ALLERTA GHEDI

Anche per quest’ anno, come avviene ormai da tempo, il 4 aprile, davanti alla base militare di Ghedi, alcune centinaia di persone si sono radunate per protestare contro la NATO, la guerra e il riarmo. Una mobilitazione tutt’altro che isolata. Inserita in una giornata internazionale di iniziative, la manifestazione ha riportato al centro del dibattito un tema che attraversa l’Italia da decenni, ma che oggi torna con forza rinnovata: quello del rapporto tra sicurezza, sovranità e militarizzazione del territorio.

4 APRILE

La scelta della data non è casuale. Il 4 aprile segna infatti l’anniversario della fondazione della NATO nel 1949. Una ricorrenza che, per i movimenti pacifisti e antimilitaristi, rappresenta simbolicamente l’origine dell’attuale architettura di sicurezza euro-atlantica. Manifestare in quel giorno significa quindi mettere in discussione non solo singole politiche, ma l’intero impianto strategico occidentale costruito nel Secondo Dopoguerra.

NON E’ UNA BASE QUALSIASI

Ghedi poi non è una base qualsiasi. È uno dei nodi della presenza militare in Italia e, secondo numerose analisi indipendenti, rientra nel sistema di condivisione nucleare della NATO. In altre parole, pur senza conferme ufficiali, sul territorio italiano sono presenti armi nucleari statunitensi. È proprio questo elemento a rendere la base un simbolo: non solo di un’alleanza militare, ma di una precisa collocazione geopolitica che espone il paese a rischi e vincoli difficilmente compatibili con un’idea di sicurezza democratica.

LA SUBORDINAZIONE AGLI USA

Uno di questi vincoli riguarda il rapporto con gli Stati Uniti. Il sistema di difesa attuale, fondato sull’integrazione nella NATO, implica infatti un livello di subordinazione che raramente viene discusso apertamente. Le principali decisioni in materia di deterrenza — in particolare quelle legate all’uso di armi nucleari — restano di fatto sotto controllo statunitense. Anche nei meccanismi di “doppia chiave”, la parola finale spetta a Washington. Ciò significa che il territorio italiano può essere coinvolto in dinamiche di escalation decise altrove, senza un reale controllo democratico interno. Condizione tragica, se si pensa al momento storico che stiamo attraversando, con l’ aggressione senza ormai più freni degli Stati Uniti d’ America e Israele a Paesi in grado di resistere e rispondere ad essi colpo su colpo.

Questa subordinazione oltretutto non è solo militare, ma anche politica ed economica. La spinta ad aumentare la spesa per la difesa fino al 2% del PIL — e oltre — risponde in larga misura a priorità definite all’interno dell’Alleanza Atlantica, dove il peso degli Stati Uniti è predominante. Il risultato è un modello di sicurezza che vincola le scelte nazionali, orienta le politiche industriali e sottrae risorse a settori fondamentali come sanità, istruzione e welfare.

CRITICA AL MODELLO ATTUALE

La protesta di Ghedi si inserisce pienamente in questa critica. Le parole d’ordine — contro la guerra, contro la NATO, contro l’aumento delle spese militari — riflettono una posizione politica chiara, espressa dalle varie organizzazioni della sinistra extraparlamentare e da Potere al Popolo, che hanno dato vita alla mobilitazione del 4 aprile. La sicurezza non può essere costruita attraverso il riarmo e la subordinazione strategica, ma richiede un ripensamento radicale del modello di difesa.

QUALE SICUREZZA VOGLIAMO?

Negli ultimi anni, la pressione per aumentare le spese militari è diventata uno degli assi centrali delle politiche europee. Ma questa traiettoria, oltre a drenare risorse dal welfare, non risolve il problema fondamentale: quale sicurezza stiamo costruendo? Un sistema fondato sulla deterrenza nucleare e sulla proiezione militare globale non solo non elimina i conflitti, ma contribuisce a irrigidirli, aumentando il rischio di escalation e di annientamento totale delle popolazioni.

È qui che il dibattito fa un salto di qualità. Non basta dire “no” alla NATO o al riarmo: occorre immaginare un’alternativa credibile. Ed è su questo terreno che l’idea di una “difesa popolare” può aprire uno spazio di riflessione.

DIFESA POPOLARE

Non si tratta, come spesso viene banalizzato, di abolire l’esercito o di sostituirlo con improvvisati cittadini in armi. Al contrario, una difesa popolare moderna si fonda su un principio diverso: la sicurezza come responsabilità collettiva, distribuita tra istituzioni e società. I modelli europei più citati — in particolare quello svizzero della milizia e quello finlandese della “difesa totale” — mostrano come questo approccio si traduca in sistemi strutturati: servizio militare o civile diffuso, ampie riserve addestrate, integrazione tra apparato militare e infrastrutture civili, pianificazione capillare della risposta alle crisi. Nel caso finlandese, in particolare, la difesa include esplicitamente anche ambiti come la cybersicurezza, la continuità energetica e la resilienza informativa.

Trasposto nel contesto italiano, questo significherebbe non solo ridurre il ruolo delle forze armate come strumento di intervento esterno, ma anche costruire una capacità diffusa di difesa territoriale fondata su coordinamento istituzionale, partecipazione civica e preparazione alle emergenze. Implicherebbe rafforzare in modo sistemico la protezione civile, sviluppare riserve organizzate, investire nella sicurezza delle infrastrutture strategiche e nella formazione dei cittadini alla gestione delle crisi. In questa prospettiva, la difesa non coincide più esclusivamente con la dimensione militare, ma si ridefinisce come capacità complessiva della società di prevenire, assorbire e reagire agli shock, spostando l’asse dalla proiezione militare alla resilienza interna.

UNA MANIFESTAZIONE CHE RIPORTA AL CENTRO DEL PROBLEMA

In questo quadro, la presenza di basi come Ghedi assume un significato ancora più problematico. Non solo perché lega l’Italia a strategie decise altrove, ma perché la trasforma in un bersaglio in caso di conflitto. La deterrenza nucleare, spesso presentata come garanzia di sicurezza, implica infatti una logica opposta: rendere il territorio parte integrante di un possibile teatro di guerra.

La manifestazione del 4 aprile, pur nelle sue dimensioni limitate, ha avuto quindi il merito di riportare questi nodi al centro della discussione. Non si tratta solo di essere “contro” qualcosa, ma di interrogarsi su quale modello di sicurezza sia compatibile con una democrazia che voglia dirsi tale.

In un contesto internazionale sempre più instabile, la risposta dominante è quella del riarmo. Ma è una risposta che rischia di essere tanto costosa quanto inefficace. Ripensare la difesa in senso popolare, territoriale e non offensivo non è una scorciatoia semplice, ma è forse una delle poche strade che consentono di uscire dalla logica binaria tra militarizzazione e vulnerabilità.

Ghedi, da questo punto di vista, non è solo un luogo di protesta. È un punto di partenza per una domanda più ampia: quale sicurezza vogliamo, e per chi?

EMMA RED