BRESCIA, IL BILANCIO COME NARRAZIONE: METÀ MANDATO O METÀ CAMPAGNA ELETTORALE?

Il 28 febbraio 2026, nella consueta, prestigiosa sede delle adunate della maggioranza di centrosinistra, il Teatro Borsoni, la sindaca di Brescia Laura Castelletti ha presentato il suo bilancio di metà mandato. Una cornice solenne, un impianto retorico strutturato attorno a quattro parole-chiave — sostenibilità, opportunità, comunità, vitalità — e il solito fuoco d’artificio di numeri, percentuali, obiettivi e investimenti. Ma la domanda che si è levata, fuori dal perimetro dell’area del potere, è semplice: si è trattato di un rendiconto amministrativo o di uno spot politico?

LA NARRAZIONE DEI NUMERI E LA PERCEZIONE DELLA CITTÀ REALE

Nel racconto della sindaca, il 98% delle linee programmatiche sarebbe stato avviato. Il trasporto pubblico cresce, le piste ciclabili si allungano, gli investimenti nello sport e nel diritto allo studio aumentano.

Eppure, la città percepita dai cittadini non coincide con quella raccontata dal palco.

Non convincono tante cose, in questa magistrale prolusione di Castelletti: l’ enfasi sulle prospettive di lungo periodo, rispetto alla criticità rilevabile dei problemi quotidiani; la tendenza a presentare come “nuove”, progettualità che in realtà affondano le radici nelle amministrazioni precedenti; l’ uso politico della cornice istituzionale per consolidare una leadership personale in vista del 2028.

A noi lo spettacolo ha dato l’ impressione che il bilancio di metà mandato sia stato una prova generale di ricandidatura, più che un momento di verifica amministrativa.

LA QUESTIONE DELLA CREDIBILITÀ E DEL CLIMA POLITICO

Il clima di tensione non nasce il 28 febbraio. Vogliamo qui sorvolare su questioni, pur molto pesanti, riguardanti aspetti di “politica estera comunale”, diciamo così, di cui abbiamo a suo tempo ampiamente discusso (l’approvazione della mozione IHRA il 29 gennaio 2024, la convinta partecipazione  della sindaca alla manifestazione di Roma per la guerra europea il 15 marzo 2025).

Ma, per restare nell’ orto di casa, episodi come la polemica sull’ affidamento del progetto di city branding per promuovere l’identità della città denominato “Brescia. La tua città europea”, con attività di comunicazione correlata, alla società Gummy Industries, la stessa azienda coinvolta anche nella campagna elettorale 2023 di Castelletti, o quella sull’acquisto di copie del libro del marito della sindaca da parte del Comune hanno contribuito ad alimentare un clima di diffidenza istituzionale.

Questi fatti pesano nel giudizio complessivo. Benché essi non siano illegittimi, benché non si tratti di grosse spese, parlano di opportunità politica, trasparenza, sensibilità istituzionale. Così come rivelatori risultano anche, negli ultimi tempi, il sostegno e gli elogi sperticati espressi dalla sindaca alle discutibili scelte del nuovo questore in fatto di ordine pubblico.  Tutto questo complesso di elementi diventa la lente attraverso cui leggere anche la presentazione del Borsoni: una comunicazione molto controllata, molto celebrativa, poco incline all’autocritica.

SVILUPPO PER CHI?

E non si tratta solo di insistere su metodo e consenso. Si tratta di porre una critica più strutturale. Qui il punto non è solo lo stile, ma il modello di città.

L’amministrazione si muove dentro un paradigma di sviluppo che, pur vestito di linguaggio progressista ed europeo, resta ancorato a logiche di crescita urbana, grandi progetti e attrattività, senza una vera rottura con i meccanismi che producono disuguaglianza.

Le operazioni urbanistiche e le rigenerazioni, asse portante dell’ Amministrazione Comunale, sono funzionali al mercato immobiliare più che al diritto all’abitare. La sostenibilità è declinata in chiave tecnologica e infrastrutturale, ma evitando accuratamente di entrare in conflitto con gli interessi economici consolidati. La retorica inclusiva non si traduce in un vero rafforzamento strutturale del welfare e dell’edilizia popolare.

Il bilancio di metà mandato del 28 febbraio appare dunque come l’autonarrazione di una classe dirigente che si percepisce come “progressista”, ma che governa dentro le continuità profonde del Partito Unico degli Affari. In questo senso il centrosinistra locale — pur presentandosi con un’immagine progressista — finisce per incarnare logiche oligarchiche e modelli di sviluppo poco aderenti alle esigenze popolari effettive.

IL NODO POLITICO: VERIFICA O AUTOCELEBRAZIONE?

Il problema, allora, non è tanto l’elenco dei risultati. È il tono. Un bilancio di metà mandato, per sua natura, dovrebbe essere anche un momento di analisi delle criticità: cosa non ha funzionato? Quali obiettivi sono in ritardo? Quali scelte si sono rivelate meno efficaci del previsto?

Nel discorso del 28 febbraio, questa dimensione è apparsa marginale. La cornice è stata quella di una città “che governa il cambiamento”, che cresce, che guarda all’Europa, ecc..

Ma in politica la distanza tra narrazione e percezione può essere decisiva. Una parte sempre più consistente dei cittadini non riconosce nella propria esperienza quotidiana la città descritta dal palco. Il bilancio di metà mandato si è trasformato in un esercizio autoreferenziale.

UNA DOMANDA APERTA

Certo, la manifestazione ha consolidato il fronte della maggioranza e offerto un’immagine coerente di progetto politico.

Resta però aperta la questione fondamentale: Brescia sta davvero cambiando nella direzione promessa, oppure sta semplicemente assistendo alla costruzione di una narrazione efficace?

La risposta non la daranno i numeri elencati al Teatro Borsoni. La darà, come sempre, la città reale.

EMMA RED