A BRESCIA IL NO ALZA LA VOCE

Il 17 marzo al Teatro Borsoni non si è svolto un semplice incontro pubblico. Si è vista una cosa più rara: una base sociale che esiste, che capisce, che vuole reagire.

Sul palco, tra gli altri, Maurizio Landini ed il senatore del PD Alfredo Bazoli, ma il punto non era il palco. Il punto era la platea. Lavoratori, studenti, militanti. Non pubblico: parte sociale in movimento. E il messaggio che è uscito è netto: questo referendum non riguarda la tecnica giuridica. Riguarda chi comanda.

LA CAMPAGNA DEL SI’: PAURA, MENZOGNA, REPRESSIONE

In questi giorni la destra ha superato un limite. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è arrivata a insinuare che chi vota NO difende i pedofili. Non è propaganda. È terrorismo politico.

Si costruisce un nemico morale, lo si delegittima, lo si espone. E contemporaneamente si reprime il dissenso: si criminalizzano gesti simbolici (come bruciare un manifesto), si invoca il processo per chi protesta, si alza il livello dello scontro giudiziario contro chi sta nelle piazze. Questo è il punto: non stanno convincendo. Stanno intimidendo.

NON UNA RIFORMA. UN PROGETTO AUTOCRATICO

Questa riforma non è isolata. È un pezzo di un progetto più ampio e coerente. Un progetto che prevede: magistratura sotto controllo politico, legge elettorale truccata, premierato, cioè concentrazione del potere ed esautorazione di fatto del Parlamento. Per sintetizzare in un solo termine: autocrazia. Modello di riferimento: l’ Ungheria di Orban.

Un progetto di verticalizzazione autoritaria dello Stato. E chi pensa che si tratti di esagerazioni, che il quesito referendario non c’entra niente, non sta guardando la traiettoria. Sta guardando il singolo provvedimento.

IL PUNTO CENTRALE: NON RAFFORZARE IL NEMICO

Chiariamolo senza giri di parole. Il governo guidato da Giorgia Meloni è oggi il principale nemico delle classi popolari. Se vince questo referendum si rafforza politicamente, accelera il suo progetto, consolida il proprio blocco sociale. Per “Potere al Popolo”, quindi, il voto non è un fatto “tecnico”. Il NO è un voto politico e tattico, perché con la vittoria del NO si impedisce al nemico di avanzare.

L’AMBIGUITÀ CHE INDEBOLISCE: IL PD

Ma c’è un problema dentro il fronte del NO. Il Partito Democratico. La segretaria Elly Schlein dice fermamente e nettamente  NO, guidando in prima persona la campagna referendaria. Eppure dentro il partito si muove altro: aree “riformiste” che aprono al SÌ, associazioni che legittimano la riforma, dirigenti che dialogano con la destra su questo terreno. I soliti nomi: Stefano Ceccanti, Stefano Bonaccini, Giorgio Gori, Pina Picierno, Matteo Biffoni…

Non è solo pluralismo interno. È ambiguità politica strutturale. Quella stessa ambiguità che, dal 2023 ad oggi, ha dato vita alla “Sinistra per Israele”, alla “Sinistra per il  Jobs Act” e adesso, appunto, alla “Sinistra per il SI’”! E questa ambiguità, nei momenti decisivi, pesa sempre allo stesso modo: indebolisce il fronte sociale.

In questo contesto, peraltro, è da segnalare il silenzio della sindaca di Brescia, Laura Castelletti, a capo di una Giunta di “Campo Largo”. Ha mantenuto una posizione critica riguardo alle modalità di promozione del referendum, polemizzando per non essere stata informata ufficialmente della visita del Ministro Nordio a sostegno del “sì” il 9 marzo. Una questione di “bon ton” istituzionale, insomma. Ma non risultano ad oggi sue dichiarazioni pubbliche rispetto alla scelta referendaria. E alla manifestazione al Teatro Borsoni non si è vista. 

IL NO CHE SERVE: NON DIFESA, MA CONFLITTO

Il NO che serve però non è quello istituzionale. Non è quello delle conferenze. È quello che è apparso nelle grandi manifestazioni organizzate dai sindacati di base e da “Potere al Popolo” dall’ estate scorsa al 14 marzo e quello che si è visto- per un pomeriggio- il 17 marzo al Borsoni: consapevole, sociale, conflittuale. Un NO che sa che il referendum non chiude nulla.
Apre una fase.

In questo senso la posizione di “Potere al Popolo” è chiara: votare NO significa tenere aperto lo spazio del conflitto. Non dare vantaggi al governo, non arretrare, non normalizzare.

BRESCIA HA GIÀ SCELTO

Ed anche dal Borsoni è uscito un segnale preciso. Non una richiesta. Non un appello. Una presa di posizione. La Costituzione non si difende in astratto. Si difende dentro uno scontro reale. E questo scontro è già iniziato. Il 22-23 marzo non si vota e basta.  Si prende posizione. NO contro il progetto delle destre, contro il loro potere, per continuare a lottare.

FILIPPO RONCHI