FASCISMO, ANTIFASCISMO, RESISTENZA A BRESCIA E NEL BRESCIANO IERI E OGGI

OLTRE LA RETORICA

Quando si parla di fascismo, antifascismo e Resistenza, il rischio è sempre quello di usare formule ormai consumate: da una parte la retorica celebrativa, dall’altra l’attualizzazione immediata, quasi automatica. Ma se vogliamo capire davvero che cosa significarono queste parole a Brescia e nel Bresciano, conviene fare un passo indietro e tornare ai fatti, ai gruppi sociali, ai giornali, ai nomi, alle alleanze e ai conflitti concreti. Solo così il 25 aprile può tornare a essere non una liturgia, ma una chiave per leggere una storia locale che fu insieme italiana e profondamente bresciana.

LE ORIGINI DEL FASCISMO: CRISI SOCIALE E BASI DI CLASSE

Nel Bresciano, il fascismo non nacque come un fenomeno improvviso, ma si sviluppò dentro le tensioni profonde del Primo Dopoguerra. Il ritorno dei reduci, la crisi economica, le lotte operaie e contadine e il timore di una radicalizzazione socialista crearono un clima favorevole alla reazione.

In questo contesto, il fascismo trovò sostegno non solo nella mobilitazione politica, ma in precisi ambienti sociali ed economici. A sostenerlo furono soprattutto settori degli agrari, preoccupati dalle organizzazioni bracciantili; ambienti industriali e imprenditoriali, interessati a ristabilire disciplina nelle fabbriche; una parte del ceto medio urbano, spaventata dall’instabilità sociale. Non tanto quindi singoli finanziatori isolati, quanto un insieme di interessi economici convergenti: proprietari terrieri, organizzazioni imprenditoriali che, di fronte alla crescita del movimento operaio e socialista, videro nello squadrismo uno strumento di ristabilimento dell’ordine. Più che in forme ufficiali e documentate, questo sostegno si espresse attraverso tolleranza, coperture politiche e appoggi economici indiretti, contribuendo in modo decisivo al radicamento del fascismo nel territorio.

Il fascismo bresciano fu dunque fin dall’inizio un fenomeno di classe e di alleanze, oltre che di violenza.

VIOLENZA SQUADRISTA E COSTRUZIONE DEL POTERE

Come altrove, anche qui la violenza fascista si presentò come “ordine”, come reazione al conflitto sociale, come promessa di restaurazione della “grandezza nazionale”. Ma in realtà fu, fin dall’inizio, organizzazione armata, minaccia politica e costruzione di un nuovo blocco di potere. La parabola del fascismo bresciano fu legata in modo decisivo ad Augusto Turati, formatosi a Brescia nell’ ambiente liberal-progressista degli eredi politici di Zanardelli e poi destinato a diventare uno dei dirigenti nazionali del regime, fino alla segreteria del Partito Nazionale Fascista. Successivamente caduto in disgrazia per scandali e contrasti interni, si ritirò dalla politica attiva dal 1930.

Accanto a Turati agirono gli squadristi della prima ora. Tra i primi nuclei si distinsero gruppi come i cosiddetti “Lupi”, organizzati inizialmente da Luigi Begnotti e guidati sul piano operativo da figure come Pier Alfonso Vecchia, protagonisti delle spedizioni punitive contro sedi socialiste e oppositori. Pier Alfonso Vecchia, rampollo di una una ricca famiglia di commercianti, più tardi avrebbe persino consegnato una narrazione autocelebrativa dello squadrismo bresciano nel suo volume Storia del fascismo bresciano 1919-1922. Proprio questo dato è importante: la violenza non fu un incidente marginale, ma un elemento fondativo, tanto centrale da diventare parte dell’autonarrazione del fascismo locale. Le ricostruzioni successive hanno infatti mostrato come quello squadrismo fosse feroce e rivendicato apertamente dai suoi stessi protagonisti.

Emblematica in tal senso fu la cosiddetta “Notte dei Cristalli” bresciana del 6 agosto 1922, quando squadre fasciste devastarono simultaneamente non solo sedi socialiste, cooperative e circoli popolari  situati soprattutto nei quartieri popolari, come l’area di via San Faustino e del Carmine, ma anche strutture legate alla stampa e all’organizzazione politica nei pressi del centro cittadino.

L’ azione squadrista, non contrastata in alcun modo dalle forze di pubblica sicurezza, mirò a colpire insomma una rete capillare di luoghi che costituivano l’infrastruttura sociale e politica del socialismo bresciano. L’episodio segnò il passaggio da una violenza diffusa a una vera e propria offensiva organizzata contro la presenza dell’opposizione nello spazio pubblico. Si inserì nella più ampia reazione squadrista seguita al fallimento dello sciopero legalitario. La violenza fu giustificata dagli ambienti fascisti anche attraverso il richiamo a un fallito attentato contro Augusto Turati, ma  esso apparve come un  pretesto propagandistico utilizzato per legittimare un’azione già politicamente decisa.

LE ÉLITE LIBERALI E IL SOSTEGNO AL REGIME

A Brescia, però, il fascismo non crebbe soltanto con le spedizioni punitive. Crebbe anche grazie a decisive zone di contiguità e collaborazione nei ceti dirigenti liberali. Un caso emblematico è quello di Carlo Bonardi, anch’ egli esponente dell’area liberal-progressista zanardelliana. Nel 1921 l’Unione liberale democratica bresciana- di cui egli era stato tra i fondatori- si associò ai fascisti locali. E dopo la marcia su Roma Bonardi divenne sottosegretario nel governo Mussolini, nel 1923 si iscrisse al PNF e nel 1924 fu eletto nella Lista Nazionale, continuando poi a sostenere il governo e le leggi fascistissime e venendo nominato infine senatore per i “meriti” acquisiti. È una traiettoria che mostra bene come una parte del liberalismo bresciano non si limitò a subire il fascismo, ma lo accompagnò e lo legittimò.

Un’altra parte dell’aristocrazia e del notabilato, legata anche a famiglie storiche quali i Lechi, si collocò per un lungo periodo in una posizione di contiguità o adattamento al nuovo potere, per poi ricredersi.

Tra le figure che meglio incarnano le oscillazioni del notabilato liberale bresciano vi è il conte Fausto Lechi. Proveniente da una famiglia aristocratica legata alla tradizione risorgimentale e al liberalismo locale, Lechi guardò inizialmente con favore al fascismo e ricoprì anche incarichi come quello di vice-podestà di Brescia e successivamente podestà di Borgosatollo.

Il suo atteggiamento non fu isolato: rientrava in una più ampia disponibilità di settori del liberalismo bresciano a collaborare o a convivere con il nuovo regime, nella convinzione di poterlo in qualche modo incanalare o moderare. Tuttavia, con il consolidarsi della dittatura e soprattutto con la svolta degli anni Trenta, questo equilibrio si incrinò. L’avvicinamento alla Germania nazista, la costruzione dell’asse Roma-Berlino e, in modo ancora più netto, l’introduzione delle leggi razziali del 1938 segnarono per Lechi – come per altri esponenti del notabilato liberale – un punto di rottura.

Da quel momento, la distanza dal regime divenne sempre più evidente, fino a trasformarsi, dopo l’8 settembre 1943, in una scelta di campo. Anche Lechi partecipò infatti alla Resistenza locale, inserendosi in quella rete di opposizione che, nel Bresciano, unì componenti liberali, cattoliche e democratiche in funzione antinazifascista.

La sua traiettoria – dall’appoggio iniziale al distacco e infine all’impegno resistenziale – non rappresenta tanto un’eccezione, quanto piuttosto una delle possibili evoluzioni di quel mondo liberale che, dopo aver contribuito alla legittimazione del fascismo, finì per riconoscerne il carattere irreversibilmente autoritario e incompatibile con le proprie radici.

LA STAMPA SOTTO ATTACCO: DALLA PLURALITÀ AL CONTROLLO

Anche il terreno della stampa fu decisivo. “La Provincia di Brescia”, storica testata dell’area zanardelliana, promosse nelle prime fasi le iniziative del nascente fascismo bresciano, i cui leader – il già menzionato Turati e Alfredo Giarratana – provenivano proprio da quell’ambiente giornalistico. Solo dopo il delitto Matteotti si produsse una frattura: alcuni soci e collaboratori della testata tornarono a rivendicare i principi liberali. Il giornale subì di conseguenza continui sequestri e censure, cessando le pubblicazioni il 7 gennaio 1926 per sfinimento. La sua vicenda è emblematica proprio perché racconta insieme compromissione iniziale, tentativo tardivo di smarcamento e infine soffocamento.

Speculare, ma diversa, fu la parabola de “La Sentinella Bresciana”, giornale dell’area liberale moderata, diretto da Marziale Ducos. Egli guardò inizialmente con simpatia al fascismo e nel 1922 arrivò a leggere la marcia su Roma come un esito del processo risorgimentale; tuttavia, sempre dopo il delitto Matteotti, si distaccò dal regime.Allora il giornale fu sequestrato, Ducos aggredito dagli improperi di Turati e costretto a chiudere il 31 dicembre 1925.

Dopo la soppressione del quotidiano, Ducos visse un vero e proprio “esilio interno”: non imprigionato, ma privato di ogni ruolo pubblico, sottoposto a controllo, affrontato e insultato pubblicamente dagli squadristi nel centro di Brescia e costretto al silenzio. Si ritirò allora dalla vita politica, adattandosi a una marginalità forzata, destino comune a molti oppositori non clandestini e continuando ad esercitare la sua professione di avvocato.

Diversa ancora fu la storia del “Cittadino di Brescia”. La casa editrice Queriniana era nata proprio per stamparlo e quel giornale rappresentava una parte importante del cattolicesimo bresciano organizzato. Dopo la marcia su Roma la sua tipografia venne occupata dagli squadristi; nel 1925 rimase fra i rarissimi punti di opposizione pubblica locale al governo Mussolini; nel 1926 sequestri, diffide e una nuova devastazione fascista portarono alla cessazione delle pubblicazioni. La sua chiusura segnò la liquidazione forzata di un altro centro autonomo della vita pubblica bresciana.

Con il 1925–26, dunque, il pluralismo dell’età liberale scomparve. Rimase una stampa interamente controllata dal regime.

Anche qui la lezione è chiara: pezzi del liberalismo conservatore contribuirono dapprima a normalizzare il fascismo, ma quando cercarono di porgli un argine si accorsero che il mostro politico che avevano favorito non accettava più limiti né autonomie.

Quanto a Brescia Nuova, testata socialista, la sua stessa esistenza ricorda che la Brescia del primo Novecento fu anche una città di forte organizzazione operaia e popolare. La vicenda della sua devastazione da parte dei “Lupi” di Begnotti e Vecchia, si inserisce in una più ampia repressione del socialismo locale, che fra guerra, Primo Dopoguerra e squadrismo vide cancellati violentemente gli spazi di agibilità politica e giornalistica della sinistra. In altre parole, il fascismo bresciano si affermò anche distruggendo materialmente e simbolicamente le sedi, i giornali e le reti del movimento operaio.

IL CATTOLICESIMO ANTIFASCISTA

Ma l’antifascismo bresciano non fu solo liberale o socialista. Ebbe anche una robusta componente cattolica, spesso meno appariscente ma tenace, che ruotò attorno a personalità, istituzioni educative e ambienti ecclesiali. In questo quadro il legame con la famiglia Montini fu importante: Giorgio Montini aveva incarnato il giornalismo cattolico bresciano; Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, appartenne alla componente antifascista del cattolicesimo popolare e fu vicino ad ambienti bresciani di opposizione religiosa e civile al regime. La storiografia insiste sul carattere non semplicemente politico-partitico del suo antifascismo: un antifascismo spirituale, culturale e formativo, che però ebbe conseguenze pubbliche molto concrete.

Figura centrale di questo mondo fu padre Giulio Bevilacqua. Dal 1924 attaccò apertamente il fascismo e Augusto Turati attraverso numerosi interventi su Il Cittadino di Brescia; nel novembre 1926 fu costretto a lasciare la città, e nel suo “esilio” romano ebbe la vicinanza di Giovanni Battista Montini. Qui si vede bene che il cattolicesimo bresciano non fu un blocco uniforme: accanto a accomodamenti e compromessi, esistettero nuclei di resistenza morale e culturale che contribuirono a tenere viva un’altra idea di società e di persona.

CLANDESTINITÀ E RESISTENZE MORALI

Nel tempo questa opposizione cattolica si saldò con altre correnti antifasciste. Stefano Bazoli, nato nel 1901, appartenne stabilmente all’area cattolico-democratica e durante la Resistenza divenne un punto di riferimento per i giovani saliti in montagna; dopo la guerra entrò nell’Assemblea Costituente. Accanto a lui bisogna ricordare almeno Laura Bianchini, che nel 1943 entrò nella redazione del giornale clandestino “Brescia libera” e dopo l’8 settembre mise la propria casa a disposizione delle prime riunioni degli antifascisti bresciani, e Mario Bendiscioli, figura intellettuale importante di questo stesso filone.

A conferma del fatto che l’antifascismo bresciano non si spense mai del tutto, va ricordato che l’8 aprile 1937 fu colpito il gruppo dirigente locale clandestino: segno che, anche nel pieno del regime, sotto la superficie del consenso sopravvivevano organizzazioni, contatti, reti e opposizioni. Non si trattava ancora della Resistenza armata, ma di quella trama sotterranea senza la quale la stagione del 1943-1945 non sarebbe stata possibile.

LA RESISTENZA, GUERRA CIVILE E DI LIBERAZIONE

Dopo l’8 settembre 1943, con la crisi dello Stato monarchico, l’occupazione tedesca e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, il conflitto cambiò natura. Anche il Bresciano, e in modo specialissimo le sue valli, divenne uno spazio di guerra civile, di repressione, di rastrellamenti e di organizzazione partigiana. A rendere particolarmente aspra la situazione contribuì il ruolo fondamentale del territorio bresciano nell’area di controllo della RSI, i cui principali centri politici e militari erano collocati sul vicino Garda, tra Salò, Gargnano e Brescia stessa.

Non a caso, durante la Repubblica Sociale Italiana, riemerse l’organizzatore dei primi squadristi degli Anni Venti, Luigi Begnotti, con un ruolo essenziale negli organismi economici del regime (Commissario della Confederazione degli Industriali), collocandosi nel sistema di controllo delle aziende del Nord. In un contesto come quello bresciano, e in particolare della Val Trompia, dove la produzione armiera era centrale per lo sforzo bellico, questo significava partecipare al meccanismo attraverso cui il regime cercava di disciplinare il lavoro e garantire la continuità produttiva. Questa concentrazione di potere fascista repubblicano, a stretto contatto con le zone montane dove si sviluppava la Resistenza, trasformò il territorio in uno spazio di confronto immediato tra apparati della RSI, forze tedesche e formazioni partigiane. Queste ultime si radicarono nelle valli – Valcamonica, Valsabbia e Valtrompia – dando vita a una Resistenza diffusa e organizzata.

LE FORMAZIONI PARTIGIANE

Le Fiamme Verdi, affondate nel cattolicesimo sociale e nelle reti ecclesiastiche locali, furono operative fin da subito e si strutturarono in tre battaglioni: “Valcamonica”, “Valsabbia” e “Valtrompia”. La riunione fondativa del 30 novembre 1943, a casa dell’ingegner Mario Piotti, segnò l’avvio di una delle esperienze resistenziali più importanti dell’Italia settentrionale cattolica.

Accanto all’antifascismo liberale e cattolico, ebbe un ruolo fondamentale quello del movimento socialista e comunista, particolarmente radicato nel Bresciano già prima dell’avvento del fascismo. Tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra, la provincia era infatti attraversata da una fitta rete di leghe bracciantili, cooperative e organizzazioni operaie, che costituivano uno dei principali punti di forza del socialismo locale.

Proprio per questo radicamento, il movimento socialista fu tra i primi bersagli dello squadrismo: sedi devastate, cooperative distrutte, militanti aggrediti o costretti all’esilio politico. La già ricordata soppressione della stampa socialista, a partire da Brescia Nuova, aveva segnato la fine della sua visibilità pubblica, ma non della sua esistenza.

Durante il Ventennio, l’antifascismo socialista e comunista era sopravvissuto infatti in forme clandestine. Militanti legati al Partito Comunista d’ Italia operarono anche nel Bresciano, pur in condizioni difficilissime, mantenendo contatti con le reti antifasciste nazionali e subendo arresti, confino e sorveglianza.

Dopo l’8 settembre 1943, questa componente ricomparve con forza nella Resistenza. Accanto alle formazioni cattoliche delle Fiamme Verdi operarono infatti anche brigate garibaldine, espressione del movimento comunista e inserite nel quadro delle Brigate Garibaldi attive nell’Italia settentrionale. Nel territorio bresciano esse furono presenti soprattutto nelle aree della Valcamonica e della Valtrompia, contribuendo alla lotta armata e alla guerriglia contro le forze della Repubblica sociale italiana e dell’occupazione tedesca.

Tra i protagonisti di questa componente si possono ricordare figure come Fermo Ognibene, dirigente comunista attivo nel Nord Italia e legato anche al contesto lombardo, e altri militanti provenienti dal mondo operaio e socialista che, pur meno noti individualmente, furono fondamentali nell’organizzazione delle strutture clandestine e delle formazioni partigiane. Anche nel Bresciano, come nel resto della Lombardia, le brigate garibaldine svolsero un ruolo essenziale nelle azioni di sabotaggio, nei collegamenti clandestini e nella mobilitazione delle popolazioni locali.

Nel territorio, un esempio significativo fu rappresentato dalla 122ª Brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, che condusse azioni di guerriglia, recupero di armi e approvvigionamento direttamente nel territorio tra Brescia e le valli.

Tra i protagonisti si possono ricordare figure come Giuseppe Gheda, tra i promotori della brigata e caduto in combattimento nel 1945, e Angelo Ghidini, garibaldino originario della Val Trompia, disertore della RSI e fucilato dai fascisti. Episodi come gli scontri in Valsabbia e in Val Trompia testimoniano la presenza concreta e combattente di queste formazioni, che operarono accanto alle altre componenti della Resistenza bresciana.

In questo senso, la Resistenza bresciana non fu espressione di una sola cultura politica, ma il risultato dell’incontro tra tradizioni diverse – cattolica, liberale, socialista e comunista – che trovarono nella lotta contro il fascismo e la Repubblica Sociale Italiana un terreno comune.

CITTÀ E VALLI NELLA RESISTENZA

Non solo. La Resistenza bresciana fu particolarmente cruenta. In Valcamonica, l’eccidio e l’incendio di Cevo del 3 aprile 1944 restano fra gli episodi più terribili: dopo un’azione partigiana contro un presidio fascista, la rappresaglia portò a morti, devastazioni, case incendiate e centinaia di sfollati. È uno di quegli episodi che mostrano, senza possibilità di equivoco, che la RSI e i nazifascisti combatterono anche contro popolazioni civili, non solo contro formazioni armate.

Anche la Valsabbia fu un teatro decisivo. Nell’estate del 1944 i gruppi partigiani dell’area aderirono alle Fiamme Verdi e si riorganizzarono, mentre in agosto esplose la violenza del massacro di Bovegno, nato da una delazione e da una trappola organizzata da fascisti e tedeschi contro i comandanti partigiani.

Nell’aprile 1945, ormai alla vigilia della Liberazione, alcuni partigiani furono fucilati in Piazza Rovetta. Fu uno degli ultimi atti di violenza della Repubblica sociale italiana in città.

La geografia della Resistenza bresciana – dalle montagne della Valcamonica alla Valsabbia, passando per la Valtrompia e per finire al capoluogo – dice molto sulla struttura sociale e religiosa della provincia, ma anche sulla durezza della guerra che vi si combatté.

Nel loro insieme, questi episodi restituiscono l’immagine di una Resistenza che nel Bresciano fu insieme lotta militare e esperienza collettiva, segnata da un livello di conflitto particolarmente elevato e da un prezzo umano altissimo.

L’EPURAZIONE A BRESCIA: UNA RESA DEI CONTI INCOMPIUTA

Dopo la Liberazione dell’aprile 1945, anche a Brescia si aprì la stagione dell’epurazione, cioè del giudizio sui responsabili del fascismo e della Repubblica sociale italiana. Come nel resto del Paese, furono istituite le Corti d’Assise Straordinarie, incaricate di processare collaborazionisti, funzionari e militanti del regime coinvolti nella repressione.

Anche nel Bresciano vennero avviati numerosi procedimenti. Tra gli imputati comparvero non solo funzionari della RSI, ma anche protagonisti dello squadrismo delle origini, come Pier Alfonso Vecchia e Luigi Begnotti. Per loro le conseguenze giudiziarie furono assai blande, considerando i reati di cui si erano macchiati: processi conclusi con archiviazioni o pene lievi. Turati fu condannato ma rapidamente venne scarcerato e tornò alla vita civile. Bonardi se la cavò con la decadenza dalla carica di senatore.

Già tra il 1945 e il 1946, infatti, l’epurazione mostrò i suoi limiti strutturali. La volontà di stabilizzazione del nuovo Stato portò a una progressiva attenuazione delle responsabilità. Un passaggio decisivo fu l’amnistia del 1946, promossa dal ministro della Giustizia comunista Palmiro Togliatti, che determinò la scarcerazione o la riduzione della pena per un gran numero di imputati.

Anche a Brescia, come in gran parte d’Italia, la fine del fascismo quindi non coincise con una piena rottura con il passato.

BILANCIO STORICO

Per questo, a Brescia e nel Bresciano, il 25 aprile non può essere ridotto né a una memoria astratta né a una semplice festa civile. Qui fascismo significò violenza organizzata, conquista delle istituzioni, soffocamento della stampa, distruzione delle libertà e compromissione di settori importanti delle élite. Antifascismo significò invece una lunga resistenza di minoranze: socialiste, popolari, cattoliche, liberali, intellettuali, operaie. E Resistenza significò, infine, il passaggio dalla cospirazione e dalla testimonianza alla lotta armata, al prezzo altissimo pagato da intere comunità delle valli e della città.

Se oggi vogliamo trarre una lezione da questa storia, non dobbiamo cercarla nelle caricature polemiche o nei rituali stanchi. Dobbiamo piuttosto ricordare che il fascismo, anche a Brescia, avanzò quando la violenza fu tollerata, quando gli opportunismi delle classi dirigenti prevalsero, quando si pensò di poter usare gli squadristi per ristabilire l’ordine e poi contenerli. E dobbiamo ricordare, all’opposto, che l’antifascismo fu spesso inizialmente minoritario, isolato, ma proprio per questo essenziale. Su questo terreno, il 25 aprile continua a dire qualcosa anche al presente.

IL 25 APRILE OGGI: MEMORIA O LOTTA?

Se questa è la storia – concreta, conflittuale, scomoda – del fascismo, dell’antifascismo e della Resistenza nel Bresciano, allora il problema dell’ anniversario della Liberazione, il 25 aprile, non è semplicemente celebrativo. Non riguarda soltanto il ricordo, ma il modo in cui quel passato continua – oppure smette – di parlare al presente.

A Brescia, come nel resto d’Italia, la Liberazione è stata il risultato di una rottura: contro la violenza organizzata, contro la complicità delle élite, contro la distruzione degli spazi democratici. Non fu una rappresentazione teatrale, ma una mobilitazione reale, conflittuale, spesso minoritaria, che solo nel tempo divenne patrimonio condiviso.

È in questo senso che, oggi, una parte dei movimenti sociali e politici – tra cui Potere al Popolo – sceglie di interpretare il 25 aprile non soltanto come momento commemorativo, ma come occasione di mobilitazione. L’adesione alla manifestazione promossa dal Coordinamento Palestina di Brescia si colloca dentro questa lettura: l’idea che i valori dell’antifascismo e della Resistenza non siano soltanto memoria storica, ma criteri per leggere e prendere posizione nel presente. Questa manifestazione parla esplicitamente di “liberazione dei popoli oppressi” e collega il 25 aprile a conflitti contemporanei, a partire dalla situazione in Palestina e in Medio Oriente. È una scelta che può essere discussa, ma che pone una questione reale: se l’antifascismo è stato, storicamente, opposizione alla violenza, all’oppressione e alla negazione dei diritti, allora il problema diventa come tali principi vengano interpretati oggi.

In questa prospettiva, il 25 aprile non è solo una data, ma un terreno di confronto. Da una parte, una memoria istituzionale che tende alla cerimonia e alla celebrazione; dall’altra, una lettura che insiste sulla continuità tra passato e presente, e sulla necessità di tradurre quei valori in pratiche politiche attuali.

Forse, proprio guardando alla storia bresciana – fatta di conflitti, divisioni, scelte difficili e spesso minoritarie – si può evitare una contrapposizione sterile. La Resistenza non fu mai un blocco uniforme, ma un insieme di esperienze diverse, unite da un rifiuto comune. Anche oggi, il problema non è tanto stabilire una forma unica di memoria, quanto interrogarsi su che cosa significhi, concretamente, stare da una parte o dall’altra di quella storia.

È in questa tensione, più che nella ritualità, che il 25 aprile continua a vivere.

FILIPPO RONCHI