME FORMA POLITICA (ANCHE SENZA UNANIMITÀ FORMALE)

Maggioranza e opposizione non votano sempre allo stesso modo. Ma il risultato è lo stesso. Le differenze si esprimono nei discorsi. Non nelle decisioni. Il mercato resta il terreno comune. La pianificazione urbana si riduce a gestione degli investimenti. Il Partito Unico degli Affari non è un’esagerazione polemica. È il modo concreto in cui il Sistema si stabilizza. Anche quando si divide, alla fine si ricompone sempre nello stesso punto.

Dentro questo schema, tutto si tiene. La crescita del mercato degli affitti. La valorizzazione delle aree strategiche. La marginalizzazione di ciò che non produce rendita. Perfino il verde diventa decorazione. Perfino il dissenso diventa gestione. La città non viene più progettata. Viene ottimizzata.

UNA CITTÀ SENZA ALTERNATIVA OPPURE UN ALTRO MODELLO È POSSIBILE?

Eppure, un’altra idea di città esiste. Non si tratta di utopia, ma di scelte precise. Esse vanno dalla riduzione reale del consumo di suolo, fino a obiettivi di consumo negativo, dal recupero sistematico degli immobili vuoti e abbandonati allo stop alla proliferazione di nuovi centri commerciali, dal rilancio dell’agricoltura periurbana alle piantumazioni diffuse e non decorative, con essenze autoctone fino gestione partecipata e mutualistica del verde urbano. Non si tratta di opporsi allo sviluppo. Si tratta di ridefinirlo.

Invece Brescia, dai grandi cantieri agli interventi più silenziosi, dal Comparto Milano agli ex Magazzini Generali, fino all’ex Baribbi, si “trasforma” sempre nello stesso modo, perché, alla fine, nessuno si oppone davvero. E così, anche quando qualche discrepanza affiora, anche quando emergono dubbi e tensioni, il risultato non cambia.

Brescia si trova di fronte a un bivio che, in realtà, sembra già imboccato. Da una parte, una città che cresce per addizione: nuovi volumi, nuove rendite, nuove lottizzazioni. Dall’altra, una città che potrebbe rigenerarsi davvero partendo dai vuoti, dai bisogni, dall’ambiente.

Ma per scegliere la seconda strada serve il conflitto politico. Finché maggioranza e opposizione continueranno a condividere la stessa visione di fondo della città, finché il dibattito pubblico resterà confinato nelle promesse elettorali, finché il verde sarà solo una facciata, Brescia continuerà sì a trasformarsi. Non però in una città più vivibile, ma in una città degli affari più redditizi.

ROSA EVE