LA PIAZZA CHE BRUCIA

Roma, sabato pomeriggio 14 marzo. Le bandiere rosse si alzano sopra la folla mentre il corteo comincia a muoversi da Piazza della Repubblica. Tamburi, cori, fumogeni, cartelli contro la guerra. Migliaia di persone riempiono la strada, ma ciò che colpisce subito è un dato evidente: la piazza è giovane. Studenti medi e universitari, lavoratori precari, attivisti dei movimenti sociali arrivati da tutta Italia.

È la manifestazione nazionale promossa da Potere al Popolo, dall’Unione Sindacale di Base e da una galassia di collettivi e realtà della sinistra sociale, cui partecipa anche una delegazione di Potere al Popolo di Brescia. E’ la nostra manifestazione! Una piazza convocata per dire no al referendum costituzionale sulla giustizia, alla guerra, all’economia di riarmo, alle politiche del governo guidato da Giorgia Meloni.

Il corteo prende forma lentamente, poi si allunga lungo le vie del centro fino ad arrivare a Piazza San Giovanni. Striscioni, megafoni, slogan scanditi in coro. In mezzo alla folla si vedono bandiere palestinesi, cubane, venezuelane, simbolo di una solidarietà internazionale che attraversa tutta la manifestazione e che punta il dito contro le politiche del governo genocida israeliano guidato da Benjamin Netanyahu e contro l’avventurismo guerrafondaio di Trump e del suo delirante mondo Maga.

A un certo punto, tra i fumogeni e i cori, alcuni giovani bruciano manifesti con i volti di Giorgia Meloni, del ministro della Difesa Guido Crosetto e dello stesso Netanyahu. Un gesto simbolico, politico, destinato a far discutere.

Ma prima ancora delle polemiche che seguiranno, la giornata del 14 marzo consegna un’immagine precisa: una nuova generazione che torna nelle piazze, convinta che il conflitto sociale non sia un ricordo del passato ma una necessità del presente. Ciò che ha colpito più di tutto è stato infatti il volto della piazza: una presenza giovanile enorme, studenti medi e universitari, lavoratori precari, attivisti dei movimenti per la casa e per la Palestina, militanti sindacali e realtà sociali provenienti da tutta Italia.

Una composizione che restituisce l’immagine di un pezzo di paese che non si riconosce né nelle politiche del governo né nell’opposizione parlamentare, giudicata incapace di rappresentare il disagio sociale che attraversa oggi l’Italia.

CONTRO GUERRA, PRECARIETA’ ED “ECONOMIA DI GUERRA”

La piattaforma politica della manifestazione è stata chiara fin dall’inizio.

Il corteo ha gridato il suo no al referendum costituzionale sulla giustizia ed ha denunciato l’aumento delle spese militari e il coinvolgimento dell’Italia nelle strategie della NATO; la trasformazione dell’economia in una economia di guerra; il peggioramento delle condizioni sociali di lavoratori, precari e giovani; le politiche del governo Meloni favorevoli ai grandi interessi economici e penalizzanti per i settori popolari. Insomma, come riecheggiato in molti tra gli slogan più scanditi lungo il corteo: “Soldi alla sanità e alla scuola, non alle armi” e “Guerra alla guerra”.

UNA PIAZZA GIOVANE E RADICALE

Se c’è un dato politico che emerge con forza dalla giornata romana- ribadiamolo- è la presenza di migliaia di giovani. Sono loro che hanno animato la protesta Appartengono ad una generazione cresciuta tra crisi economiche, precarietà strutturale, pandemia e guerra, che anche ieri ha mostrato di voler tornare protagonista nello spazio pubblico.

La manifestazione del 14 marzo 2026, dopo quelle del 21 giugno e del 3 ottobre 2025, rappresenta un ulteriore tassello del ritorno della mobilitazione sociale nel paese, dopo anni di frammentazione e difficoltà organizzative.

I MANIFESTI BRUCIATI E LA “CACCIA ALLE STREGHE”

Nel corso della manifestazione alcuni giovani hanno dato fuoco a manifesti raffiguranti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Un gesto simbolico, chiaramente politico, che ha attirato immediatamente l’attenzione di media e autorità.

Secondo quanto riportato da varie fonti giornalistiche, alcuni dei giovani coinvolti saranno denunciati con l’accusa di vilipendio.

Ormai ci troviamo dinanzi ad una nuova caccia alle streghe contro il dissenso politico. Essa è guidata da esponenti di punta di Fratelli d’ Italia, il partito erede del “Non rinnegare, non restaurare”, che rappresentava il nucleo della linea politica di Giorgio Almirante rispetto al fascismo nel Secondo Dopoguerra. Questa è la realtà.

OLTRE LA GIORNATA

La giornata del 14 marzo lascia un dato politico evidente: una parte significativa della società italiana sta tornando a mobilitarsi contro guerra, precarietà e autoritarismo. Il corteo romano non è stato un punto di arrivo ma una delle tappe del percorso della una nuova stagione di conflitto sociale. Una stagione che dovrà continuare nelle università, nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari e nelle mobilitazioni dei prossimi mesi. Perché, come recitava uno degli striscioni più fotografati del corteo: “Se la guerra è il loro futuro, la rivolta sarà il nostro.”

INTERROGATIVO POLITICO APERTO

Ma la giornata del 14 marzo lascia soprattutto un interrogativo politico che va oltre le cronache della manifestazione.

In una fase storica segnata da guerra, precarietà e restringimento degli spazi democratici, il ritorno di migliaia di giovani nelle piazze italiane rappresenta un segnale che non può essere ignorato. La risposta repressiva — con denunce e polemiche mediatiche — costituisce l’ennesimo tentativo di delegittimare il dissenso sociale.

Proprio per questo, di fronte alla prospettiva di procedimenti giudiziari contro i ragazzi che hanno compiuto gesti simbolici di protesta, diventa necessario affermare con forza la solidarietà verso chi oggi paga il prezzo della propria opposizione politica. Perché senza conflitto sociale, senza protesta, senza la libertà di esprimere dissenso anche in forme radicali, la democrazia si riduce a un rituale svuotato di sostanza. E il progetto autocratico di Giorgia Meloni e dei suoi camerati proprio a questo mira.

REDAZIONE