BLINDANO BRESCIA, MA LA FLOTILLA ROMPE IL SILENZIO

Mentre dentro il PalaLeonessa andava in scena la passerella del potere — Giorgia Meloni, Tajani, Lollobrigida, Giorgetti, Coldiretti, Regione Lombardia e notabili vari raccolti sotto la retorica della “forza amica del Paese” — fuori Brescia provava a ricordare ciò che il governo vorrebbe rendere invisibile: Gaza continua a morire sotto le bombe.

E non è un caso che proprio nel giorno della visita della presidente del Consiglio la città sia stata blindata.

Secondo quanto denunciato dagli organizzatori del presidio pro-Palestina e solidale con la Global Sumud Flotilla, la Questura avrebbe imposto una vera e propria zona rossa attorno al PalaLeonessa, vietando qualsiasi contestazione nelle vicinanze dell’evento Coldiretti e relegando il dissenso lontano dagli occhi del governo e delle telecamere.

Il messaggio è chiarissimo: protestare si può, purché il potere non veda.

Così il flash-mob convocato dal Presidio Permanente Palestina e da altre realtà cittadine si è svolto in piazza Paolo VI, nel cuore del centro storico. Corpi rannicchiati, mani dietro la schiena, silenzio collettivo: immagini pensate per richiamare quelle degli attivisti della Flotilla sequestrati, umiliati e inginocchiati dalle autorità israeliane.

Ma la protesta bresciana non riguardava soltanto il sequestro della missione umanitaria.

Riguardava anche i racconti sempre più agghiaccianti emersi dopo il fermo degli attivisti: pestaggi, umiliazioni, abusi, persone costrette a rimanere inginocchiate e legate per ore, denunce di violenze fisiche e persino sessuali durante la detenzione.

E soprattutto riguardava lo spettacolo osceno offerto dal ministro suprematista Itamar Ben-Gvir, che ha trasformato quella violenza in propaganda politica.

Le immagini diffuse dal ministro israeliano — attivisti inginocchiati, mani legate dietro la schiena, circondati dalle forze di sicurezza mentre risuonava l’inno nazionale israeliano — hanno fatto il giro del mondo, suscitando indignazione internazionale e proteste diplomatiche anche da parte di governi occidentali.

Non era soltanto repressione.

Era l’esibizione compiaciuta della repressione. La celebrazione pubblica dell’umiliazione del nemico. Una pornografia del potere coloniale rivolta non solo contro i palestinesi, ma contro chiunque osi rompere il silenzio sull’assedio di Gaza.

E fa impressione vedere come, davanti a quelle immagini diventate ormai impossibili da ignorare, persino Meloni abbia dovuto prendere tardivamente le distanze dagli “eccessi” più imbarazzanti. Ma quelle parole arrivano dopo mesi di ambiguità, complicità diplomatiche e sostegno politico a Israele mentre Gaza veniva rasa al suolo.

Perché il punto è proprio questo.

Non basta indignarsi davanti a qualche video diventato troppo scandaloso per essere nascosto. Le responsabilità politiche restano tutte lì: nelle alleanze militari, negli accordi economici, nel silenzio sistematico davanti al massacro del popolo palestinese.

E Brescia, in queste ore, è diventata una piccola fotografia di tutto questo.

Da una parte il governo blindato dentro il palazzetto a celebrare sicurezza, sovranità e “made in Italy”. Dall’altra chi prova a riportare Gaza nello spazio pubblico e viene allontanato, marginalizzato, reso invisibile.

Ma il problema, evidentemente, è che Gaza continua a entrare lo stesso nelle piazze, nelle coscienze e nei conflitti sociali di questo Paese.

Lo si è visto anche nei giorni scorsi, con manifestazioni e presidi in decine di città italiane contro l’attacco israeliano alla Global Sumud Flotilla. Anche Brescia ha risposto presente, con centinaia di persone scese in piazza contro il genocidio e contro la complicità occidentale.

Perché oggi la guerra esterna e la repressione interna parlano la stessa lingua.

Sono gli stessi governi che finanziano il riarmo, sostengono Israele e militarizzano le città a chiedere poi sacrifici, precarietà e silenzio sociale.

Ed è per questo che il flash-mob di Brescia va ben oltre la singola visita di Meloni.

Difendere il diritto di manifestare, rompere il silenzio su Gaza e denunciare le responsabilità italiane significa opporsi alla stessa deriva autoritaria che vorrebbe città sterilizzate dal conflitto, dissenso confinato lontano dal potere e guerre trasformate in rumore di fondo.

Ma se hanno bisogno di blindare un’intera città per impedire una protesta pacifica, allora vuol dire che il dissenso fa ancora paura.

FRANCESCO ROVARICH