l risultato del referendum sulla giustizia del 23 marzo 2026 non è soltanto una bocciatura tecnica di un quesito. È un fatto politico. Netto. Inequivocabile.
Il Paese reale, quello che sfugge alle narrazioni costruite nei talk show e alle campagne orchestrate dall’alto, ha detto NO. E nel farlo ha respinto non solo una proposta di riforma, ma un’intera idea di giustizia: piegata al consenso, semplificata fino alla caricatura, ridotta a terreno di scontro propagandistico.
È un NO che pesa. E pesa perché arriva controvento.
UNA VITTORIA CONTRO UN APPARATO MEDIATICO E POLITICO
Non si può comprendere il significato di questo voto senza guardare al contesto in cui è maturato. Il Governo ha mobilitato tutto ciò che aveva: il martellamento mediatico, la costruzione di un clima emergenziale permanente, l’utilizzo di ogni fatto di cronaca come leva emotiva.
Eppure non è bastato.
Il NO ha prevalso con un margine superiore alle aspettative, accompagnato da un’affluenza che smentisce anni di narrazione sull’apatia politica. Non siamo di fronte a un voto “tecnico”: siamo di fronte a una presa di parola collettiva.
Una risposta che dice, con chiarezza, che il Paese non è disposto ad accettare una giustizia trasformata in strumento di propaganda o in campo di regolazione dei rapporti di forza politici.

BRESCIA: UN CAPOLUOGO CHE DICE NO, UNA PROVINCIA CHE DICE SÌ
Dentro questo quadro nazionale, il dato bresciano merita attenzione.
In città, il NO si è imposto con una partecipazione significativa soprattutto nei quartieri più popolari e nelle aree a più alta densità giovanile. Un segnale chiaro: dove il tessuto sociale è più esposto alle contraddizioni reali – lavoro precario, caro vita, servizi sotto pressione – la risposta è stata più consapevole e politicamente orientata.
Diverso il quadro in provincia, dove in molte aree il SÌ ha addirittura nettamente prevalso, segnando una frattura che non è solo geografica, ma sociale e culturale.
Questa divaricazione racconta molto più di un semplice dato elettorale.
Da un lato, la città: più attraversata da conflitti sociali, da mobilitazioni, da reti associative e politiche che producono senso critico. Dall’altro, una parte maggioritaria della provincia più permeabile a una narrazione securitaria, semplificata, costruita sull’idea di una giustizia “rapida” e “punitiva”.
È qui che si misura la battaglia politica dei prossimi anni: nella capacità di colmare questa frattura, di portare conflitto e consapevolezza anche dove oggi prevale la lettura semplificata della realtà.
QUANDO LE ISTITUZIONI SCELGONO DI NON SCEGLIERE
In questo quadro, il silenzio della sindaca di Brescia, Laura Castelletti, non può essere archiviato come semplice prudenza istituzionale.
Nel corso della campagna referendaria non si registrano prese di posizione pubbliche nette sul merito della riforma. L’unico intervento è stato quello legato alla visita del ministro Nordio, criticata per modalità e gestione degli spazi. Una presa di posizione formale, non politica.
Ma proprio qui sta il punto.
Di fronte a un passaggio che investe direttamente gli equilibri costituzionali e il rapporto tra poteri dello Stato, scegliere di non esporsi non è neutralità: è una scelta politica. È la scelta di non rompere, di non assumere un conflitto, di restare dentro un perimetro di compatibilità che sempre più spesso coincide con quello delle classi dirigenti nazionali.
Mentre in città cresceva una mobilitazione reale , l’assenza di una parola chiara da parte della guida istituzionale segna una distanza. Una distanza tra chi governa e chi si muove. Ed è una distanza che non riguarda solo questo referendum, ma il ruolo stesso del centrosinistra nei territori. Sempre più attento, in alcune sue componenti, a non disturbare gli equilibri esistenti, sempre meno capace di rappresentare e organizzare il conflitto sociale.
LARGO FORMENTONE: IL NO DIVENTA PRESENZA
Non è un caso che, all’indomani del voto, Largo Formentone sia tornato a riempirsi.
Ieri alle 18, il presidio convocato nel cuore della città ha rappresentato qualcosa di più di un festeggiamento: è stato il segnale che questo NO non vuole restare chiuso nelle urne.
Tra le realtà presenti, anche una delegazione di Potere al Popolo, insieme ad altri soggetti sociali e politici che in questi mesi hanno animato la campagna per il NO sociale.
Una presenza che non è simbolica, ma coerente con un lavoro costruito nel tempo, nelle mobilitazioni, nelle piazze. Perché questo risultato non nasce dal nulla. È il frutto di una sedimentazione politica che oggi trova un primo sbocco visibile.

UNA SCONFITTA POLITICA PER IL GOVERNO MELONI
Questa è, senza ambiguità, una sconfitta per il Governo Meloni. Una sconfitta che non riguarda solo un referendum, ma l’intera impostazione politica di un esecutivo che ha fatto della propaganda sulla sicurezza e della torsione autoritaria delle istituzioni uno dei suoi assi portanti.
È la sconfitta di un governo che non ha un’idea di Paese: nessuna strategia industriale, nessuna politica salariale per le classi popolari, nessuna visione autonoma sul piano internazionale. Solo gestione dell’esistente, subordinazione agli equilibri geopolitici dominanti, e costruzione permanente di nemici interni.
E oggi questa fragilità emerge con forza.
MA NON BASTA: IL LIMITE DEL CENTROSINISTRA
Sarebbe però un errore leggere questo risultato come una vittoria del centrosinistra.
Al suo interno, infatti, le divisioni sono state evidenti: chi sosteneva il SÌ (Picierno&C.), chi cercava di rifugiarsi in una posizione “tecnica”, chi evitava lo scontro politico.
Ma il problema è più profondo. Perché, al di là delle dichiarazioni, nel governo reale dei territori il centrosinistra condivide spesso con la destra gli stessi legami strutturali: con le politiche europee di guerra, con gli equilibri internazionali dominati dagli Stati Uniti, con una gestione dell’economia che continua a penalizzare le classi popolari. E soprattutto, con l’accettazione di un paradigma securitario costruito dall’alto.
Il NO, quindi, non è una delega. È una domanda aperta.
DAL NO SOCIALE ALLA COSTRUZIONE DELL’ ALTERNATIVA
Dentro questo voto c’è anche qualcosa di nuovo.
È stata una grande vittoria dell’Italia che non vuole il Governo Meloni, il suo attacco alla Costituzione e alle libertà, le sue politiche di guerra, il suo servilismo verso Stati Uniti e Israele, i suoi legami con corrotti e affaristi.

È stata anche la vittoria di una generazione – quella che dalle mobilitazioni su Gaza alle piazze contro la guerra ha iniziato a prendere parola – e di tanti elettori di sinistra che sono tornati a votare per difendere principi fondamentali. Una vittoria tanto più significativa se si considera lo schieramento che sosteneva il SÌ e le divisioni interne allo stesso centrosinistra.
Ma il punto, ora, è cosa fare di questo risultato.
Come Potere al Popolo e come Comitato per il NO sociale, la sfida è chiara: non disperdere questa energia, ma organizzarla. Intercettare i giovani che si sono mossi e gli astenuti che sono tornati a votare. Trasformare i comitati in luoghi permanenti di aggregazione e resistenza.
E soprattutto, dare contenuto politico a questo NO, chiedendo le dimissioni del Governo, ribadendo il no deciso alla guerra e all’economia di guerra, pretendendo l’ attuazione piena della Costituzione nelle sue parti sociali, lottando contro la precarietà, per salari dignitosi e misure immediate contro il carovita. Solo su questa base è possibile costruire un’alternativa reale.

UN PUNTO DI PARTENZA, NON DI ARRIVO
Il NO del 23 marzo non chiude dunque una fase. La apre.
Ha mostrato che, anche dentro un contesto di dominio mediatico e di frammentazione politica, esiste ancora uno spazio per una risposta popolare autonoma.
Ma questo spazio va organizzato, radicato, difeso. Altrimenti verrà riassorbito. Per questo, oggi più che mai, il compito non è commentare il risultato. È continuarlo. Nelle piazze, nei territori, nei luoghi di lavoro. Perché quando il popolo smonta una narrazione, la vera partita comincia dopo.
FRANCESCO ROVARICH

