Dopo la Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, un presidio a Brescia denuncia il perpetuarsi della strage. La testimonianza della madre di Mirko Serpelloni, l’intervento di Giorgio Cremaschi e la richiesta di introdurre il reato di omicidio sul lavoro.
Le corone d’alloro, i discorsi delle autorità, i solenni richiami alla sicurezza, le dichiarazioni di cordoglio. Domenica 11 ottobre si è celebrata in tutta Italia la 76ª Giornata nazionale per le “vittime degli incidenti sul lavoro”. Una ricorrenza che, anno dopo anno, ripropone gli stessi rituali e gli stessi impegni, mentre la tragica contabilità dei lavoratori che perdono la vita continua ad aggiornarsi.
A due giorni di distanza, martedì 13 ottobre, a Brescia si è svolta un’iniziativa di tutt’altro carattere. Dalle 18 alle 21, in Largo Formentone, il “Movimento Giustizia per Mirko” ha organizzato un presidio per ricordare i morti, i feriti e gli invalidi del lavoro, ma soprattutto per chiedere che alle parole seguano finalmente i fatti.
Accanto ai familiari e agli amici di Mirko Serpelloni erano presenti un centinaio di attivisti del sindacalismo di base — USB, CUB e Cobas —, delle organizzazioni dell’ Estrema Sinistra bresciana e rappresentanti dell’ANMIL, l’Associazione Nazionale fra lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro.

Una manifestazione nella quale il ricordo delle vittime si è intrecciato alla denuncia delle responsabilità e alla richiesta di interventi concreti per fermare quella che può a ragion veduta essere definita una strage.
UNA STRAGE CHE CONTINUA
I numeri aiutano a comprendere le dimensioni del fenomeno.
Secondo i dati INAIL relativi ai primi otto mesi del 2026, le denunce di infortunio in occasione di lavoro, esclusi gli studenti, sono state 285.811, con un aumento del 5,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I casi mortali denunciati durante l’attività lavorativa sono stati 498, dieci in più rispetto al 2025.
Se si considerano anche gli incidenti avvenuti durante il tragitto tra casa e lavoro e quelli che hanno coinvolto gli studenti, il totale delle denunce di infortunio mortale raggiunge quota 701. Le denunce di malattie professionali sono salite a 74.542, con un incremento del 16,3%.

Sono dati provvisori, ma sufficienti a mostrare quanto il problema rimanga grave, persistente ed aumenti invece di diminuire nonostante tutte le infinite chiacchiere istituzionali.
Anche la situazione bresciana desta preoccupazione. Nei primi sette mesi del 2026 si sono registrati in provincia 15 morti durante l’attività lavorativa, mentre le denunce di infortunio hanno sfiorato quota diecimila, con un incremento del 5% rispetto all’anno precedente.
UNA QUESTIONE DI GENERE UMANO
I numeri sciorinati nei media sono corredati in genere dalle immagini di cantieri edili. Nessuno dei giornalisti però sottolinea un dato: molte volte si muore per un “pezzo di pane”, non solo simbolico, per gli stipendi da sopravvivenza. Il lavoro e il lavoratore o la lavoratrice in Italia valgono poco o nulla. Questo deve farci riflettere.
Tutte le morti meritano eguale rispetto. Il sangue è rosso per tutti, e il genere umano è unico. Le disparità dovrebbero unire i lavoratori e le lavoratrici nella lotta contro i “dominatori”. Il primo passo dovrebbe essere il richiedere un’informazione reale e obiettiva, ma questo al momento è utopia.
Dietro a un operaio o a un muratore che muore, spesso d’ altronde c’ è anche una donna (madre, figlia, moglie che sia) che subisce una tragedia. Non è una questione di statistica, è una questione di sfruttamento capitalistico. Allora qual è la ragione per la quale i sindacati confederali CgilCislUil non lottano (altro che “proporre”) per l’ istituzione del reato di omicidio di lavoro? Saranno mica complici del Sistema? Sensazione sempre più diffusa, del resto, ormai. Solo la USB si è spesa in questo senso, a onore del vero.
Dietro ciascuna delle cifre delle “tragiche fatalità sul lavoro” ci sono insomma persone, famiglie, esistenze interrotte o sconvolte. Ed è proprio questo il significato più profondo della mobilitazione promossa dal “Movimento Giustizia per Mirko”.
MIRKO, 27 ANNI, E LA BATTAGLIA DI SUA MADRE
Mirko Serpelloni aveva 27 anni. Lavorava come operaio edile ed era anche un giovane appassionato di arte, fumetti e musica, conosciuto con il nome di Sick.
Il 6 settembre 2023 precipitò dal tetto di un capannone industriale a Manerbio, mentre era impegnato in lavori di riparazione. Morì cinque giorni dopo agli Spedali Civili di Brescia.
Da allora sua madre, Maruska Ambrosini, insieme alla figlia Eva, ai familiari e agli amici di Mirko, ha intrapreso una battaglia per ottenere giustizia e impedire che altre famiglie debbano affrontare la stessa tragedia.
Nel febbraio 2025 il datore di lavoro di Mirko è stato condannato in primo grado, con rito abbreviato, a tre anni e quattro mesi di reclusione. Ma per Maruska il riconoscimento delle responsabilità penali non esaurisce affatto la questione.
Intervenendo al presidio, ha ricordato le condizioni nelle quali lavorava suo figlio:

«Le sicurezze non c’erano, non si è fatto nulla di nulla per mettere in sicurezza un ragazzo di 27 anni. Era un apprendista, era in quota, non ci poteva stare e soprattutto sul cantiere era da solo».
Poi un ricordo particolarmente doloroso: quello dell’operaio che, dopo la caduta, soccorse Mirko e gli tenne la mano mentre soffriva.
«Lo ringrazierò sempre», ha detto Maruska.
La sua testimonianza ha assunto anche il carattere di un appello collettivo:
«Ieri è toccata a me e domani può toccare a chiunque».
E ha raccontato di portare con sé le fotografie di altre vittime bresciane, chiedendo ai familiari di farle avere quelle che ancora le mancano.
«È giusto che queste persone abbiano un volto. Erano delle persone che stavano vivendo la loro vita».
È forse questa una delle immagini più significative della serata: una madre che non vuole ricordare soltanto suo figlio, ma restituire un nome e un volto anche agli altri lavoratori morti.
QUANDO A MORIRE SONO ANCHE GLI STUDENTI
Nel corso del presidio è intervenuta una rappresentante del movimento transfemminista “Non Una di Meno”, che- dopo aver delineato la difficile condizione delle donne lavoratrici- ha richiamato l’attenzione su un altro aspetto particolarmente grave: gli incidenti mortali che hanno coinvolto studenti impegnati nei percorsi di formazione scuola-lavoro.

Una questione che investe direttamente le responsabilità del sistema scolastico, delle imprese e delle istituzioni chiamate a garantire la sicurezza dei giovani durante queste esperienze.
I dati INAIL registrano, nei primi otto mesi del 2026, oltre 52mila denunce di infortunio riguardanti studenti di ogni ordine e grado. Di queste, 624 si riferiscono ai percorsi di formazione scuola-lavoro. Non sono mancati casi addirittura mortali. Sembrerebbe un’ ovvietà affermare che nessuna esperienza formativa dovrebbe esporre un ragazzo al rischio di perdere la vita. Eppure in Italia nemmeno questo si può dare per scontato.
CREMASCHI: LA SICUREZZA È UNA RESPONSABILITÀ DELL’IMPRESA
Particolarmente articolato l’intervento di Giorgio Cremaschi, storico esponente del sindacalismo conflittuale e dell’Esecutivo Nazionale di “Potere al Popolo!”, che ha aperto il suo discorso ringraziando Maruska per aver saputo trasformare il dolore irreparabile della perdita del figlio in una battaglia collettiva.

Cremaschi ha richiamato innanzitutto l’articolo 2087 del Codice civile, che impone all’imprenditore di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, tenendo conto della natura dell’attività, dell’esperienza e delle conoscenze tecniche. Ha inoltre fornito un dato spaventoso che rivela l’ esistenza di un’ ecatombe: in Italia noi abbiamo negli ultimi dieci anni 15.000 persone uccise sul lavoro, ognuna con la sua storia.
Da tutto ciò ha sviluppato una critica radicale alla tendenza ad attribuire gli incidenti al cosiddetto errore umano.
Un sistema di sicurezza adeguato, con le tecnologie oggi a disposizione, deve essere progettato anche per prevenire le conseguenze degli errori e delle disattenzioni. Non può essere il lavoratore a sopportare il rischio derivante da un’organizzazione produttiva che non garantisce condizioni sicure.
Ha inoltre ricordato il fenomeno degli infortuni non dichiarati. Molti lavoratori sono indotti a ricorrere alla normale malattia anziché denunciare un incidente avvenuto sul posto di lavoro.
Un’altra parte del suo intervento ha riguardato l’attività ispettiva. Cremaschi ha criticato duramente la prassi, da lui denunciata, dei controlli preventivamente annunciati alle imprese. Le ispezioni devono avvenire a sorpresa e le aziende nelle quali siano riscontrate gravi violazioni devono essere fermate, garantendo comunque la retribuzione ai dipendenti.
Non ci sono attualmente in carcere- ha ricordato Cremaschi- padroni condannati per omicidi sul lavoro. Solo qualche giorno fa, un imprenditore in Campania è stato messo in custodia cautelare perché aveva assunto il suo dipendente dopo che era morto per “infortunio”! Aveva esagerato un po’ troppo. Ma l’uccisione dei lavoratori resta il reato meno punito della Repubblica.
La sua conclusione allora è stata un appello diretto ai lavoratori e alle organizzazioni sindacali: rifiutare condizioni di lavoro pericolose e mettere la tutela della salute davanti alle esigenze della produzione.
IL REATO DI OMICIDIO SUL LAVORO: UNA PROPOSTA FERMA IN PARLAMENTO
Uno dei temi centrali emersi dal presidio riguarda la richiesta di introdurre nell’ordinamento penale una specifica fattispecie di omicidio sul lavoro.
La proposta, sostenuta dall’USB e dalla Rete Iside, è stata presentata al Senato il 29 marzo 2024, a prima firma del senatore Luca Pirondini del Movimento 5 Stelle.

Il disegno di legge, contrassegnato dal numero 1091, prevede l’introduzione dei delitti di omicidio e di lesioni gravi o gravissime sul lavoro.
Eppure, a oltre due anni dalla presentazione, risulta ancora assegnato alla Commissione Giustizia del Senato senza che ne sia iniziato l’esame.
È un dato che solleva interrogativi sulle priorità dell’agenda parlamentare.
Naturalmente, anche oggi la morte di un lavoratore causata dalla violazione delle norme di sicurezza può comportare una responsabilità per omicidio colposo aggravato e, in determinate condizioni, può essere contestato il dolo eventuale. La proposta mira però a introdurre una figura autonoma di reato, riconoscendo una specifica rilevanza penale alle morti e alle lesioni gravissime derivanti dalle violazioni antinfortunistiche.
Nel suo intervento Cremaschi ha ricordato anche la vicenda della ThyssenKrupp di Torino e l’esperienza del magistrato Raffaele Guariniello, sostenendo che, quando un imprenditore espone consapevolmente i dipendenti a rischi gravissimi per ragioni economiche, la responsabilità non possa essere liquidata come un semplice omicidio colposo, ma come un vero e proprio omicidio volontario.
È una posizione che riapre una questione di fondo: quanto deve pesare, nella valutazione delle responsabilità, la scelta consapevole di risparmiare sulle misure di sicurezza?
LE POLITICHE DEL GOVERNO E IL PROBLEMA DEI CONTROLLI
Su questo terreno si inserisce anche il dibattito sulle misure legislative adottate dal Governo Meloni.
Il decreto legislativo 103 del 2024 ha introdotto disposizioni per la semplificazione dei controlli sulle attività economiche, prevedendo meccanismi premiali per le imprese considerate a basso rischio, una minore frequenza di determinate verifiche e procedure di regolarizzazione per alcune violazioni amministrative.
È una normativa che, attraverso il pretesto della riduzione degli oneri burocratici (i famosi “lacci e lacciuoli” che “soffocano l’impresa”) si traduce in un indebolimento della vigilanza.
Successivamente, con il decreto-legge 159 del 2025, convertito nella legge 198 dello stesso anno, il governo ha introdotto nuove misure per la sicurezza, prevedendo fra l’altro assunzioni di personale ispettivo, interventi sulla formazione e disposizioni riguardanti i subappalti.
Ma il problema decisivo rimane quello dell’effettiva applicazione delle norme: quanti ispettori sono concretamente operativi? Quante aziende vengono controllate? Quante violazioni sono accertate e sanzionate? Quanto incidono realmente le nuove misure sulla prevenzione degli incidenti?
Sono interrogativi ai quali non bastano le dichiarazioni ufficiali per rispondere.
E resta il fatto che, mentre vengono approvati nuovi provvedimenti, la proposta di istituire il reato di omicidio sul lavoro continua a non essere discussa in Parlamento.
OLTRE IL CORDOGLIO
Il presidio di Largo Formentone ha mostrato come, accanto alle commemorazioni ufficiali, esista una mobilitazione che chiede non soltanto di ricordare le vittime, ma di intervenire sulle condizioni che rendono possibili tante tragedie.
La sicurezza sul lavoro non riguarda esclusivamente il rispetto formale delle normative. Chiama in causa l’organizzazione della produzione, il ricorso agli appalti e ai subappalti, la precarietà occupazionale, i ritmi di lavoro, la formazione e l’efficacia dei controlli.
E riguarda anche il valore attribuito alla vita delle persone rispetto alle esigenze economiche delle imprese.
La battaglia intrapresa dalla famiglia di Mirko Serpelloni, proseguita per oltre tre anni e allargatasi ad altre vittime, ricorda che dietro ogni numero c’è una storia che non può essere cancellata.
Maruska, con le fotografie dei lavoratori morti che porta con sé, ha dato a questa consapevolezza un significato concreto.
Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire ogni volta che si celebra una “Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro”: non soltanto dal doveroso ricordo di chi non c’è più, ma dalla responsabilità di impedire che altri nomi e altri volti debbano aggiungersi a quelle fotografie.
Perché la sicurezza non può essere affidata alle commemorazioni. Deve essere garantita ogni giorno, nei luoghi di lavoro.
EMMA RED
