Davanti agli ingressi dell’Aeroporto di Brescia-Montichiari, nella giornata di venerdì 8 maggio, lavoratori in sciopero, sindacalisti e studenti di Cambiare Rotta hanno dato vita a un presidio contro i nuovi carichi di materiale bellico previsti in partenza dallo scalo bresciano verso il Medio Oriente. Una protesta che non è nata dal nulla. C’è una consapevolezza crescente che il “D’ Annunzio” sta assumendo sempre più il ruolo di infrastruttura al servizio dell’economia di guerra e della militarizzazione del territorio.

Si tratta infatti della ennesima mobilitazione. Da mesi, ad ogni nuovo transito di materiale bellico attraverso lo scalo di Montichiari, lavoratori, attivisti e realtà pacifiste tornano a denunciare pubblicamente quanto sta avvenendo. “Brescia del Popolo” ha seguito attentamente la vicenda, raccontando la progressiva trasformazione dell’aeroporto in un nodo sempre più legato alla logistica militare
L’ 8 maggio a scioperare sono stati proprio i lavoratori che devono movimentare quei carichi. Un fatto tutt’altro che simbolico, perché significa rifiutarsi concretamente di collaborare al transito di armi e materiali destinati ai teatri di guerra. Nel comunicato diffuso dall’USB si parla apertamente di voli diretti in Kuwait e di operazioni effettuate con materiali altamente pericolosi, in condizioni che sollevano interrogativi enormi anche sul piano della sicurezza per chi lavora nello scalo e per le abitazioni circostanti.
Ma il punto politico emerso dal presidio va oltre la singola denuncia. A Montichiari si è vista un’alleanza concreta. Quella tra mondo del lavoro e studenti contro quella normalizzazione della guerra che oggi passa attraverso aeroporti, logistica, università, ricerca e produzione industriale. Mentre il riarmo europeo viene presentato come inevitabile e mentre l’economia di guerra penetra sempre più profondamente nei territori, qualcuno continua a dire no.

No alla trasformazione degli scali civili in nodi militari.
No all’idea che il profitto venga prima della sicurezza e della vita umana.
No alla pretesa che lavoratori e giovani debbano diventare ingranaggi silenziosi di un sistema che alimenta conflitti e devastazione.
Per questo il nuovo presidio di Montichiari non può essere liquidato come una semplice protesta locale. È il segnale che anche dentro una provincia segnata dalla presenza dell’industria armiera e della logistica può nascere un’opposizione sociale alla guerra. Un’opposizione che unisce generazioni diverse, che parla il linguaggio della solidarietà internazionale ma anche quello della difesa del territorio e della dignità del lavoro. Ed è il dato più importante: il fatto che, mentre tutto sembra spingere verso l’accettazione passiva della militarizzazione, c’è ancora chi sceglie di alzare la testa. Non mollare a Montichiari significa anche questo. Ce lo dimostrano i lavoratori e gli studenti che lottano contro l’economia di guerra.
EMMA RED

