LA SCENEGGIATA DEL SALARIO MINIMO A BRESCIA

UNA SENTENZA CHE VA OLTRE IL DIBATTITO GIURIDICO

La decisione della Corte costituzionale che impedisce a Regioni ed Enti locali di introdurre, negli appalti pubblici, una soglia minima di retribuzione rappresenta una sconfitta che va ben oltre il dibattito giuridico. Non perché la Consulta abbia dichiarato incostituzionale il salario minimo – cosa che non ha fatto – ma perché viene meno uno degli strumenti con cui alcune amministrazioni avevano cercato di intervenire, sia pure indirettamente, sul fenomeno del lavoro povero.

Il tema è serio. Sempre più lavoratori, pur avendo un’occupazione, faticano a vivere dignitosamente. È un problema che interroga la politica nazionale e che richiede risposte strutturali. La sentenza della Corte ribadisce che tali risposte non possono essere costruite Comune per Comune o Regione per Regione: la materia appartiene allo Stato e solo il Parlamento può stabilire regole valide per tutti.

Ma in Parlamento, come noto, il Governo Meloni e la sua maggioranza si sono fermamente opposte alle pur molto caute proposte in merito dell’ opposizione di centrosinistra. A conferma di come l’ attuale Esecutivo sia in primo luogo l’ espressione degli interessi del peggior padronato dell’ Europa occidentale.

IL CASO DI BRESCIA

Anche Brescia è stata coinvolta direttamente in questa vicenda. Il Consiglio comunale aveva approvato una mozione che impegnava l’Amministrazione a inserire nei disciplinari di gara il riferimento ai nove euro lordi all’ora (e lasciamo stare il fatto che ormai, per tenere il passo con il tasso d’ inflazione reale, di euro lordi all’ ora ce ne vorrebbero 12). Dopo la sentenza della Corte costituzionale, quella previsione è stata inevitabilmente accantonata.

Dal punto di vista amministrativo la storia potrebbe considerarsi conclusa. Politicamente, invece, è soltanto all’inizio.

IL SALARIO MINIMO COME TERRENO DI MANOVRA POLITICA

La discussione sul salario minimo nel capoluogo ha avuto infatti molto a che vedere con i futuri equilibri del centrosinistra. Il provvedimento rappresentava infatti uno dei segnali dell’avvicinamento tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, che aveva patrocinato il provvedimento a livello locale,  nella prospettiva di costruire anche a Brescia un “Campo Largo” sul modello nazionale.

È difficile negare che la questione abbia assunto anche questa dimensione. Da tempo il Partito Democratico guarda con favore a un’intesa più stabile con il Movimento 5 Stelle, mentre la sindaca Laura Castelletti ha più volte mostrato un atteggiamento decisamente più prudente, ricordando che la coalizione che governa la città è già ampia e che la priorità dovrebbe essere quella di rafforzarla, non di estenderla.

In questo senso il salario minimo è diventato il pretesto per aprire una discussione che con il salario aveva poco a che vedere. Il vero confronto riguardava gli assetti politici del centrosinistra bresciano.

UN INTERROGATIVO CHE RESTA APERTO

Ma è proprio qui che emerge un interrogativo destinato a rimanere.

Quando la mozione venne approvata, davvero si riteneva che quella disciplina fosse destinata a superare senza difficoltà il vaglio della Corte Costituzionale? Oppure si era consapevoli dell’esistenza di un serio rischio di illegittimità, già evidenziato da molti giuristi proprio perché la materia degli appalti pubblici e della concorrenza appartiene alle competenze dello Stato?

Se questa seconda ipotesi fosse fondata, il giudizio politico cambierebbe profondamente.

Significherebbe che una misura dalle prospettive giuridiche molto incerte è stata comunque utilizzata come bandiera identitaria, utile a marcare una convergenza politica tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, pur sapendo che la sua concreta efficacia dipendeva da un quadro normativo estremamente fragile.

TRA PROPAGANDA E RESPONSABILITA’

Non sarebbe la prima volta che la politica preferisce il valore simbolico di un provvedimento alla sua effettiva praticabilità. Ma quando il tema è il lavoro, e quando si alimentano aspettative tra migliaia di cittadini, il confine tra testimonianza politica e responsabilità istituzionale diventa particolarmente delicato.

Il rischio è quello di trasformare un problema drammatico – quello dei salari insufficienti – in uno strumento di propaganda. Alla fine la battaglia simbolica resta, mentre i lavoratori continuano ad attendere risposte che solo il legislatore nazionale può realmente offrire.

LA LEZIONE DELLA VICENDA BRESCIANA

La vicenda bresciana lascia dunque una duplice lezione. La prima è giuridica: la Costituzione assegna allo Stato, e non agli Enti locali, il compito di disciplinare questioni tanto delicate. La seconda è politica: la ricerca di nuove alleanze non dovrebbe mai passare attraverso provvedimenti dal forte impatto mediatico ma dalla dubbia tenuta normativa. Perché quando un’iniziativa nasce più per lanciare un messaggio che per risolvere un problema, la delusione proprio per coloro che si volevano tutelare è sempre garantita.

FRANCESCO ROVARICH