LEONESSA E PATTUMIERA D’ ITALIA

LE CAVE

Il territorio bresciano è ricco di ghiaia molto ricercata nel settore dell’edilizia. Quindi è stato sfruttato per decenni, con grandi profitti a favore di un’imprenditoria molto più attenta al business che all’ambiente e alla salute pubblica.

L’attività di estrazione ha prodotto una notevole quantità di cave che, per i cavatori, poteva essere ulteriormente sfruttata per produrre nuovo reddito attraverso il riempimento con rifiuti.

L’ OPPOSIZIONE DEGLI AMBIENTALISTI

Gruppi di ambientalisti, non omologati dal Sistema politico-affaristico che domina città e provincia, tentano tuttavia di opporsi a questo degrado ambientale.

Il Comitato Spontaneo Contro le Nocività, ad esempio, ha lottato per anni contro la realizzazione di una discarica di amianto in Via Brocchi a Brescia, ottenendo un risultato positivo: la rinuncia dell’imprenditore alla discarica e la nascita del Parco delle Cave.

COME SI DIVENTA “PATTUMIERA ACCOGLIENTE

Ma, poiché, a fine escavazione, le convenzioni stipulate con le Amministrazioni Locali prevedono per legge la rinaturalizzazione dei luoghi, si è diffusa la cattiva (ma redditizia) consuetudine di tener fede all’impegno sottoscritto attraverso il riempimento del “buco” con qualsiasi tipo di rifiuto.

Questa prassi ha avuto successo, perché il ritorno di immagine derivante dalle opere pubbliche che i Comuni avrebbero potuto vantare quali compensazioni alle autorizzazioni via via rilasciate, spingeva gli stessi ad esprimere parere favorevole alle richieste presentate agli organi preposti dai vari proponenti.

E’ così che la provincia di Brescia è diventata la “Pattumiera d’Italia”. Secondo uno studio del Tavolo Basta Veleni, essa “accoglie” il 18% dello smaltimento nazionale di rifiuti speciali (5,9 milioni di tonnellate) con ben 147 discariche, di cui 10 ancora attive, per un totale di circa 85 milioni di m3 di rifiuti di qualsiasi tipo tra inerti, tossico-nocivi e pericolosi.

Sono numeri già di per sé impressionanti ed insostenibili. Ma, come se non bastasse, ad essi vanno aggiunti quelli relativi ai siti non censiti. Numerose sono infatti le discariche abusive o non controllate. Il fenomeno è legato alla forte e storica industrializzazione Bresciana spesso in mano a (im)prenditori spregiudicati.

E non finisce qui. E’ sempre più frequente infatti la scoperta da parte dei Carabinieri Forestali di grossi cumuli di materiali di scarto depositati all’interno dei confini delle aziende, i cui responsabili non provvedono al loro regolare smaltimento ma li “dimenticano” spesso all’aperto e senza adeguate protezioni.

DUE VICENDE ESEMPLARI

Le situazioni sono molto diverse tra loro, ma raccontano il modo spregiudicato con cui gli imprenditori, ed i cavatori nei casi più frequenti, sfruttano e impoveriscono il territorio trascurando – se non ignorando del tutto – le norme e le buone prassi da applicare a tutela dell’ambiente e della salute pubblica. In questo senso, un caso emblematico è quello della discarica VE-PART di Brescia in Via Buffalora (zona Festa Radio Onda d’Urto).

Si tratta di un sito di rifiuti tossico-nocivi aperta negli anni Ottanta il cui riempimento si è concluso nei primi anni Novanta, “accogliendo” anche quelli derivanti dallo smaltimento della famosa “nave dei veleni” Karin B. La vasca, riempita con 130 mila tonnellate di rifiuti, è divisa in due parti. Una pare non creare problemi di sorta ed è attualmente utilizzata come parcheggio dei mezzi della Cooperativa Sociale CAUTO. L’altra presenta invece forti rischi di contaminazione dovuti alla pessima impermeabilizzazione della copertura, che dà luogo alla formazione di percolato con rischio di contaminazione per rogge e falda.

La Provincia ha effettuato diversi interventi per aspirare il percolato e provvedere al corretto smaltimento posizionando in loco due cisterne. Il loro svuotamento avviene periodicamente. Si tratta tuttavia di un intervento “provvisorio”, cui la Regione ha recentemente destinato ulteriori fondi senza trovare una soluzione definitiva.

Un altro esempio significativo è la discarica abusiva presente nella ex cava Piccinelli.

In questo caso un (im)prenditore abbandona rottami ferrosi sui piazzali dell’azienda di sua proprietà (una fonderia) e poi sparisce nel nulla. Dopo diverse vicissitudini, nel 1993, si riscontra la presenza di materiale radioattivo, ma tutto finisce nel dimenticatoio fino al marzo del 1998, quando l’ASL rileva una radioattività 1000 volte superiore alla norma! L’Enea provvede allora alla messa in sicurezza provvisoria dell’area stendendo un telo di protezione della durata di circa 2 anni e depositando alcuni fusti di rifiuti all’interno del capannone della ex fonderia. Dopodiché cala nuovamente l’oblio. Addirittura il sito viene dato in affitto ad un’azienda che continua ad operare sversando in loco ulteriori rifiuti speciali e scorie di acciaieria.

Ad oggi, dopo più di trent’anni dalla scoperta, il materiale radioattivo è ancora lì insieme a molti altri rifiuti speciali. Finalmente, nel mese di gennaio di quest’anno, si è conclusa la gara per la sola caratterizzazione del luogo. Inoltre sono stati destinati dei fondi per la bonifica per la parte non radioattiva (quelli con Cesio 137 sono in capo al Ministero), che tuttavia non sono sufficienti per portarla a compimento.

A tale proposito l’ineffabile assessora all’Ambiente Camilla Bianchi ha dichiarato: “Abbiamo altre bonifiche in corso che risultano prioritarie come la cava di Via Dal Monte a ridosso dell’Ospedale”.

DANIELE MARINIALESSANDRA CRISTINI

del Comitato Spontaneo contro le Nocività