COSTRUIRE IL NEMICO: LA REMIGRAZIONE, IL RAZZISMO E LA POLITICA DELLA PAURA

DA ROMA A BRESCIA: UNA RISPOSTA NECESSARIA

Sabato 13 giugno, mentre a Roma sfilavano i gruppi neofascisti sostenitori della cosiddetta “remigrazione”, in numerose città italiane si sono svolte iniziative di protesta promosse da associazioni, movimenti e realtà antifasciste. Nella capitale, accanto al corteo organizzato dall’estrema destra, si sono tenute contromanifestazioni che hanno voluto ribadire un principio semplice ma fondamentale: non può esserci alcuna compatibilità tra la democrazia e un progetto politico fondato sulla discriminazione delle persone in base alla loro origine.

Anche Brescia ha risposto.

Alle ore 16, in Piazza Garibaldi, si è svolto il presidio convocato dall’Assemblea Permanente Antifascista. Hanno aderito attivisti di numerose associazioni della società civile e rappresentanti di tutte le organizzazioni della sinistra extraparlamentare cittadina, fra cui “Potere al Popolo!”.

Va registrato, per amor di precisione, che altre realtà della locale “area dei movimenti” – così come le strutture d’ apparato istituzionali del centrosinistra-  hanno preferito non partecipare all’iniziativa, pur mantenendo una propria sensibilità sui temi dell’antifascismo e dell’antirazzismo. Una scelta che non ha impedito al presidio di rappresentare un punto di riferimento per quanti ritengono necessario contrastare apertamente la cultura politica della remigrazione. Nel corso del pomeriggio si è tenuto un microfono aperto che ha visto alternarsi diversi interventi, mentre alle 17 un corteo ha attraversato corso Garibaldi, la Pallata e il quartiere del Carmine per concludersi davanti alla scuola Calini.

Una mobilitazione numericamente contenuta, ma politicamente significativa. Perché la questione posta dalla remigrazione riguarda tutti.

UNA PAROLA IPOCRITA PER UN PROGETTO PERICOLOSO

I promotori della “remigrazione” cercano di presentarla come una semplice proposta di politica migratoria. In realtà, dietro questa parola apparentemente neutra, si nasconde un progetto assai più radicale.

L’obiettivo dichiarato è infatti quello di espellere milioni di persone considerate estranee alla comunità nazionale per origine, cultura o provenienza. Non importa se siano cittadini regolari, lavoratori, studenti o famiglie radicate da anni nel nostro Paese. L’idea di fondo è che esistano persone che non appartengono veramente alla società e che, proprio per questo, dovrebbero essere allontanate.

Non siamo di fronte ad una normale discussione sulle politiche migratorie. Siamo di fronte ad un progetto che mira a trasformare il razzismo in cultura politica e l’esclusione in principio di governo.

Per questo non basta liquidare queste posizioni come folklore estremista. Le parole contano. E quando certe parole cominciano a circolare liberamente nello spazio pubblico, diventano prima argomento di discussione e poi, potenzialmente, proposta politica.

LA PAURA COME STRUMENTO DI GOVERNO

Uno dei temi emersi con maggiore forza nel presidio bresciano riguarda il rapporto tra immigrazione e lavoro.

Da anni l’immigrato viene descritto come una minaccia: minaccia alla sicurezza, all’identità nazionale, al welfare, alla cultura. Ma dietro questa rappresentazione si nasconde una realtà molto diversa.

Un lavoratore senza diritti è più ricattabile. Un lavoratore che vive nell’incertezza del permesso di soggiorno è più facilmente sfruttabile. Un lavoratore che teme l’espulsione difficilmente protesta per i salari, per gli orari o per le condizioni di lavoro.

La paura dell’immigrato diventa così uno strumento che finisce per indebolire tutti i lavoratori.

A Brescia questo dovrebbe essere particolarmente evidente. Dalla siderurgia alla meccanica, dalla logistica all’agricoltura, una parte essenziale del sistema produttivo locale si regge anche sul lavoro di migliaia di immigrati. Pensare di espellere centinaia di migliaia di persone non è soltanto moralmente inaccettabile: è economicamente assurdo.

Ma proprio questa contraddizione rivela la vera natura del progetto. Il problema non è l’economia. Il problema è costruire un nemico.

COME SIAMO ARRIVATI FINO A QUI?

Tra gli interventi ascoltati in Piazza Garibaldi è emersa una domanda che merita di essere presa sul serio: come siamo arrivati fino a qui?

Come è stato possibile che parole d’ordine un tempo relegate ai margini della politica trovino oggi spazio nel dibattito pubblico?

La risposta non può limitarsi a denunciare i gruppi neofascisti che organizzano queste manifestazioni.

Negli ultimi anni assistiamo infatti ad una progressiva normalizzazione di linguaggi e politiche che fanno dell’esclusione il proprio tratto distintivo. La criminalizzazione dei migranti, la costruzione di emergenze permanenti, la retorica dell’invasione e della sostituzione etnica hanno progressivamente contaminato il discorso pubblico ben oltre i confini dell’estrema destra.

Quando idee nate ai margini diventano accettabili nel dibattito politico generale, i movimenti più estremi trovano inevitabilmente terreno fertile per crescere.

È questo il vero problema che dobbiamo affrontare.

UN FENOMENO CHE SUPERA I CONFINI NAZIONALI

La crescita delle nuove destre radicali non è soltanto un fenomeno italiano.

Da tempo assistiamo alla costruzione di rapporti politici e culturali tra movimenti nazionalisti e forze dell’estrema destra presenti in diversi paesi europei. Nel corso del presidio è stato inoltre richiamato il dibattito, sempre più evidente, sui rapporti che alcuni esponenti dell’estrema destra europea intrattengono con il governo israeliano.

Questa convergenza rappresenta una contraddizione solo apparente. L’elemento che accomuna realtà diverse è infatti la difesa di modelli fondati sulla separazione, sull’esclusione e sulla discriminazione di intere comunità considerate estranee o ostili.

Tutto ciò segnala una questione reale: il razzismo contemporaneo non si presenta più necessariamente con i simboli del Novecento. Assume forme nuove, costruisce nuove alleanze e cerca nuove legittimazioni.

Per questo l’antifascismo del XXI secolo non può limitarsi alla memoria. Deve saper comprendere il presente.

LA DEMOCRAZIA COME PRATICA QUOTIDIANA

La manifestazione di Brescia non risolverà certo i problemi del nostro tempo. Ma ha avuto il merito di ricordare una verità essenziale.

La democrazia non vive soltanto nelle istituzioni. Vive nella partecipazione, nella mobilitazione, nella capacità dei cittadini di riconoscere i pericoli prima che diventino normalità.

Combattere il razzismo oggi significa difendere i diritti di tutti. Significa impedire che milioni di persone vengano trasformate in capri espiatori. Significa rifiutare una società fondata sulla paura, sulla discriminazione e sulla ricerca continua di un nemico.

E significa soprattutto comprendere che il fascismo non torna mai con il volto che aveva ieri.

Per riconoscerlo occorre guardare il mondo con gli occhi del presente.

EMMA RED