OTTANT’ANNI DI REPUBBLICA

Il 2 giugno 1946 gli Italiani e le Italiane furono chiamati a compiere una scelta destinata a segnare il futuro del Paese: Monarchia o Repubblica? A ottant’anni di distanza, quella scelta continua a suscitare discussioni. C’è chi ritiene che il passaggio alla Repubblica abbia rappresentato una svolta decisiva nella storia nazionale e chi sostiene invece che poco o nulla sarebbe cambiato se la Corona fosse rimasta al suo posto.

Forse oggi, liberati dalle passioni che accompagnarono quel voto, possiamo affrontare la questione con maggiore serenità. Più che discutere astrattamente dei pregi e dei difetti delle due forme istituzionali, vale la pena interrogarsi sul loro concreto bilancio storico. Cosa hanno rappresentato per l’Italia gli ottantacinque anni della Monarchia e cosa hanno significato gli ottant’anni della Repubblica?

LA MONARCHIA E LA COSTRUZIONE DELLO STATO UNITARIO

Nessun giudizio storico serio può negare il ruolo svolto dalla Monarchia sabauda nella costruzione dell’Italia unita.

La Casa Savoia fu protagonista del processo risorgimentale che portò all’unificazione nazionale e accompagnò il Paese nei suoi primi decenni di vita. Sotto la Monarchia si consolidarono le istituzioni dello Stato, si svilupparono le infrastrutture, crebbe l’alfabetizzazione e prese forma un mercato nazionale.

Ma la storia di una dinastia non può essere giudicata soltanto dai suoi successi. Deve essere valutata anche alla luce delle sue responsabilità.

UNA DINASTIA FORGIATA DALLE ARMI

La Casa Savoia fu, fin dalle sue origini, una dinastia profondamente legata alla dimensione militare.

Per secoli la forza delle armi rappresentò uno degli strumenti fondamentali della sua espansione politica. Non sorprende quindi che anche l’Italia monarchica abbia spesso individuato nella guerra uno strumento di affermazione nazionale e di prestigio internazionale.

Gli ottantacinque anni della Monarchia furono infatti segnati da una lunga successione di conflitti e lacerazioni.

Vi furono le campagne coloniali di fine Ottocento, culminate nella disastrosa sconfitta di Adua. Vi fu l’ atroce repressione delle proteste popolari del 1898, quando l’esercito venne impiegato contro i cittadini che chiedevano pane e lavoro , ma furono presi a cannonate. Vi fu la sanguinosa conquista della Libia.

E vi fu soprattutto la Prima Guerra Mondiale, presentata come il compimento del Risorgimento e la “Quarta Guerra d’Indipendenza”, ma costata al Paese centinaia di migliaia di morti e ferite profonde che avrebbero segnato la vita nazionale per decenni.

LA RESPONSABILITÀ DELLA MONARCHIA NEL FASCISMO

Tuttavia il vero banco di prova della Monarchia italiana fu il rapporto con il fascismo.

Nel 1922 Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d’assedio che avrebbe potuto fermare la marcia su Roma e affidò il governo a Benito Mussolini. Da quel momento la Corona cessò di essere semplice spettatrice degli eventi e divenne parte integrante del sistema politico che rese possibile l’affermazione della dittatura.

Per vent’anni il Re rimase sul trono mentre venivano abolite le libertà costituzionali, sciolti i partiti, perseguitati gli oppositori e costruito uno Stato totalitario.

La Monarchia condivise inoltre tutte le principali scelte del regime: la guerra d’Etiopia, l’invasione dell’Albania, le leggi razziali del 1938 e l’ingresso nella Seconda guerra mondiale.

Solo quando il fascismo era ormai al tramonto e la guerra era perduta in modo catastrofico la Corona cercò di prendere le distanze da Mussolini. Ma agli occhi di milioni di italiani quella scelta apparve tardiva e insufficiente.

IL GIUDIZIO DEL 2 GIUGNO 1946

Per comprendere il significato del referendum del 1946 occorre ricordare un fatto spesso dimenticato.

Gli italiani non erano chiamati a scegliere fra una monarchia ideale e una repubblica ideale. Non votavano sulla monarchia britannica, svedese o spagnola. Non si pronunciavano su una teoria costituzionale.

Erano chiamati a giudicare la Monarchia italiana e il ruolo che essa aveva svolto nella storia del Paese.

Per questo la vittoria della Repubblica non rappresentò soltanto una scelta istituzionale. Fu anche un giudizio storico sulla Casa Savoia e sulle responsabilità che essa aveva accumulato nel corso dei decenni precedenti.

GLI OTTANT’ANNI DELLA REPUBBLICA

La Repubblica non è stata perfetta. Nessuno potrebbe sostenerlo seriamente.

L’Italia repubblicana ha conosciuto la criminalità mafiosa, la corruzione, terrorismi e stragi- oltretutto architettati con l’ apporto di forze internazionali esterne che mal tolleravano la sua indipendenza su questioni cuciali, infine una crescente disaffezione verso la politica.

Molte promesse contenute nella Costituzione restano ancora oggi incompiute. Le disuguaglianze sociali persistono, il lavoro è diventato più precario e la partecipazione democratica appare più fragile rispetto al passato.

Eppure esiste un dato storico che merita di essere sottolineato.

In ottant’anni di Repubblica l’Italia non ha più conosciuto dittature. Non ha più visto la soppressione delle libertà fondamentali. Non ha più vissuto guerre combattute sul proprio territorio.

Intere generazioni di italiani hanno attraversato la loro vita senza sperimentare ciò che aveva segnato quasi tutte le generazioni precedenti: la guerra, l’occupazione militare, la perdita delle libertà civili.

UN RECORD NELLA STORIA ITALIANA

Forse è proprio questo il risultato più straordinario della Repubblica.

Se allarghiamo lo sguardo all’intera storia della penisola italiana, dalle città comunali agli Stati regionali del Rinascimento, dalle dominazioni straniere al Risorgimento, non troviamo un periodo altrettanto lungo caratterizzato dalla pace interna e dalla continuità delle istituzioni democratiche.

Sempre la storia italiana era stata segnata da guerre, invasioni, conflitti.

La pace non è stata la regola della nostra storia. È stata l’eccezione.

Per questo motivo gli ottant’anni trascorsi dal 1946 a oggi rappresentano un fatto storico di eccezionale importanza. Probabilmente il più lungo periodo di stabilità, libertà politica e pace che gli italiani abbiano conosciuto nella loro storia unitaria e, ribadiamolo, nell’intera storia della penisola.

UNA CONQUISTA DA DIFENDERE

Celebrare il 2 giugno non significa ignorare i problemi del presente né trasformare la Repubblica in un mito intoccabile.

Significa piuttosto riconoscere il valore di una conquista storica che troppo spesso viene data per scontata.

La Repubblica nata dalla Resistenza e dalla Costituzione del 1948 non si fondava soltanto sulla democrazia politica. Essa conteneva anche una forte idea di democrazia sociale, fondata sul lavoro, sulla solidarietà, sull’uguaglianza sostanziale tra i cittadini e sulla riduzione delle disuguaglianze economiche.

Difendere oggi la Repubblica significa quindi non soltanto preservare le libertà democratiche conquistate ottant’anni fa, ma anche impedire che venga progressivamente svuotato quel progetto di giustizia sociale che costituisce uno dei nuclei fondamentali della Costituzione.

In un’epoca segnata dalla crescita delle disuguaglianze, dalla precarizzazione del lavoro e dal prevalere di logiche economiche che tendono a subordinare i diritti sociali alle esigenze del mercato, dal restringimento degli spazi di libertà ad opera di potenti oligarchie economiche e finanziarie, tornare allo spirito originario della Costituzione significa riaffermare il valore della partecipazione democratica, della pace e della solidarietà.

Non si può tuttavia ignorare come la Repubblica italiana di oggi appaia spesso lontana dagli ideali che ne ispirarono la nascita. L’aumento delle disuguaglianze sociali, l’indebolimento dei diritti del lavoro, il progressivo ridimensionamento del welfare e il ritorno della guerra come strumento ordinario della politica internazionale pongono interrogativi profondi sulla fedeltà delle istituzioni ai principi sanciti dalla Costituzione.

L’articolo 3, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza dei cittadini, e l’articolo 11, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, appaiono oggi più che mai attuali e, al tempo stesso, più che mai bisognosi di essere difesi.

È questa la convinzione che anima l’impegno delle realtà sociali, politiche e di lotta — di cui “Brescia del Popolo” si considera parte — che continuano a battersi per una Repubblica fedele ai principi del 1948.

Per esse, la difesa della pace, della democrazia e dei diritti sociali non costituisce soltanto una scelta politica contingente, ma un modo concreto di dare attuazione ai valori fondativi della Repubblica.

Ottant’anni dopo il referendum del 2 giugno 1946, la questione non è più scegliere tra Monarchia e Repubblica. La storia ha già pronunciato il suo verdetto. La vera sfida del presente è fare in modo che la Repubblica continui ad essere non soltanto una forma istituzionale, ma una comunità democratica capace di garantire pace, libertà, lavoro e democrazia sociale.

Per questo il 2 giugno non deve essere soltanto un’occasione di memoria. Deve essere anche un momento di impegno civile e politico. Perché la Repubblica migliore non appartiene soltanto al passato: è ancora una conquista da realizzare e per la quale continuare a lottare.

FILIPPO RONCHI