LA “RIVOLUZIONE DEI FENICOTTERI”: L’ALBANIA DI EDI RAMA TRA CAPITALISMO IMMOBILIARE E INTEGRAZIONE EURO-ATLANTICA

Olga Melodia, sospesa per sei mesi dai social media dopo le “segnalazioni” di sionisti e fascisti di tutto il mondo, continua la propria libera collaborazione con “Brescia del Popolo”, che volentieri ospita e continuerà ad ospitare i suoi contributi di politica internazionale.

DALLA PROTESTA AMBIENTALISTA ALLA CONTESTAZIONE DEL MODELLO DI SVILUPPO

Le proteste esplose in Albania contro il grande progetto turistico promosso da Jared Kushner — genero del presidente statunitense Donald Trump — potrebbero essere interpretate in prima istanza come una semplice controversia ambientalista. Da una parte un resort di lusso destinato a una clientela internazionale; dall’altra cittadini, associazioni ambientaliste e comitati locali impegnati nella difesa di uno dei tratti più preziosi della costa adriatica albanese.

In realtà, la cosiddetta “Rivoluzione dei Fenicotteri” solleva questioni ben più profonde: essa richiama il modello di sviluppo adottato dall’Albania dopo la fine del socialismo, la trasformazione del ruolo dello Stato nell’economia, il lungo governo di Edi Rama e la progressiva integrazione del Paese nelle strutture economiche, politiche e militari dell’Occidente.

IL CASO VJOSA-NARTA: IL PROGETTO KUSHNER E LA NASCITA DELLA MOBILITAZIONE

Le manifestazioni, iniziate alla fine di maggio del 2026 e rapidamente estese da Valona a Tirana e ad altre città, sono nate dopo l’annuncio di un investimento da circa 1,4 miliardi di euro promosso da Affinity Partners, la società fondata da Jared Kushner. Il progetto interessa l’area di Vjosa-Narta, una delle più importanti zone umide dei Balcani, habitat naturale di fenicotteri, tartarughe marine e numerose specie protette.

Il complesso turistico comprende alberghi, ville, infrastrutture e servizi destinati a un turismo internazionale di fascia alta. L’avvio dei lavori e la limitazione dell’accesso ad alcune aree hanno alimentato una crescente mobilitazione popolare, culminata in scontri tra manifestanti, sicurezza privata e forze dell’ordine.

Con il passare delle settimane, tuttavia, i fenicotteri sono diventati il simbolo di qualcosa di molto più grande della semplice tutela ambientale. La protesta ha assunto il significato di una contestazione contro un modello economico che, secondo molti cittadini, privilegia gli interessi dei grandi investitori internazionali rispetto alla salvaguardia del territorio e dei beni comuni. Accanto alle rivendicazioni ecologiste sono emerse critiche riguardanti la trasparenza dei processi decisionali pubblici, il rapporto opaco tra potere politico e grandi gruppi finanziari globali, e la progressiva privatizzazione di spazi che fino a pochi anni fa appartenevano alla collettività.

LE RADICI STORICHE: DAL SOCIALISMO DI HOXHA ALLA TRANSIZIONE CAPITALISTICA

Per comprendere il significato profondo di questa mobilitazione occorre tuttavia allargare lo sguardo. La vicenda di Vjosa-Narta non nasce nel 2026, ma si inserisce all’interno di un processo storico iniziato con la dissoluzione della Repubblica Popolare Socialista d’Albania e con la transizione al capitalismo nei primi anni Novanta.

Per oltre quarant’anni l’Albania fu una repubblica socialista, al cui vertice vi era Enver Hoxha e, dopo la sua morte nel 1985, Ramiz Alia. Il socialismo albanese si sviluppò attorno a un principio cardine: la difesa intransigente dell’indipendenza nazionale. Dopo la rottura con la Jugoslavia di Tito nel 1948, con l’Unione Sovietica nei primi anni Sessanta e con la Repubblica Popolare Cinese alla fine degli anni Settanta, Tirana perseguì una linea fondata sull’autonomia politica, sull’autosufficienza economica e sulla convinzione che la sovranità nazionale dovesse essere preservata a ogni costo da qualsiasi forma di dipendenza dalle grandi potenze.

Questa scelta rafforzò l’indipendenza decisionale dello Stato albanese, ma comportò al contempo un isolamento internazionale che paralizzò gli scambi economici, tecnologici e commerciali. L’Albania affrontò gli ultimi anni della Guerra Fredda disponendo di una struttura economica fortemente centralizzata ma totalmente priva di connessioni con l’esterno.

GLI ANNI NOVANTA E L’AFFERMAZIONE DEL NEOLIBERISMO

La fine del socialismo albanese non può essere spiegata esclusivamente attraverso le dinamiche interne del Paese. Essa si inserisce nella più ampia crisi che investì il blocco socialista europeo tra il 1989 e il 1991. Il crollo del Muro di Berlino, lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica riscrissero gli equilibri globali. Gli Stati Uniti imposero il loro dominio globale. Ad esso si accompagnò l’ espansione incondizionata dell’economia di mercato.

Anche l’Albania intraprese una trasformazione rapidissima. Si verificò la massiccia privatizzazione delle imprese pubbliche. Il sistema economico fu liberalizzato. I mercati si aprirono ai capitali stranieri. Lo Stato ridusse drasticamente il proprio ruolo. Come avvenne in gran parte dell’Europa orientale, la transizione fu presentata come la via maestra verso un benessere rapido e inarrestabile, imponendo dall’esterno le ricette neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

Gli effetti reali furono tuttavia profondamente contraddittori: la produzione industriale crollò, la disoccupazione dilagò e centinaia di migliaia di cittadini emigrarono, soprattutto verso Italia e Grecia, trasformando le rimesse degli emigrati nella principale stampella dell’economia nazionale e riducendo il Paese a una periferia dipendente dalla manodopera a basso costo e dall’esportazione di servizi subalterni.

LA CRISI DEL 1997 E L’INTEGRAZIONE EURO-ATLANTICA

Il punto di rottura più drammatico si registrò nel 1997, quando il collasso di un vasto sistema di società finanziarie piramidali — che avevano raccolto i risparmi di gran parte della popolazione promettendo guadagni impossibili — mandò in frantumi l’economia domestica.

La protesta degenerò in una crisi insurrezionale senza precedenti: depositi militari saccheggiati, milioni di armi in circolazione e la perdita totale del controllo statale sul territorio resero indispensabile l’intervento di una forza multinazionale guidata dall’Italia per ripristinare l’ordine.

Superata l’emergenza del 1997, l’Albania è stata progressivamente inserita nei circuiti del capitalismo transnazionale, con un processo di subordinazione geopolitica ed economica culminato nell’ingresso nella NATO nel 2009 e nell’avanzamento dei negoziati di adesione all’Unione Europea. Sotto il profilo economico, nel Paese è quasi sparita ogni residua forma di pianificazione pubblica o tutela sociale. Ci si è affidati interamente alle privatizzazioni selvagge, al saccheggio del territorio da parte delle multinazionali, al settore parassitario delle costruzioni e al turismo estrattivo.

L’ERA RAMA E IL CAPITALISMO IMMOBILIARE

È in questo quadro di completa sottomissione agli interessi del capitale occidentale che si inserisce, a partire dal 2013, la lunga stagione politica guidata dal premier Edi Rama. Sotto la sua amministrazione, il governo ha agito come un vero e proprio comitato d’affari della borghesia transnazionale, svendendo le risorse strategiche del Paese, reprimendo il dissenso popolare e trasformando Tirana in una lavanderia a cielo aperto per i capitali speculativi e le grandi holding finanziarie.

LA “RIVOLUZIONE DEI FENICOTTERI”: UNA VERTENZA OLTRE L’AMBIENTALISMO

La mobilitazione di Vjosa-Narta e la “Rivoluzione dei Fenicotteri” mettono a nudo la natura di classe di questo percorso: non una semplice vertenza ecologica, ma lo scontro frontale tra gli interessi predatori del capitale occidentale — incarnati dai fondi di investimento statunitensi e dalla complicità della nomenklatura locale — e la resistenza delle classi lavoratrici albanesi contro la mercificazione totale della terra, dei beni comuni e della sovranità nazionale.

OLGA MELODIA