TORNIAMO A PARLARNE. ANCORA.
Torniamo a parlarne per l’ennesima volta. E purtroppo non perché la situazione sia migliorata, ma perché continua a non cambiare.
I dati aggiornati ad aprile 2026 lo confermano con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni: l’inquinamento atmosferico a Brescia resta a livelli gravissimi. I numeri, raccolti da ARPA Lombardia ed elaborati dall’associazione Basta Veleni — una delle poche realtà ambientaliste cittadine non inserite nel sistema politico-amministrativo locale — descrivono una situazione ormai strutturale.

Nel primo trimestre del 2026, il limite europeo di 18 giorni annui di superamento della soglia di PM2.5 viene abbondantemente superato. E non di poco.
I NUMERI: UNA SOGLIA ANNUALE GIÀ SUPERATA A MARZO
A Brescia, i dati parlano chiaro: S. Polo: 49 giorni di sforamento; Via Tartaglia: 36; Villaggio Sereno: 30; Broletto: 28. Tutte le centraline urbane superano il limite annuale europeo già nei primi tre mesi dell’anno.

Questo significa che il limite fissato dalla normativa UE non è semplicemente oltrepassato: è completamente svuotato di significato nella realtà concreta della città.
Brescia si colloca stabilmente tra le aree più inquinate della Lombardia, su livelli comparabili a Milano e non lontani dai picchi di Cremona e Monza. Ma il dato più grave è un altro: l’inquinamento è diffuso ovunque. Non è un problema di quartiere, ma una condizione urbana generale.
“STA MIGLIORANDO”: REALTÀ O NARRAZIONE?
Da anni la Giunta Comunale sostiene che la situazione stia migliorando, sottolineando una presunta riduzione dei giorni di sforamento rispetto al passato. Ma questa affermazione va letta con molta cautela.
È vero che, su alcuni indicatori e in alcune annate, si registrano oscillazioni o lievi diminuzioni. Tuttavia queste variazioni dipendono spesso da fattori meteorologici (pioggia, vento), non da politiche strutturali. I livelli restano comunque largamente sopra i limiti europei. Il miglioramento, quando c’è, è relativo e insufficiente, non tale da cambiare la sostanza del problema. In altre parole: anche se i giorni di sforamento diminuissero leggermente, restiamo comunque in una condizione di illegalità ambientale permanente e di esposizione cronica della popolazione.
Dire che “va meglio” in questo contesto significa, di fatto, abbassare l’asticella.
IL GRANDE ALIBI: LA PIANURA PADANA
La risposta istituzionale è ormai consolidata: il problema è la Pianura Padana. Serve un intervento su scala vasta. Il Comune, da solo, può fare poco. È una mezza verità.

La conformazione geografica, la scarsa ventilazione e la concentrazione di emissioni fanno della Pianura Padana una delle aree più inquinate d’Europa. Una parte significativa del PM2.5 si forma su scala regionale. Ma i dati dimostrano che non è solo questo.
Se il problema fosse esclusivamente “di fondo”, i livelli urbani sarebbero più omogenei e meno estremi. Invece, le centraline cittadine mostrano valori elevati e diffusi: segno evidente di un contributo locale rilevante. La Pianura Padana spiega il problema generale. Brescia spiega quanto quel problema diventa grave.
COSA HA FATTO (E COSA NON HA FATTO) IL COMUNE
Negli ultimi anni il Comune di Brescia ha applicato le misure previste a livello regionale: limitazioni stagionali al traffico, blocchi per i veicoli più inquinanti, attivazione di misure emergenziali dopo giorni di sforamento, limiti formali al riscaldamento domestico.
Si tratta di misure reali, ma standardizzate, automatiche, uguali in tutta la Lombardia. Quello che manca è una strategia autonoma e incisiva. Non si è vista una trasformazione della mobilità urbana. Nessuna riduzione strutturale del traffico, nessuna espansione significativa delle aree pedonali, nessuna svolta nel trasporto pubblico. Sul riscaldamento domestico — una delle principali fonti di PM2.5 — le politiche restano deboli: pochi controlli, pochi incentivi, nessuna discontinuità.
Le misure emergenziali, inoltre, arrivano sempre tardi: intervengono quando il danno è già avvenuto. Il risultato è un sistema che gestisce l’emergenza senza affrontarne le cause.
LE CONSEGUENZE: UNA CRISI SANITARIA SILENZIOSA
Dietro questi numeri non c’è solo un problema ambientale. C’è una crisi sanitaria.
L’esposizione cronica al PM2.5 è notoriamente associata all’ aumento delle malattie respiratorie (asma, bronchiti croniche), all’incremento delle patologie cardiovascolari, alla maggiore incidenza di tumori, alla riduzione dell’aspettativa di vita Non si tratta di rischi astratti o futuri. Sono effetti documentati e già in atto. Ogni giorno di sforamento non è una statistica. E’ un danno reale, immediato, cumulativo.

IL NODO POLITICO
La conclusione è inevitabile. È vero: il problema è padano. Ma è altrettanto vero che l’inerzia è locale. Un Comune non può risolvere da solo una crisi di questa portata. Ma può ridurre l’esposizione dei cittadini, può intervenire sulle fonti locali, può scegliere politiche più coraggiose. Può decidere se limitarsi ad applicare il minimo indispensabile o provare a cambiare davvero le cose.
A Brescia, oggi, si continua a scegliere la prima strada. E mentre il dibattito resta fermo, i dati continuano a crescere. Giorno dopo giorno. Sforamento dopo sforamento. Il danno alla salute è immediato. Le responsabilità politiche, ancora una volta, rinviate.
FRANCESCO ROVARICH

