IL CASO FAKIR ARRIVA ANCHE A BRESCIA

Il caso Abderrahim Fakir è arrivato anche a Brescia. Nella serata del 21 luglio alcune centinaia di persone hanno partecipato al presidio promosso in piazza Rovetta da C.S.A. Magazzino 47, Diritti per Tutti e Collettivo Onda Studentesca- cui hanno aderito e partecipato anche “Potere al Popolo!” e l’ Unione Sindacale di Base-  successivamente trasformatosi in corteo fino alla Prefettura, per chiedere verità e giustizia sulla morte del quarantaduenne avvenuta a Bologna durante un intervento di polizia. La manifestazione si è poi conclusa nel popolare quartiere del Carmine.

Una manifestazione composta, partecipata, che ha riportato anche nella nostra città un interrogativo destinato ad accompagnarci ancora a lungo: che cosa sta diventando lo Stato italiano? E quale idea di sicurezza si sta affermando nella nostra società?

La morte di Fakir non può essere liquidata come un fattaccio di cronaca nera. Sarebbe il modo più semplice per non comprenderla. Ogni episodio storico è certamente particolare, ma alcuni riescono a diventare la rappresentazione di un’intera epoca. È in questa prospettiva che il caso Fakir merita di essere guardato.

OLTRE LA CRONACA

Non abbiamo ancora terminato di discutere il caso del gioielliere Mario Roggero e del duplice omicidio dei due rapinatori — vicenda nella quale almeno una delle uccisioni presenta, difficilmente contestabile, i caratteri di una vera e propria esecuzione — che già un nuovo tragico evento scuote le coscienze. Un uomo muore durante un intervento di polizia. Le immagini fanno il giro del Paese. Si sente chiedere aiuto. Eppure, invece di interrogarsi immediatamente sulle responsabilità e sul significato politico dell’accaduto, il dibattito pubblico si divide ancora una volta. Colpisce come la tifoseria di destra guidata da Giorgia Meloni sia incapace persino di condividere il punto di partenza: una persona è morta mentre era immobilizzata da rappresentanti dello Stato. Neppure questo è certo per essa…

Non si tratta di stabilire impropri collegamenti giudiziari tra episodi diversi. Sarebbe un errore. Ma sarebbe un errore ancora più grave rifiutarsi di cogliere il clima storico nel quale essi maturano. Gli eventi non nascono nel vuoto. Essi sono il prodotto di rapporti sociali, culturali e politici che li rendono possibili. La violenza non è mai soltanto un gesto individuale; molto spesso è l’espressione di un’intera fase storica.

Viviamo dentro una crisi che non è soltanto economica. È una crisi organica della nostra civiltà. Un sistema sociale incapace di migliorare stabilmente le condizioni materiali di vita perde progressivamente anche la capacità di costruire consenso. Quando il consenso si indebolisce, cresce inevitabilmente il ricorso alla paura. Il nemico diventa una necessità politica. Può essere il migrante, il povero, il marginale, il diverso, il manifestante. Cambiano i bersagli, non cambia la funzione. La sicurezza sostituisce la giustizia sociale. La repressione prende il posto della politica.

LA CRISI ORGANICA

Siamo dentro una società che sembra non riuscire più a produrre alcun orizzonte collettivo. Tutto viene ricondotto alla logica del mercato, del profitto, della competizione permanente. Perfino le relazioni umane diventano merci. Ogni aspetto dell’esistenza viene trasformato in capitale. È un ordine sociale che continua a sopravvivere pur mostrando ovunque i segni della propria decomposizione. Non evolve verso una forma superiore; continua semplicemente a riprodurre le proprie contraddizioni, aggravandole. È una lunga putrefazione storica, nella quale sembra essersi smarrita perfino quella “coscienza infelice” che almeno rendeva percepibile la contraddizione. Oggi sembra venir meno la coscienza della contraddizione stessa.

Dentro questa crisi si trasforma inevitabilmente anche lo Stato. Lo Stato non è un’entità neutrale sospesa al di sopra della società. È una forma storica, espressione di determinati rapporti economici, politici e culturali. Se quei rapporti si degradano, anche le istituzioni si trasformano. Lo Stato tende progressivamente a perdere la propria funzione universalistica per assumere sempre più quella di garante dell’ordine esistente. E quando l’ordine sociale produce diseguaglianza, precarietà e paura, cresce inevitabilmente anche la tentazione di amministrarle attraverso strumenti repressivi.

LA TRASFORMAZIONE DELLO STATO

Sia chiaro. La violenza dello Stato non nasce oggi. La storia della Repubblica conosce pagine drammatiche, dagli anni della repressione delle lotte operaie fino alle vicende di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva e molti altri. La differenza è che allora esisteva ancora una società attraversata da forti conflitti politici, sindacali e culturali, capace di esercitare un controllo democratico assai più efficace. Oggi quella dialettica appare profondamente indebolita, mentre la personalizzazione della politica e la spettacolarizzazione permanente della cronaca contribuiscono a disarmare ogni capacità critica.

Nel corso della manifestazione bresciana è intervenuto anche Giorgio Cremaschi. Il suo intervento ha assunto toni particolarmente duri. Ha denunciato il progressivo ampliamento delle tutele riconosciute agli appartenenti alle forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni, parlando dello «scudo penale» e sostenendo che il modello verso cui si starebbero orientando molte democrazie occidentali sarebbe quello di uno Stato sempre più fondato sulla militarizzazione della società e sul controllo securitario, richiamando esplicitamente il caso di Israele assunto in Occidente a modello di Stato di polizia razziale e razzista. È una lettura politica radicale, che individua un filo conduttore tra le politiche europee in materia di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico e la progressiva trasformazione delle democrazie liberali.

Che si condivida oppure no questa interpretazione, resta una domanda che nessuno sembra voler affrontare. Qual è oggi il ruolo dello Stato? Chi deve colpire con maggiore severità? I grandi gruppi criminali, i poteri economici che condizionano la vita pubblica, i responsabili delle gigantesche evasioni fiscali, della speculazione finanziaria, della corruzione? Oppure il piccolo spacciatore, il migrante irregolare, il marginale, il povero, il manifestante?

FORTE CON I DEBOLI, DEBOLE CON I FORTI

Pietro Nenni sintetizzò tutto questo con una formula rimasta celebre: “Uno Stato forte con i deboli e debole con i forti”. È difficile sottrarsi all’impressione che quella riflessione conservi ancora oggi una straordinaria attualità.

Intanto il Paese continua a scivolare lentamente lungo il proprio declino. La produzione industriale ristagna da anni, il costo della vita continua a crescere, i salari perdono potere d’acquisto, i carburanti aumentano, interi settori produttivi arretrano. Eppure il confronto politico sembra ruotare quasi esclusivamente attorno ai fatti di cronaca. Governo e opposizioni istituzionali di Sistema si affrontano quotidianamente sulle emergenze del giorno, mentre le grandi questioni strutturali vengono sistematicamente rimosse. È il segno di una classe dirigente che ha progressivamente smesso di dirigere e si limita ormai ad amministrare il presente, cercando consenso attraverso la paura, l’indignazione e la continua costruzione del nemico.

LA SFIDA POLITICA

È questo, probabilmente, il punto più inquietante dell’intera vicenda. Il caso Fakir non riguarda soltanto la morte di un uomo. Interroga il modello di società che ci stanno imponendo . Interroga il rapporto fra Stato e cittadini, fra sicurezza e libertà, fra diritto e forza. Interroga, in definitiva, la qualità della nostra democrazia. Perché quando una società non riesce più a trasformare le proprie contraddizioni in progetto politico, esse tendono inevitabilmente a trasformarsi in paura, repressione e autoritarismo.

Per questo è un dovere morale chiedere verità e giustizia per Abderrahim Fakir. Ed occorre anche comprendere quale processo storico stia rendendo possibili simili tragedie. Solo decifrando la natura della crisi che attraversa il nostro tempo sarà possibile costruire un’alternativa. Altrimenti continueremo ad assistere, quasi impotenti, alla lenta putrefazione di un ordine sociale che non riesce più a produrre progresso, ma soltanto a perpetuare se stesso, aggravando giorno dopo giorno le proprie contraddizioni.

FILIPPO RONCHI