Ci sono parole davanti alle quali sembrerebbe impossibile dividersi. Antisemitismo è una di queste. Perchè l’ antisemitismo è stata una delle forme più antiche, persistenti e criminali del razzismo europeo; perchè ha prodotto persecuzioni, pogrom, leggi razziali e infine la Shoah; perchè ancora oggi ogni aggressione, minaccia, discriminazione nei confronti di una persona in quanto ebrea deve essere contrastata senza esitazioni. Proprio per questo, però, occorre fare attenzione quando la lotta contro l’antisemitismo viene trasferita dal terreno della difesa delle persone a quello della tutela di uno Stato, di un governo o di un’ideologia politica. È esattamente attorno a questo confine che si sta combattendo la battaglia sul cosiddetto DDL Antisemitismo.
Il provvedimento, approvato dal Senato il 4 marzo scorso e ora all’esame della Camera come A.C. 2830, ha provocato una mobilitazione nazionale. Anche Brescia è scesa in piazza in Largo Formentone, insieme ad altre decine di città italiane, il 9 settembre, dietro una parola d’ordine inequivocabile: «Il dissenso non si silenzia, la solidarietà non si processa».

Il punto sollevato dai manifestanti è semplice: criticare Israele non significa odiare gli ebrei. Essere antisionisti non significa essere antisemiti. Contestare le scelte di un governo non significa perseguitare un popolo. Ma se queste distinzioni vengono meno, il problema riguarda tutti.
L’ANTISEMITISMO ESISTE. ED È PROPRIO PER QUESTO CHE NON VA CONFUSO CON ALTRO
Vale la pena partire dalla definizione-base dell’International Holocaust Remembrance Alliance: l’antisemitismo è una determinata percezione degli ebrei che può manifestarsi come odio nei loro confronti. Fin qui il terreno dovrebbe essere comune.
Un ebreo insultato perché ebreo è vittima di antisemitismo. Una sinagoga attaccata in quanto luogo di culto ebraico è vittima di antisemitismo. Attribuire agli ebrei sparsi per il mondo, in quanto tali, complotti, colpe collettive o responsabilità per ciò che accade in ogni parte del pianeta è antisemitismo.
Ma Israele non è «gli ebrei». Israele è uno Stato. Ha un governo, un esercito, istituzioni, partiti, una politica estera. E, come qualunque altro Stato del mondo, può essere criticato, anche radicalmente. Di ragioni per farlo, dinanzi a quanto è accaduto e sta tutt’ oggi accadendo a Gaza e in Cisgiordania, ce ne sono più che a sufficienza.
Il sionismo, a sua volta, è un movimento politico e storico. Non è una religione e non coincide automaticamente con l’identità ebraica. La distinzione non è una sottigliezza accademica. È il cuore della questione.
COSA DICE IL DDL
Qui conviene sgombrare il campo dalle esagerazioni.
Il testo approvato dal Senato non stabilisce che da domani le Questure potranno automaticamente proibire le manifestazioni pro Palestina. Non ordina la cancellazione entro sessanta giorni dei filmati provenienti da Gaza. Non introduce una norma che taglia i finanziamenti alle università dissenzienti. Sostenere che queste cose siano scritte nella legge significherebbe offrire ai suoi sostenitori il più facile degli argomenti per liquidare tutte le critiche.
Il problema vero è un altro.
L’articolo 1 adotta infatti la definizione operativa IHRA e precisa espressamente che essa comprende anche i suoi «relativi indicatori», che diventano necessari ai fini dell’applicazione della legge. Contemporaneamente, lo stesso articolo afferma che restano la libertà di critica politica e di espressione, nonché le libertà di riunione e associazione.
Ed eccoci davanti alla contraddizione che merita di essere discussa. Chi stabilirà concretamente dove finisce quella libertà e dove comincia l’antisemitismo quando il metro utilizzato saranno gli indicatori IHRA?
SISTEMA DI MONITORAGGI E “POLIZIA DEL PENSIERO”
Anche qui atteniamoci alle parole della legge.
La Strategia nazionale dovrà utilizzare una banca dati già esistente anche per monitorare gli episodi di antisemitismo.

Dovranno essere previste misure contro la diffusione online del linguaggio d’odio antisemita.
Nelle scuole saranno promosse attività formative e didattiche riferite alla definizione adottata dalla legge e gli istituti dovranno comunicare le azioni messe in campo a seguito del monitoraggio degli episodi.
Le università dovranno adottare misure di prevenzione, monitoraggio e contrasto e potranno persino individuare al proprio interno un soggetto incaricato della verifica e del monitoraggio delle azioni intraprese.
A questo punto una domanda diventa perfettamente legittima: che cosa verrà monitorato?
Un insulto contro un ebreo in quanto tale? Giustamente. Una scritta contro una sinagoga? Giustamente. Ma una conferenza universitaria contro il sionismo? Una richiesta di boicottaggio accademico delle università israeliane? Una richiesta di boicottaggio di prodotti israeliani? Una manifestazione nella quale si definisca Israele uno Stato razzista e genocida? Una lezione nella quale si sostenga che la nascita dello Stato israeliano abbia comportato l’espulsione della popolazione palestinese accompagnata da orrendi massacri?
È precisamente qui che la definizione adottata smette di essere una questione terminologica e diventa una questione politica.
IL PARADOSSO DELLA DESTRA ITALIANA
C’è poi un elemento che rende questa vicenda quasi surreale.
Una parte della destra italiana proveniente dalla storia del Movimento Sociale Italiano si presenta oggi in prima fila nella battaglia contro l’antisemitismo. Benissimo. Ogni tradizione politica può cambiare e dovrebbe essere salutato positivamente l’abbandono definitivo dell’antisemitismo. Ma proprio per questo la memoria non può essere selettiva.
Giorgio Almirante, il politico ammirato da Giorgia Meloni e dai suoi, fu segretario di redazione della Difesa della Razza, una delle pubblicazioni simbolo della propaganda razzista fascista. La fiamma tricolore del Movimento Sociale Italiano è sopravvissuta attraverso le trasformazioni della destra postfascista fino alla simbologia politica contemporanea di Fratelli d’ Italia.

E allora una domanda sorge spontanea. Davvero chi proviene da quella storia pretende oggi di impartire patenti di antirazzismo a chi manifesta per i palestinesi? La lotta all’antisemitismo è una cosa troppo seria per trasformarla nell’ennesimo manganello della polemica politica.
NON È SOLTANTO UNA LEGGE DELLA DESTRA
Ed è qui che il racconto diventa più scabroso. Perché sarebbe molto comodo raccontare questa storia come l’ennesimo provvedimento del governo Meloni contro il dissenso. Ma non sarebbe tutta la verità.
Attorno alla legislazione sull’antisemitismo si è costruito un fronte politico che attraversa gli schieramenti. Uno dei disegni di legge poi assorbiti nel testo approvato dal Senato era stato presentato da Graziano Delrio e sottoscritto, fra gli altri, da numerosi esponenti del Partito Democratico. Fra loro c’era anche il senatore bresciano Alfredo Bazoli.

Eccoci dunque finalmente a casa nostra. Questo spiega ad esempio perchè il 9 settembre in Piazza Formentone non c’erano l’Anpi, la Cgil, ì i partiti della “sinistra campolarghista”.
BRESCIA, DOVE I DIRITTI VALGONO A GIORNI ALTERNI
Perché Brescia questa storia l’aveva già vissuta. Nel gennaio 2024 il Consiglio comunale approvò l’adesione alla definizione IHRA con i voti del Partito Democratico, del Terzo Polo e dell’intero centrodestra. Un piccolo capolavoro di trasversalismo: maggioranza e opposizione improvvisamente unite quando si trattava di stabilire il confine entro il quale fosse lecito parlare di Israele.
Bisogna riconoscere che non tutta la maggioranza Castelletti si accodò. Alcuni consiglieri della Civica Castelletti, di Brescia Attiva e di Al lavoro con Brescia votarono contro o si astennero, denunciando esattamente il pericolo che oggi torna a livello nazionale: confondere l’antisemitismo con la critica alle politiche dello Stato israeliano. Ma la linea politica prevalente della Loggia fu un’altra.
La faccenda diventa ancora più interessante anche alla luce di eventi assai vicini nel tempo.
Sabato 5 settembre 2026, appena pochi giorni fa, la sindaca Laura Castelletti ha partecipato al Brescia Pride. Una grande sfilata multicolore dedicata ai diritti LGBTQIA+, sostenuta dall’Amministrazione comunale e accompagnata da proposte concrete rivolte alla Loggia: Carriera Alias, percorsi di educazione socio-emotiva nelle scuole, uno spazio civico stabile dedicato alla comunità LGBTQIA+.
La sindaca, tenendo in quell’ occasione anche un accorato discorso, aveva spiegato che i diritti di determinate persone sono oggi «sempre più a rischio» e che il Pride sarebbe stato un’occasione per ribadire l’impegno nella loro difesa.

Belle parole. In effetti i diritti vanno difesi proprio quando rischiano di essere messi in discussione. Chi può dire di no a una simile affermazione?
Ma allora perché questo principio dovrebbe fermarsi quando si arriva alla Palestina? Perché la libertà di essere ciò che si è merita la presenza della sindaca in corteo, mentre la libertà di contestare radicalmente il sionismo deve essere misurata attraverso una definizione IHRA che la stessa amministrazione ha contribuito politicamente a legittimare?
Perché sui diritti LGBTQIA+ bisogna abbattere gli steccati, mentre quando si parla di Israele bisogna costruire nuovi confini linguistici? E soprattutto: i diritti sono universali oppure dipendono dall’argomento del giorno e dalla categoria scelta?
Non si tratta di mettere in contrapposizione i diritti delle persone LGBTQIA+ con quelli dei palestinesi.Esattamente il contrario. Si tratta di prendere sul serio la parola «diritti». Tutti. Anche quando sono scomodi. Anche quando riguardano persone lontane. Anche quando a rivendicarli sono manifestanti che disturbano il rassicurante equilibrio politico della Loggia. Perché altrimenti il rischio è che l’universalismo dei diritti diventi semplicemente un universalismo a geometria variabile.
ANTISEMITISMO E ANTISIONISMO: LA DISTINZIONE CHE NON PUÒ ESSERE CANCELLATA
È possibile essere contro l’antisemitismo e contemporaneamente contro il sionismo? Naturalmente sì. Lo dimostra, prima ancora di qualsiasi ragionamento teorico, l’esistenza stessa di ebrei antisionisti radicalmente critici verso Israele. E allora sarebbe piuttosto singolare concludere che un ebreo diventa antisemita semplicemente perché rifiuta il sionismo.
E’ precisamente per evitare cortocircuiti di questo genere che una democrazia dovrebbe custodire gelosamente le distinzioni. Combattere l’antisemitismo significa proteggere persone, non rendere incontestabili Stati e ideologie suprematiste e razziste come il sionismo.
Significa impedire la discriminazione degli ebrei, ammesso che in qualche parte del mondo ancor oggi si verifichi, non impedire la critica del governo israeliano. Significa difendere una comunità religiosa e culturale dall’odio, non trasformare il sionismo in un articolo di fede.
NON ABBIAMO BISOGNO DI NUOVI TABÙ
L’antisemitismo va combattuto, senza indulgenze, senza il ridicolo tentativo di giustificarlo. Proprio per questo non deve essere utilizzato come una categoria elastica dentro la quale far entrare tutto ciò che disturba. Perché se ogni critica radicale a Israele e al sionismo diventa antisemitismo, alla fine la parola «antisemitismo» rischia di perdere forza proprio quando servirebbe davvero.

E soprattutto perché una democrazia non dovrebbe avere bisogno di stabilire quali ideologie possano essere contestate e quali no.
Si combattano l’odio razziale, le minacce, le aggressioni, le discriminazioni. Si perseguiti chi colpisce una persona a caso perché ebrea. Si impedisca il ritorno dei fantasmi che l’Europa conosce fin troppo bene. Ma si lasci alla politica ciò che appartiene alla politica.
Israele può essere criticato. Netanyahu e i suoi scherani fanatici possono, anzi devono, essere combattuti. Il sionismo può essere rifiutato in tutte le sue sfumature di destra, centro e sinistra . La Palestina va difesa.
E nessuna di queste quattro proposizioni trasforma qualcuno in antisemita.
Perché il giorno in cui per combattere il razzismo avremo bisogno di restringere la libertà di critica, avremo ottenuto un risultato piuttosto curioso: avremo preteso di difendere la democrazia cominciando con il limitarla.
REDAZIONE
