LO SCIOPERO DEL 7 MAGGIO E LA CRISI INFINITA DELLA SCUOLA ITALIANA
Il 7 maggio lavoratrici e lavoratori della scuola hanno scioperato insieme a studentesse e studenti contro le politiche del ministro Giuseppe Valditara, contro la militarizzazione della società, contro la subordinazione dell’istruzione alle logiche del mercato e contro l’ennesima riforma destinata a stravolgere ancora una volta la scuola italiana.
Uno sciopero promosso dal sindacalismo di base — USB, CUB, Cobas Scuola, SGB — e sostenuto anche da Potere al Popolo!, che ha avuto il merito di riportare brutalmente alla luce una verità che il dibattito pubblico italiano cerca ostinatamente di nascondere: la scuola italiana non è affatto immobile. Anzi. Essa è probabilmente una delle istituzioni più violentemente trasformate, smontate, ricomposte, ridefinite e destabilizzate dell’intera storia repubblicana.
Da una trentina d’ anni la scuola italiana, con l’ avvento della cosiddetta “Seconda Repubblica”, vive dentro uno stato di riforma permanente. Un laboratorio incessante. Un cantiere infinito. Una struttura continuamente modificata senza mai trovare equilibrio, continuità, sedimentazione.
Ed è proprio da qui che bisogna partire per smontare uno dei luoghi comuni più ripetuti degli ultimi decenni.
LA FAVOLA DELLA “SCUOLA FERMA A GENTILE”
Quante volte lo abbiamo sentito dire: “La scuola italiana è ancora quella di Gentile”!
Lo ripetono ossessivamente gli ideologi dell’estremismo liberaldemocratico italiano: Michele Boldrin, Luigi Marattin, Carlo Calenda e tutto quel mondo politico-mediatico che da anni pretende di presentarsi come incarnazione della “modernità”, della “competenza” e del “realismo”.
Ma basta osservare la realtà per capire quanto questa formula sia ormai poco più di una chiacchiera da talk show. Dal 1994, con l’ avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, a oggi la scuola italiana ha conosciuto: le riforme D’ Onofrio, Bassanini-Berlinguer con l’autonomia scolastica; la riforma Moratti che smontava parzialmente la riforma Berlinguer; la riforma Fioroni che smontava parzialmente la riforma Moratti; la riforma Gelmini che smontava le riforme Fioroni e Moratti; la “Buona Scuola” che squassava tutto con l’alternanza scuola-lavoro. E poi i PCTO; la digitalizzazione; i nuovi sistemi di valutazione; le riforme degli istituti tecnici; i nuovi orientamenti curriculari; le continue norme applicative ministeriali che si succedono quasi senza soluzione di continuità.

Non esiste nulla di “fermo”. Semmai esiste l’opposto: una “mobilitazione riformatrice permanente”. E qui emerge il primo grande paradosso.
UN FENOMENO SENZA PRECEDENTI STORICI
Questa trasformazione continua rappresenta uno sconcertante fenomeno tutto italiano. Non ha veri precedenti storici e soprattutto non trova riscontri comparabili, per intensità e continuità, nei principali sistemi scolastici occidentali contemporanei.
Negli altri paesi europei le riforme esistono, naturalmente. Ma normalmente si sviluppano entro orizzonti temporali lunghi, con maggiore stabilità, attraverso adattamenti lenti e progressivi, senza quella continua sensazione di demolizione-rifondazione che caratterizza invece la scuola italiana.
In Italia, al contrario, ogni ministro sembra avvertire il bisogno quasi compulsivo di “lasciare il segno”, riscrivere programmi, ridefinire strutture, modificare lessici, introdurre nuove priorità, cambiare parametri valutativi, reinventare il rapporto tra scuola e società.
La scuola è diventata il luogo privilegiato di un riformismo nevrotico e di un delirio narcisistico per cui ogni ministro dell’ Istruzione (un tempo Pubblica, oggi non più nemmeno nella denominazione, che altrimenti risulterebbe “socialista”) ambisce a definire la “sua” riforma come “la più importante dopo quella di Giovanni Gentile”… E di simili ministri se ne sono susseguiti una ventina in trent’anni…
Eppure la propaganda liberaldemocratica continua a ripetere che nulla sarebbe cambiato davvero. Al centro c’è una delle ossessioni simboliche, quella del liceo classico che eserciterebbe tuttora una sorta di “egemonia culturale” nell’ ambito del sistema scolastico, quando ormai è ridotto ad una realtà marginale. Si continua a combattere un fantasma.
È qui che il discorso dei Boldrin, Marattin e Calenda rivela tutto il proprio carattere ideologico. Perché il loro schema è sempre lo stesso: la liberalizzazione non basta mai; la meritocrazia non basta mai; il mercato non basta mai; la competizione non basta mai; la managerializzazione non basta mai. Ogni riforma viene subito dichiarata insufficiente. Ogni trasformazione deve essere seguita da una nuova trasformazione. Ogni equilibrio deve essere nuovamente sconvolto.
L’IDEOLOGIA CHE SI FINGE PRAGMATISMO
Il tratto più impressionante del liberaldemocratismo italiano è forse proprio questo:
la sua incapacità di riconoscersi come ideologia.
Esso si presenta sempre come semplice “buon senso”, come pragmatismo, come modernizzazione inevitabile. Eppure il suo linguaggio è rigidamente dogmatico: competenze; performance; eccellenza; competitività; capitale umano; flessibilità; occupabilità; valutazione; produttività.
Dietro questa terminologia apparentemente neutra si nasconde invece una precisa visione dell’essere umano e della società. La scuola viene progressivamente reinterpretata come: macchina di preparazione alla produzione economica, dispositivo di adattamento al mercato, strumento di selezione competitiva, infrastruttura funzionale alle esigenze delle imprese.
Ed è significativo che proprio la piattaforma dello sciopero del 7 maggio abbia colpito il cuore simbolico di questa ideologia, rifiutando esplicitamente la riduzione degli studenti a “capitale umano”. Quella formula apparentemente tecnica — “capitale umano” — è in realtà rivelatrice. Perché trasforma le persone in risorse, l’ educazione in investimento, il sapere in prestazione, la formazione in addestramento.

IL GRANDE GIOCO DEGLI SPECCHI
Eppure i Boldrin-Marattin-Calenda altro non sono che la punta di lancia sfrenata di un’impostazione ideologica largamente condivisa nell’ essenziale da tutti gli schieramenti politici istituzionali.
A questo punto emerge una verità che il sistema politico italiano cerca continuamente di occultare. Tra centrodestra e centrosinistra esiste certamente uno scontro politico, benchè largamente ritualizzato, su molte questioni.
Ma sulla scuola, da decenni, domina soprattutto un gigantesco gioco degli specchi. Cambiano i governi, i ministri, le formule, gli slogan, i lessici. Ma l’impostazione di fondo rimane sorprendentemente simile.
Le riforme di Letizia Moratti, Mariastella Gelmini, Maria Chiara Carrozza, Stefania Giannini, Giuseppe Valditara e di tutti gi altri citati in precedenza appaiono spesso differenti sul piano retorico, ma condividono un medesimo orizzonte culturale. Quello dell’aziendalizzazione, della managerializzazione, dell’adattamento al mercato, della centralità delle “competenze”, della subordinazione crescente dell’istruzione alle esigenze economiche.
Persino quando mutano le parole d’ordine, resta immutata l’idea fondamentale:
la scuola deve essere sempre più “funzionale”. Funzionale a qualcosa che si trova fuori da essa: l’impresa, il mercato, la competitività internazionale, la produzione. Oggi perfino l’economia di guerra.
TECNICI, LICEI E LA NUOVA DIVISIONE SOCIALE
La piattaforma dello sciopero del 7 maggio ha colto allora un punto molto profondo quando sostiene che le riforme recenti non separano semplicemente percorsi scolastici differenti, ma tendono a costruire funzioni sociali differenti. Da una parte istituti tecnici e professionali sempre più piegati alle esigenze produttive territoriali. Dall’altra licei investiti di una funzione identitaria e ideologica.

Che questa lettura sia condivisa o meno, essa ha il merito di riportare al centro una categoria completamente rimossa dal discorso pubblico dominante: la classe sociale.
Per anni ci è stato raccontato che la scuola dovesse diventare “fluida”, “orizzontale”, “meritocratica”. Eppure proprio mentre il linguaggio della meritocrazia diventava egemonico, le disuguaglianze sociali si irrigidivano sempre di più.
La promessa liberaldemocratica era: “più competizione produrrà più libertà”. La realtà che molti insegnanti osservano quotidianamente sembra invece molto diversa: frammentazione, solitudine, precarietà culturale, impoverimento simbolico, perdita di senso.
LA SCUOLA STANCA
Ed è forse qui che si trova il punto più doloroso della questione.
Chiunque frequenti oggi una scuola secondaria italiana percepisce qualcosa che difficilmente compare nei dibattiti televisivi o nei documenti ministeriali. Non è semplicemente degrado. Anzi, spesso gli edifici sono più puliti, più ordinati, più tecnologici, più curati di quanto non fossero decenni fa.
Eppure si respira sempre più frequentemente una strana atmosfera fatta di un misto di stanchezza, rassegnazione, noia, disagio, sospensione. Come se dentro la scuola italiana si fosse lentamente insinuata una gigantesca perdita di significato. Gli studenti attendono il diploma come liberazione. Molti docenti attendono la pensione come liberazione.
E nel mezzo si allarga un senso di precarietà psicologica che non riguarda soltanto i singoli individui, ma l’esperienza scolastica nel suo complesso. Le difficoltà emotive e relazionali aumentano ovunque. Il disagio attraversa studenti, insegnanti, famiglie.
Eppure il dibattito pubblico continua a rispondere imperterrito quasi esclusivamente con nuove riforme, nuovi protocolli, nuovi dispositivi valutativi, nuove parole d’ordine efficientistiche sempre più insopportabili nella loro retorica. Come se il problema fosse sempre tecnico e mai umano.
LA SCUOLA E LA GUERRA
La piattaforma dello sciopero del 7 maggio ha introdotto poi un tema che molti considereranno radicale, ma che non può essere liquidato superficialmente: il rapporto crescente tra scuola, militarizzazione e clima bellico.
L’Europa contemporanea torna a parlare di riarmo, di leva, di sicurezza, di mobilitazione, di economia di guerra. E inevitabilmente anche la scuola viene trascinata dentro questa trasformazione culturale.
Quando il welfare arretra mentre aumentano le spese militari; quando il lessico della competitività permanente invade ogni ambito della vita sociale; quando l’educazione viene reinterpretata soprattutto come produzione di forza lavoro adattabile e disciplinata, allora il problema scolastico non può più essere separato dal modello di società che si sta costruendo. Perciò lo sciopero del 7 maggio ha assunto un significato profondo.
A Brescia, il presidio convocato da USB Pubblico Impiego Scuola in piazza Paolo VI si è inserito dentro una giornata di oltre cinquanta mobilitazioni diffuse da Nord a Sud nelle principali città italiane, riassumendo plasticamente il senso della protesta: contro la riforma degli istituti tecnici, contro i tagli al sostegno, contro la militarizzazione delle scuole, “per una nuova scuola pubblica statale che metta al centro lavoratrici, lavoratori, studentesse e studenti”. Una piattaforma radicale, certamente, ma capace di riportare alla luce un conflitto reale che attraversa ormai in profondità il mondo della scuola. Non soltanto protesta sindacale. Ma tentativo — ancora confuso, ancora parziale, ancora contraddittorio — di opporsi a una lunga trasformazione antropologica.

LA SCUOLA SARÀ LIBERATA?
“La scuola oltraggiata! La scuola spezzata! La scuola martirizzata! Ma la scuola sarà liberata!”
La celebre formula- da cui abbiamo preso spunto per il titolo di questo articolo- pronunciata dal Generale Charles de Gaulle nella Parigi liberata dai nazisti nell’agosto 1944 (Paris, Paris outragé! Paris brisé ! Paris martyrisé! Mais Paris libéré!) evocava una città devastata ma ancora viva. Oggi nessuno vuole paragonare la condizione della scuola italiana a una guerra di occupazione.
Ma è difficile negare che essa appaia sempre più come un’istituzione logorata da decenni di sperimentazioni continue, da un riformismo compulsivo, dall’invasione incessante del linguaggio economico, dalla perdita progressiva di un orizzonte culturale condiviso. E dall’ incistarsi di uno stuolo di “burocrati della didattica, della valutazione e del merito” che deve giustificare in qualche modo la propria esistenza sfornando, sempre nello stesso linguaggio stereotipato, ogni due-tre anni, massimo quattro, nuovi moduli, nuove “piattaforme online”, nuove etichette da appiccicare su ogni percorso didattico che il docente intenda intraprendere.
Forse il problema della scuola italiana non è affatto la sua immobilità. Forse il problema è esattamente il contrario: averla trasformata troppo, troppo in fretta, troppo continuamente, senza mai lasciarle il tempo di respirare. E andando sempre nella stessa direzione distruttiva precedentemente descritta.
Ed è possibile che proprio da qui nasca quella stanchezza profonda che oggi attraversa studenti e docenti. Una stanchezza che nessuna “innovazione”, nessuna “performance”, nessuna “eccellenza” riuscirà mai a guarire. Perché il sapere non può sopravvivere a lungo se viene ridotto soltanto a funzione economica. E perché una scuola privata della propria anima finisce inevitabilmente per diventare un luogo dove tutti aspettano soltanto di andarsene.
FILIPPO RONCHI

