NELLA BRESCIA DEGLI ETERNI, IL PRESIDIO PERMANENTE

Nella Brescia degli Eterni, il Presidio Permanente nasce quasi in sordina. Nessun palco monumentale, nessuna liturgia da evento. Solo corpi, bandiere, cartelli, sedie pieghevoli, striscioni trascinati in piazza ogni sera da mani stanche dopo il lavoro. Eppure è forse proprio questa sua ostinazione quotidiana a renderlo uno dei fatti politici più significativi che la città abbia espresso negli ultimi mesi.

Nella Brescia degli Eterni

Da giorni, in Piazza Duomo, poi in altre, si accumula una presenza. Non semplicemente un presidio, ma un tentativo di rompere il meccanismo più potente che il potere contemporaneo esercita su Gaza: la normalizzazione dell’orrore.

Nella città degli “Eterni” evocata dal filosofo Emanuele Severino — la città dell’ordine produttivo, della neutralizzazione del conflitto, dell’amministrazione tecnica dell’esistente — qualcosa continua infatti a disturbare la superficie. Una piccola crepa nel dispositivo del silenzio.

Mentre il governo israeliano procede nella devastazione sistematica di Gaza, mentre ministri come Itamar Ben-Gvir trasformano la disumanizzazione dei palestinesi in oscena propaganda sionista quotidiana, mentre il lessico genocidario viene ormai pronunciato pubblicamente senza più pudore, a Brescia qualcuno sceglie di presidiare la piazza. Tutti i giorni. Con continuità. Con pazienza. È un fatto meno banale di quanto sembri.

Perché il potere contemporaneo tollera quasi tutto, purché episodico. La manifestazione rituale, la fiammata emotiva, persino l’indignazione purché consumabile. Molto meno tollerabile è invece la persistenza. La presenza che ritorna. Il corpo che si ostina.

Ed è precisamente questo che il Presidio Permanente prova a costruire: una durata. Non un semplice evento, ma una trama politica e umana. Gli elementi organizzativi circolati in questi giorni parlano chiaro: turni quotidiani, materiali condivisi, partecipazione diffusa, ascolto reciproco, proposta di spostare il presidio anche in altre piazze della città per mantenere visibilità e coinvolgimento. Dentro questa pratica quotidiana c’è già un’idea diversa di politica.

Non l’avanguardia che parla sopra gli altri, ma un processo partecipativo complesso fondato sull’ umiltà e ascolto reciproco e sulla necessità di mettersi in gioco per la causa che unisce.

Ed è significativo che il primo messaggio scelto per il presidio sia stato: “APRITE I VALICHI”.

Una richiesta elementare. Quasi minimale. Fate entrare cibo. Fate entrare medicine. Fate entrare acqua. Fate entrare la vita.

Una richiesta che coincide con quella della Flotilla. Anche questo non è casuale. Perché nelle ultime settimane la vicenda della Global Sumud Flotilla è diventata uno dei simboli più potenti dell’internazionalismo contemporaneo: attivisti provenienti da diversi paesi che tentano materialmente di rompere l’assedio di Gaza, sfidando non solo il blocco israeliano, ma anche la complicità passiva dell’Occidente.

E proprio attorno alla Flotilla si è consumato uno degli aspetti più disgustosi di questa fase politica: l’esultanza pubblica dell’estrema destra sionista israeliana davanti alle violenze, agli abusi e alle intimidazioni subite dagli attivisti. Le provocazioni di Ben-Gvir e dell’ultradestra coloniale non sono semplicemente “eccessi”: sono il linguaggio coerente del sionismo, un progetto suprematista che ormai rivendica apertamente la segregazione, la deportazione e la punizione collettiva di un intero popolo.

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Di fronte a tutto questo, ciò che colpisce in Italia — e anche a Brescia — è la sproporzione tra la gravità storica degli eventi e il silenzio mediatico che li accompagna.

Un silenzio spesso rotto solo dalle piazze.

Per questo il Presidio Permanente assume un significato che va oltre le sue dimensioni numeriche. Perché produce controinformazione, relazioni, continuità. Perché prova a sottrarre Gaza al destino di diventare semplice sfondo remoto del flusso mediatico.

Non a caso, tra le proposte emerse c’è quella di proiettare immagini provenienti direttamente da Gaza e dai territori occupati, “perché tante persone sono molto lontane dall’immaginare la realtà”. Ed è una frase cruciale.

La distanza oggi è infatti la vera infrastruttura politica del massacro. Gaza deve apparire irreale, astratta, incomprensibile. Deve diventare statistica, non esperienza umana. Il presidio tenta invece l’operazione opposta: riavvicinare.

Persino attraverso la musica. Persino attraverso momenti collettivi. “La musica contro il silenzio”, dicono gli organizzatori parlando del coinvolgimento di gruppi musicali durante le serate in piazza.

C’è qualcosa di profondamente umano in tutto questo. E dunque di profondamente politico.

Perché mentre l’Europa si riarma, mentre la guerra torna ad essere l’orizzonte normale delle classi dirigenti occidentali, mentre il dissenso viene progressivamente criminalizzato, una parte di società continua ostinatamente a produrre internazionalismo dal basso.

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Naturalmente anche a Brescia non sono mancati tentativi di repressione, blindature del centro, controlli e pressioni politiche. Le recenti mobilitazioni cittadine per Gaza e per la Flotilla hanno mostrato chiaramente la volontà istituzionale di contenere, isolare e marginalizzare il conflitto politico nello spazio urbano.

Ma il punto è che la Palestina continua a riapparire.

Ricompare nelle piazze. Nei cortei. Nei presìdi. Nei volti giovanissimi che restano fino a sera. Nelle discussioni sul boicottaggio, sulle responsabilità europee, sulle farmacie comunali, sulle aziende coinvolte nella filiera dell’occupazione. E forse è proprio questo che disturba davvero.

Non soltanto la solidarietà con Gaza, ma l’idea che attorno alla Palestina possa ricomporsi una grammatica internazionalista capace di parlare anche di lavoro, colonialismo, repressione, guerra, autoritarismo e modelli di società. La Palestina insegna proprio ad ampliare lo sguardo e parlare di libertà dei popoli.

È probabilmente questa la verità politica più importante. La Palestina oggi non è più soltanto una causa internazionale. È uno specchio. Un punto attraverso cui intere generazioni stanno tornando a interrogarsi sul rapporto fra potere e vita, fra Occidente e colonialismo, fra informazione e propaganda, fra legalità e giustizia.

E così, nella Brescia degli Eterni, ogni sera qualcuno torna in piazza. Con uno striscione, una bandiera, una candela, un QR code da condividere ai passanti curiosi.

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Piccole cose. Ma è spesso da piccole cose ostinate che la storia ricomincia a muoversi.

ROSA EVE