DOPPIO PRESIDIO
La giornata del 4 novembre a Brescia ha visto, oltre alla grigia celebrazione istituzionale del mattino con autorità e picchetti militari schierati per dovere d’ ufficio in Piazza Loggia, due affollati presidi nel centro storico. Ad entrambi “Potere al Popolo” ha partecipato, contribuendo alla loro riuscita.

L’ ANTEFATTO DEL PRIMO PRESIDIO
Ma c’era stato un antefatto che aveva spronato le mobilitazioni a Brescia e in una quarantina di altre città italiane.
Il MIM (Ministero dell’ Istruzione e del Merito) aveva cancellato all’ ultimo momento un corso di aggiornamento promosso dall’ Osservatorio contro la militarizzazione sul tema “4 novembre, la scuola non si arruola”. Improvvisamente non risultava più attivo sulla “piattaforma Sofia”, indispensabile per dare validità al corso stesso e consentire così ai docenti di frequentarlo.
Una decisione gravissima che aveva impedito agli insegnanti di esercitare la libertà di formazione e che, di fatto, ha messo in discussione la stessa libertà di insegnamento. Questo il clima che si respira nell’ Italia di oggi.
Vista la gravità della situazione, docenti, studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori volevano dare una risposta a questo gravissimo attacco alla democrazia.
In tale quadro, l’Osservatorio aveva deciso di rafforzare i presidi e i cortei previsti in tante località per il 4 pomeriggio.
IL PRIMO PRESIDIO
Il primo presidio dunque, svoltosi nel tardo pomeriggio dinanzi alla Prefettura in Piazza Duomo, era stato indetto da alcune realtà cittadine della sinistra extraparlamenetare.
Gli esponenti delle organizzazioni che avevano dato vita all’ iniziativa- ilCollettivo Autonomo Gardesano, l’Unione Sindacale di Base e Potere al Popolo, il Fronte della Gioventù Comunista, il Collettivo Assenze Ingiustificate- hanno criticato nei loro interventi l’ingresso, sempre più frequente, delle forze armate nelle scuole per promuovere il militarismo e per arruolare nuove reclute.

Hanno denunciato inoltre come la commemorazione del 4 novembre abbia subito negli ultimi anni una intonazione sempre più caratterizzata dalla retorica nazionalista e bellicista.
In un periodo storico molto buio come quello che stiamo vivendo, contrastare questo tipo di impostazione significa opporsi alla guerra, mentre l’Unione Europea parla apertamente di riarmo. La guerra è tornata ad essere realtà attuale anche nel Vecchio Continente.

MITO E REALTA’ DELLA GRANDE GUERRA
Alcuni interventi hanno approfondito quindi la critica all’ impostazione attuale della commemorazione del 4 novembre.
I partecipanti alla mobilitazione hanno voluto infatti onorare non solo i soldati proletari che caddero nelle trincee e sui campi di battaglia a centinaia di migliaia. Hanno voluto ricordare anche chi si batté contro la Grande Guerra.

Si continua a credere che milioni di italiani, mossi da sentimento patriottico, si sarebbero precipitati a combattere per il completamento dei “sacri confini”.
Alcune cifre rendono invece bene l’idea non solo di cosa sia stata la guerra per gli italiani, ma anche la straordinaria vastità dei gesti di ribellione che i civili e i soldati del nostro Paese misero in campo per opporsi o sfuggire alla strage.
Intanto i numeri finali della guerra: 700.000 morti, 1 milione di feriti, di cui circa la metà invalidi permanenti. In un esercito composto per la metà da contadini (2,5 milioni di uomini delle campagne a cui vanno aggiunti operai, piccoli artigiani e minatori, studenti…) ci furono 400.000 soldati processati per insubordinazione e autolesionismo, 100.000 invece i processi per renitenza alla leva (senza contare le decine e decine di migliaia a carico degli emigrati).
Ancora di più furono le denunce degli ufficiali verso i sottoposti: quasi 900.000. Tra i processati circa 170.000 vennero condannati, 16.000 all’ergastolo e 750 almeno a morte (difficile stabilire quanti soldati vennero fucilati sul posto durante i combattimenti o le fughe).
Seicentomila soldati italiani vennero fatti prigionieri e, anche a causa del comportamento del governo italiano che li trattò da codardi e impedì sostanzialmente l’invio di pacchi viveri tramite la Croce Rossa, 100.000 morirono durante la prigionia. Durante il periodo di comando del gen. Cadorna- spietato Signore della Guerra posto a capo dello Stato Maggiore dell’ esercito- crepavano circa 1100 persone al giorno.
Intanto, nel fronte interno, centinaia di migliaia di italiani, di cui nessuno vuole ricordarsi, scendevano per le strade e per le piazze (le fonti parlano di centinaia di manifestazioni tra il 1914 e il 1917) per protestare contro la partecipazione alla guerra dell’Italia. Contro di loro si scatenò la dura repressione di polizia e carabinieri. Questa la verità storica, se si vuole conoscerla tutta e fino in fondo.
IL SECONDO PRESIDIO
Sempre nella serata di martedì 4 novembre, in una sorta di staffetta, alle 20 si sono ritrovati in Piazza della Loggia, davanti alla Stele dei Caduti, i partecipanti ad un altro presidio convocato dall’Assemblea Permanente Antifascista.

Esso si era reso necessario per riaffermare i valori di memoria e democrazia legati a uno dei luoghi simbolo dell’antifascismo bresciano, mentre in Piazza Vittoria si svolgeva la manifestazione promossa da “Brescia Identitaria” e rilanciata dalla “Rete dei Patrioti”, insomma dalle formazioni della destra neofascista locale, per esaltare la ricorrenza del 4 novembre.
UNA VISIONE SUPERATA E IRREALISTICA
Alcuni “camerati” hanno compiuto il loro “ammassamento”, con le consuete modalità “marziali” e da sbandieratori del Palio di Siena, presso il “Masso dell’Adamello”.

Non hanno trovato di meglio che far volteggiare tanti tricolori e rispolverare tutta la retorica stantia del Ventennio: dal motto degli Arditi “È meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora”, all’ “omaggio agli eroi che resero grande la nostra Nazione”; dall’ esaltazione della “valenza patriottico-militare del 4 novembre”, alla riesumazione del “primigenio spirito nazionalista della Vittoria Italiana”… Folklore, dirà qualcuno. Sì, ma non innocuo.
FRANCESCO ROVARICH

