MEDIO ORIENTE IN FIAMME

LE VERE RAGIONI

Il conflitto che nelle ultime settimane ha visto raid israeliani e statunitensi contro l’Iran e una risposta militare da parte di Teheran segna una nuova fase di escalation nel Medio Oriente. Si susseguono attacchi contro Teheran e la città religiosa di Qom, bombardamenti israeliani nel Libano orientale e il lancio di missili e droni iraniani verso Israele e verso infrastrutture militari nel Golfo Persico. Tutto ciò indica che il confronto non riguarda più soltanto due stati, ma coinvolge l’intera architettura strategica costruita negli ultimi decenni nella regione.

Per comprendere perché Stati Uniti e Israele abbiano deciso di colpire l’Iran occorre partire da un dato politico preciso: la Repubblica Islamica rappresenta da oltre quarant’anni uno degli attori che più apertamente mettono in discussione l’ordine regionale costruito da Washington nel Medio Oriente.

Dalla rivoluzione iraniana del 1979, che pose fine al regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi — uno dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione — Teheran ha progressivamente costruito una politica estera fondata sull’autonomia strategica e sul rifiuto della subordinazione agli equilibri regionali stabiliti dalle potenze occidentali. Nel corso degli anni questo orientamento si è tradotto nello sviluppo di una capacità militare autonoma. In particolare nel campo dei missili balistici e dei droni, e nella costruzione di relazioni politiche e militari con diversi attori della regione.

Per Israele questo processo ha rappresentato la formazione di un avversario strategico capace di esercitare pressione su più fronti regionali. Per gli Stati Uniti ha significato la presenza di una potenza regionale difficilmente integrabile nell’architettura di sicurezza costruita nel Golfo Persico, fondata su basi militari, alleanze con monarchie locali e controllo delle principali rotte energetiche.

IL PUNTO DI VISTA IRANIANO

Dal punto di vista iraniano, tuttavia, la situazione viene interpretata in termini opposti. Teheran sostiene che gli attacchi israeliani contro il proprio territorio rappresentino una violazione diretta della sovranità nazionale e della sicurezza dello Stato iraniano. In questa prospettiva la risposta militare non viene presentata come un’operazione offensiva, ma come un atto di autodifesa volto a proteggere il territorio, le istituzioni e la popolazione della Repubblica Islamica. Nella dottrina strategica iraniana, infatti, l’idea di deterrenza è centrale. Se il territorio nazionale viene colpito, la risposta non resta confinata entro i propri confini. Essa mira a colpire anche le infrastrutture militari e strategiche degli avversari nella regione.

UNA LUNGA STORIA

Questa dinamica militare e strategica non può essere compresa senza guardare alla lunga storia politica che ha plasmato il Medio Oriente contemporaneo. L’attuale confronto tra Israele e Iran si inserisce infatti dentro un processo storico che attraversa oltre un secolo di trasformazioni geopolitiche nella regione.

La configurazione politica attuale del Medio Oriente affonda le sue radici nella dissoluzione dell’Impero Ottomano alla fine della Prima Guerra Mondiale nel 1918, quando Francia e Gran Bretagna ridisegnarono la carta della regione attraverso il sistema dei mandati coloniali sancito dalla Società delle Nazioni nel 1920. In quegli anni nacquero stati come l’Iraq nel 1921 e la Transgiordania nel 1921. Siria e Libano vennero posti sotto mandato francese negli anni Venti.

La Palestina fu invece posta sotto amministrazione britannica con il Mandato del 1922. Già nel 1917, con la Dichiarazione Balfour, il governo britannico aveva espresso il proprio sostegno alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Fu una decisione presa senza il consenso della popolazione araba, che costituiva allora la grande maggioranza degli abitanti del territorio.

Durante il periodo del Mandato britannico le tensioni tra popolazione araba palestinese e movimento sionista aumentarono progressivamente. L’immigrazione ebraica sostenuta dalle autorità coloniali e la costruzione di istituzioni politiche e militari sioniste modificarono profondamente gli equilibri demografici e politici del territorio.

Quando nel 1948 nacque lo Stato di Israele, il conflitto esplose apertamente. La guerra arabo-israeliana del 1948-1949 provocò l’espulsione e la fuga di circa 700.000 palestinesi dalle loro terre. L’ evento nella memoria palestinese viene ricordato come la Nakba (Catastrofe). Da allora la questione palestinese è rimasta uno dei nodi centrali della politica mediorientale. Una condizione segnata da decenni di conflitto, dall’occupazione israeliana dei territori palestinesi dopo la guerra del 1967 e dall’espansione degli insediamenti nei territori occupati.

Questo scenario storico ha progressivamente trasformato il Medio Oriente in uno dei principali spazi di confronto geopolitico del sistema internazionale. Durante la Guerra Fredda (1947-1991) la regione divenne uno dei teatri della competizione tra le grandi potenze. Gli Stati Uniti consolidarono la propria presenza attraverso alleanze militari e accordi strategici con diversi paesi arabi e con Israele, mentre l’Unione Sovietica sostenne governi e movimenti nazionalisti che cercavano di sottrarsi all’influenza occidentale.

In questo contesto la rivoluzione iraniana del febbraio 1979 rappresentò uno dei momenti più significativi della geopolitica mediorientale contemporanea. Con la nascita della Repubblica Islamica l’Iran abbandonò il ruolo di alleato strategico degli Stati Uniti e iniziò a sviluppare una propria linea politica indipendente.

Negli anni successivi il Medio Oriente fu attraversato da nuovi conflitti che modificarono profondamente gli equilibri regionali. La guerra tra Iran e Iraq (1980-1988) segnò la regione per quasi un decennio. Successivamente l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 provocò una destabilizzazione destinata a ridisegnare i rapporti di forza nell’intero spazio mediorientale.

LA STRATEGIA MILITARE IRANIANA

È dentro questa lunga evoluzione che si è formata la strategia militare sviluppata dall’Iran negli ultimi decenni. Teheran ha costruito un modello strategico fondato sull’industria militare nazionale, sulla deterrenza missilistica e sull’uso esteso di droni e capacità navali nel Golfo Persico. A questa dimensione militare si affianca una rete di relazioni politiche e strategiche con attori regionali. Ci riferiamo ad Hezbollah in Libano e a diverse formazioni presenti nello spazio iracheno, oltre che ad Hamas nella Strscia di Gaza.

Molti analisti definiscono questo modello guerra asimmetrica: non la ricerca di uno scontro diretto con potenze militarmente superiori, ma la costruzione di una pressione distribuita su più teatri, capace di rendere il confronto più complesso e meno prevedibile.

La fase di escalation militare che stiamo osservando oggi rappresenta l’espressione più recente di questa dinamica. Raid israeliani e statunitensi hanno colpito Teheran e la città religiosa di Qom, prendendo di mira edifici governativi e strutture legate al sistema politico e militare iraniano. Parallelamente l’aviazione israeliana ha bombardato il Libano orientale, in particolare la città di Baalbek nella valle della Bekaa.

La risposta iraniana non si è limitata al territorio israeliano. Missili sono stati lanciati verso il centro di Israele, inclusa l’area di Tel Aviv, mentre droni e vettori balistici sono stati diretti contro installazioni militari e infrastrutture in Qatar, Bahrain, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, paesi che ospitano importanti basi militari statunitensi.

Attacchi sono stati segnalati anche nel porto di Duqm in Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più sensibili del pianeta. Attraverso questo stretto transita una quota significativa del petrolio esportato dai paesi del Golfo Persico, rendendo quell’area uno dei punti più delicati dell’economia energetica mondiale.

COSTRUZIONE DELLA NARRAZIONE OCCIDENTALE

Accanto alla dimensione militare esiste poi un ulteriore livello del confronto: quello della narrazione politica e morale. Nel dibattito occidentale il rapporto con l’Iran viene spesso presentato attraverso la lente dei diritti umani e della natura del sistema politico della Repubblica Islamica.

Tuttavia questa argomentazione mostra anche evidenti contraddizioni. Gli stessi Stati Uniti che criticano il sistema politico iraniano mantengono da decenni relazioni strategiche molto strette con diverse monarchie del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita, dove il sistema politico rimane fortemente autoritario. Questo doppio standard alimenta nel mondo non occidentale la percezione che il tema dei diritti umani venga talvolta utilizzato come strumento politico più che come principio universale applicato in modo coerente.

A questo si aggiunge anche una crisi di credibilità morale all’interno delle stesse società occidentali. Scandali che hanno coinvolto settori dell’élite politica ed economica — come il caso Epstein negli Stati Uniti — hanno contribuito ad alimentare nel resto del mondo la percezione di una distanza crescente tra i valori proclamati dall’Occidente e le sue contraddizioni interne.

Allo stesso tempo l’immagine dell’Iran diffusa nei media occidentali è spesso ridotta a una rappresentazione semplificata del paese. Negli ultimi anni reportage indipendenti, viaggiatori e osservatori hanno mostrato una realtà sociale più complessa: città dinamiche, una popolazione giovane e istruita, università frequentate da milioni di studenti e una vita quotidiana molto più articolata di quanto emerga nel racconto mediatico dominante.

Questo non significa negare le tensioni interne o le contraddizioni della società iraniana, ma riconoscere che la rappresentazione dell’Iran è diventata nel tempo parte integrante del confronto geopolitico che attraversa il Medio Oriente.

La guerra che oggi oppone Israele e Iran non si combatte quindi soltanto con missili, droni e operazioni militari. Si combatte anche sul terreno della legittimità politica, della sovranità e della costruzione delle narrazioni.

Dietro ogni missile lanciato e ogni drone intercettato si muove una partita molto più ampia: quella per l’assetto geopolitico di una delle regioni più decisive del mondo contemporaneo.

OLGA MELODIA