UN PRESIDIO DAVANTI AI CANCELLI
Giovedì 16 aprile, davanti ai cancelli dell’aeroporto “D’Annunzio” di Montichiari, alcune decine di lavoratori, attivisti e cittadini si sono ritrovati ancora una volta per dire no al transito di armi in uno scalo civile.
Striscioni, bandiere, interventi al microfono, ma soprattutto una presenza determinata: quella di chi rifiuta di vedere il proprio territorio trasformarsi in un ingranaggio della macchina bellica.

Il presidio, promosso dall’Unione Sindacale di Base insieme ai lavoratori aeroportuali, è nato in risposta alla previsione di due voli cargo diretti in Kuwait, destinati al trasporto di materiale bellico verso i teatri di guerra mediorientali. Uno di questi voli, già nei giorni precedenti, era stato rinviato anche a seguito dell’annuncio delle mobilitazioni.
Non è la prima volta che accade. Ma questa volta il segnale è stato chiaro: la protesta non si spegne, anzi si riorganizza perseverante. Resistenza e resilienza, insomma…
UN AEROPORTO CIVILE DENTRO LA LOGISTICA DELLA GUERRA
Il nodo è tutto qui: Montichiari è formalmente un aeroporto civile, ma da tempo è inserito in una rete logistica che comprende anche il trasporto di armamenti.
Non si tratta di una scoperta recente. Lo scalo bresciano è da anni un hub cargo strategico, utilizzato per traffici commerciali e postali. Proprio questa sua natura, apparentemente neutra, lo rende particolarmente adatto a operazioni meno visibili, lontane dagli occhi del grande pubblico.

È qui che si consuma una trasformazione silenziosa ma profonda: infrastrutture civili che diventano, di fatto, nodi operativi della filiera militare globale. E allora la domanda diventa inevitabile: quante altre infrastrutture “civili” svolgono oggi funzioni analoghe, senza che vi sia un reale dibattito pubblico?
I LAVORATORI CONTRO LA GUERRA
Uno degli elementi più significativi emersi dal presidio è il ruolo dei lavoratori. Non semplici spettatori, ma soggetti attivi. Non ingranaggi, ma coscienze.
Negli ultimi mesi, lavoratori dell’aeroporto hanno denunciato il transito di armi e, in alcuni casi, hanno contribuito a bloccare o ritardare operazioni di carico. È accaduto già nel 2025, quando un volo diretto verso il Medio Oriente venne fermato grazie alla mobilitazione di circa un centinaio di addetti.
La linea è chiara: non si tratta solo di una posizione etica, ma di una presa di posizione politica sul ruolo del lavoro dentro la catena della guerra.
“Non vogliamo essere complici” – è una delle frasi che più spesso circolano tra chi protesta.
Ed è proprio qui che il conflitto si fa concreto: nel punto in cui il lavoro incontra la guerra.
PUNIRE CHI PARLA: IL CASO BORRELLI
Ed è proprio per questo che chi parla paga. Il caso del delegato sindacale USB Luigi Borrelli è emblematico. Dopo aver denunciato pubblicamente i traffici di armi nello scalo, è stato sottoposto ad azione disciplinare.

La motivazione ufficiale riguarda la diffusione di informazioni interne. Ma il punto è un altro. Qui si prova a colpire chi rompe il silenzio. Chi rende visibile ciò che dovrebbe restare invisibile.
È un messaggio chiaro: la guerra può transitare dalle parti di Brescia, ma non deve essere raccontata. E allora la questione non è più solo Montichiari. Diventa democrazia, libertà di parola nei luoghi di lavoro, diritto di sapere che caspita accade sul proprio territorio!
LA MILITARIZZAZIONE SILENZIOSA DEL TERRITORIO
Per questo il presidio ha ruotato attorno allo slogan: “No alla militarizzazione dell’aeroporto di Montichiari”.
Una parola, “militarizzazione”, che non indica solo la presenza di armi, ma un processo più ampio. Significa normalizzazione, abitudine, accettazione del fatto che la guerra entri, poco alla volta, negli spazi della vita quotidiana. In questo senso, Montichiari non è un’eccezione, ma un sintomo. Un punto di emersione di qualcosa di più grande: la progressiva integrazione tra economia civile e industria bellica. E Brescia, con la sua forte tradizione industriale nel settore delle armi leggere, non è certo un territorio neutro.
TRA SILENZI ISTITUZIONALI E INTERROGAZIONI SENZA RISPOSTA
A fronte di queste dinamiche, il livello istituzionale appare quanto meno opaco.
Alcuni esponenti politici hanno presentato interrogazioni parlamentari per fare luce sui traffici in corso. Ma le risposte, quando arrivano, sono vaghe, parziali, spesso insufficienti. Nel frattempo, a livello locale, il dibattito resta marginale. Poche prese di posizione nette, nessuna reale assunzione di responsabilità. Eppure la questione è tutt’altro che secondaria:
si tratta dell’uso di infrastrutture civili per operazioni legate a conflitti internazionali. Un tema che dovrebbe riguardare l’intera cittadinanza.
DALLA PROVINCIA ALLA GUERRA GLOBALE
Nel volantino diffuso per il presidio, l’USB ha parlato esplicitamente di “teatri di guerra”, di “genocidi” e di un possibile “conflitto globale”. Parole forti, certo. Ma non isolate. La guerra, oggi, non è più qualcosa di lontano. È una presenza diffusa, che attraversa territori, economie, catene logistiche.

Montichiari diventa così un punto di connessione tra la provincia bresciana e scenari come il Medio Oriente, dove armi prodotte, movimentate o trasportate anche attraverso il nostro territorio finiscono per alimentare conflitti già devastanti.
È questa la dimensione che il presidio ha voluto rendere visibile: il legame tra ciò che accade qui e ciò che accade altrove.
LA GUERRA PASSA DA MONTICHIARI
Alla fine del presidio, tra interventi e discussioni, è rimasta una consapevolezza condivisa. La guerra non è solo nei telegiornali. Non è solo nei fronti lontani. Ogni tanto passa da Montichiari, in provincia di Brescia. Passa nei voli cargo che decollano nella notte, nei contratti industriali, nei luoghi di lavoro. E se passa da qui, allora può essere fermata anche da qui. O almeno ci si può provare.

E’ una questione di moralità e di civiltà. È questo, forse, il significato più profondo di una mobilitazione che, pur nei numeri ancora contenuti, ha già posto a tutti una questione politica difficilmente ignorabile: da che parte stare, quando la guerra entra nel proprio territorio?
EMMA RED

