LA SERRATA DELLA REPUBBLICA

Con il “Melonellum” fino a 700 mila firme per chi tenta di entrare nella competizione elettorale nazionale. Condizioni assai più favorevoli per chi una presenza parlamentare ce l’ha già. Quando coloro che stanno dentro il Palazzo decidono quanto deve diventare pressochè impossibile entrarvi, il problema non riguarda più i piccoli partiti. Riguarda la democrazia.

Brescia del Popolo è una pubblicazione che si occupa soprattutto di Brescia, della sua politica, della sua amministrazione, delle sue contraddizioni. Raramente interrompiamo questa scelta editoriale per intervenire direttamente su una vicenda nazionale.

Questa volta dobbiamo farlo.

Perché ciò che sta accadendo attorno alla nuova legge elettorale riguarda direttamente anche Brescia e i bresciani. Riguarda qualcosa che viene prima delle differenze fra destra e sinistra, maggioranza e opposizione, governo e contestazione del governo: riguarda il diritto dei cittadini a scegliere fra alternative politiche realmente in grado di presentarsi alle elezioni.

E quel diritto rischia di subire nelle prossime settimane un colpo gravissimo.

9.000 FIRME. PER OGNI COLLEGIO

La norma introdotta nel percorso parlamentare del cosiddetto “Melonellum” innalza da 1.500 a 9.000 il numero minimo di firme che una formazione politica non presente in Parlamento dovrebbe raccogliere in ciascun collegio plurinominale per poter presentare le proprie candidature.

I collegi plurinominali fra Camera e Senato sono 75.

Fate i conti.

Per una forza politica nuova che volesse presentarsi sull’intero territorio nazionale si arriva nell’ordine delle 700.000 sottoscrizioni, considerando inoltre che nella realtà qualunque organizzazione deve raccoglierne più del minimo indispensabile per cautelarsi contro firme successivamente dichiarate non valide.

Settecentomila.

Non settantamila.

Settecentomila firme per avere il diritto di presentarsi alle elezioni politiche della Repubblica italiana.

E attenzione: non stiamo parlando delle firme necessarie per entrare in Parlamento. Non stiamo parlando di una soglia di voti necessaria per ottenere deputati o senatori.

Stiamo parlando delle firme necessarie semplicemente per comparire sulla scheda elettorale.

Poi viene la parte ancora più incredibile.

Perché il sistema prevede condizioni radicalmente differenti per formazioni che dispongono già di una presenza parlamentare. In determinate condizioni, anche partiti che non dispongono dei gruppi parlamentari richiesti per l’esenzione completa possono fermarsi alla fascia delle 1.500 firme per collegio.

È il caso nel quale vengono fatte rientrare, fra le altre, le formazioni riconducibili a Roberto Vannacci e Riccardo Magi.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Perché?

Per quale principio democratico una forza politica che nasce fuori dal Parlamento dovrebbe raccogliere fino a sei volte le firme richieste a un’altra formazione che beneficia della propria presenza nelle istituzioni?

Che cosa rende democraticamente più degno di presentarsi chi è già dentro rispetto a chi sta fuori? Vale anche qui la regola dell’ “amichettismo”?

E NEL RESTO D’ EUROPA?

Qualcuno potrebbe pensare che una simile barriera sia normale nelle democrazie europee. Non è così. In Germania una lista di un partito non rappresentato deve raccogliere lo 0,1% degli elettori del Land, ma con un tetto massimo di 2.000 firme: applicando i dati delle ultime elezioni federali, siamo nell’ordine di 27.000 sottoscrizioni per presentare liste in tutti i Länder. In Polonia occorrono 5.000 firme per circoscrizione, ma raggiunta almeno la metà delle circoscrizioni le altre liste possono essere presentate senza ulteriori sottoscrizioni: circa 105.000 firme possono quindi aprire la strada alla competizione nazionale. Nei Paesi Bassi, per partecipare in tutte le circoscrizioni, ne bastano complessivamente 580. In Spagna i partiti che non hanno ottenuto rappresentanza in nessuna Camera alle elezioni precedenti devono raccogliere firme pari allo 0,1% degli elettori della circoscrizione nella quale vogliono presentarsi. Quindi esiste una barriera, ma è proporzionale all’elettorato locale, non una cifra fissa gigantesca ripetuta collegio dopo collegio. In Svezia il sistema è ancora diverso: le informazioni ufficiali dell’autorità elettorale descrivono modalità di candidatura attraverso i partiti senza un analogo requisito generalizzato di centinaia di migliaia di sottoscrizioni per presentare una lista nazionale. E potremmo continuare con esempi di questo tipo.

Noi stiamo discutendo di circa 700.000!

I sistemi elettorali sono differenti e i numeri non possono essere sovrapposti meccanicamente. Ma proprio il confronto delle proporzioni pone una domanda difficilmente eludibile: se altre grandi democrazie europee riescono a proteggersi dalle candidature puramente fittizie chiedendo qualche centinaio, qualche migliaio o qualche decina di migliaia di sottoscrizioni, quale necessità democratica giustifica in Italia una barriera di dimensioni così enormi?

1297: LA SERRATA

La storia qualche volta offre analogie impressionanti.

Nel 1297, nella Repubblica di Venezia, cominciò quel processo passato alla storia come Serrata del Maggior Consiglio.

Naturalmente nessuno pretende di sostenere che l’Italia del 2026 sia la Venezia medievale. Le istituzioni sono completamente diverse e qualsiasi equivalenza sarebbe storicamente insensata.

Ma il meccanismo politico suggerisce un parallelo sul quale vale la pena riflettere.

La Repubblica veneziana non abolì improvvisamente il Maggior Consiglio. Non mise un cartello sulla porta con scritto “da oggi comanda l’oligarchia”.

Fece qualcosa di assai più sofisticato.

Rese progressivamente più difficile entrare a chi non apparteneva al gruppo che già deteneva il potere.

La Serrata iniziata nel 1297 e completata nei decenni successivi consolidò progressivamente l’accesso al Maggior Consiglio nelle mani del patriziato. Il sistema continuava a funzionare. Le istituzioni continuavano ad esistere. Si continuava a governare, deliberare, eleggere.

Solo che la porta si stava chiudendo.

Sette secoli dopo, naturalmente in un sistema politico completamente differente, quella parola torna inquietantemente alla mente.

Serrata.

LA SERRATA DELLA REPUBBLICA

Perché che cos’è una democrazia nella quale coloro che sono già rappresentati nelle istituzioni stabiliscono condizioni enormemente più gravose per coloro che nelle istituzioni vorrebbero provare ad entrare?

Il punto non è sostenere che con questa legge l’Italia cessi formalmente di essere una democrazia.

Il punto è forse ancora più serio.

È la progressiva istituzionalizzazione di una tendenza oligarchica della nostra democrazia.

Una democrazia nella quale la competizione continua ad esistere, ma viene progressivamente circoscritta fra soggetti già riconosciuti, già organizzati, già rappresentati, già finanziariamente e mediaticamente attrezzati.

Gli altri possono bussare.

Purché abbiano con sé settecentomila firme.

Ma una democrazia non può ridursi al teatrino permanente di una politica sempre più chiusa in se stessa. Non può essere una compagnia di giro composta da qualche decina di opinionisti, direttori di improbabili e sconosciuti “centri studi” e “fondazioni”, professionisti della politica e rappresentanti di partiti ormai trasformati in caste, che si alternano sera dopo sera nei talk-show televisivi recitando davanti agli italiani la parte della maggioranza e quella dell’opposizione.

Si accapigliano sul dettaglio, sulla dichiarazione del giorno, sulla battuta, sul sondaggio, sullo scandalo destinato a durare quarantott’ore. Poi, quando si arriva ad alcune delle grandi scelte strategiche — riarmo, politica di guerra, collocazione internazionale dell’Italia, permanenza nell’Unione Europea e nella NATO — lo spazio del dissenso parlamentare si restringe enormemente e molte delle forze che in televisione appaiono inconciliabili finiscono per muoversi dentro un perimetro assai più ristretto di quanto lo spettacolo quotidiano lasci immaginare.

Ed è precisamente per questo che una democrazia ha bisogno che possano nascere, organizzarsi e concorrere anche forze nuove, comprese quelle che mettono in discussione quel perimetro. Non perché abbiano necessariamente ragione. Non perché debbano necessariamente entrare in Parlamento. Ma perché stabilire preventivamente quali opinioni siano abbastanza “rispettabili” o abbastanza organizzate da poter arrivare sulla scheda elettorale significa trasformare il pluralismo da diritto dei cittadini in concessione degli occupanti del Palazzo.

Se poi saranno idee minoritarie, marginali o persino strampalate, saranno gli elettori a dirlo con il voto. È così che funziona una democrazia. Altrimenti rimane soltanto il pluralismo televisivo: cinque persone sedute attorno a un tavolo che litigano furiosamente, purché nessuno metta mai davvero in discussione il tavolo.

Ed eccoci al capolavoro del “Melonellum”.

Una legge elettorale già oggetto di contestazioni per i suoi numerosi meccanismi e modificata ripetutamente mentre i partiti di maggioranza guardano i sondaggi, calcolano convenienze, valutano coalizioni e cercano la formula che consenta di ottenere il massimo risultato possibile con il minimo consenso necessario.

Non è nemmeno una novità assoluta.

Da trent’anni la politica italiana ha sviluppato una pessima abitudine: trattare la legge elettorale non come una delle regole fondamentali del gioco democratico, ma come parte del gioco stesso.

Si cambiano sistemi, soglie, premi, coalizioni, liste, preferenze e collegi mentre ciascuno tiene una calcolatrice in mano.

La legge elettorale diventa così un abito cucito sulle convenienze del momento.

Con questa ultima norma, però, si compie un salto ulteriore.

Non ci si limita più a chiedersi come trasformare i voti in seggi.

Si interviene a monte, sulle condizioni necessarie per poter chiedere quei voti.

Ed è qui che, a nostro giudizio, si oltrepassa una linea.

CUI PRODEST?

Naturalmente la maggioranza che sta portando avanti la riforma porta la responsabilità politica principale della norma.

Ma sarebbe molto comodo fermarsi qui.

Perché questa Serrata rischia di fare comodo a parecchi.

Cui prodest?

A chi giova rendere quasi proibitiva la presentazione nazionale di una nuova formazione politica?

Certamente giova a chi governa, perché riduce le incognite della competizione elettorale.

Ma può fare molto comodo anche a chi governa l’opposizione.

A Giuseppe Conte, per esempio, una barriera simile rende assai più complicata l’eventuale comparsa di una lista promossa da Alessandro Di Battista capace di pescare nell’elettorato che fu del Movimento 5 Stelle. E rende estremamente ardua qualsiasi eventuale iniziativa autonoma che potesse nascere attorno a Beppe Grillo.

Al PD e ad AVS riduce drasticamente lo spazio disponibile per qualsiasi formazione che tentasse di organizzarsi elettoralmente alla loro sinistra.

E naturalmente rende enormemente più difficile qualsiasi tentativo nazionale proveniente dall’area del dissenso, qualunque ne sia l’orientamento: Potere al Popolo, Democrazia Sovrana Popolare, nuove aggregazioni, movimenti oggi ancora fuori dal Parlamento.

Non occorre immaginare complotti.

Basta osservare gli effetti.

Quando una regola favorisce in maniera pressoché sistematica coloro che sono già dentro e colpisce soprattutto coloro che stanno fuori, la divisione politica fondamentale prodotta da quella regola non è più soltanto fra destra e sinistra.

È fra dentro e fuori.

Fra gli inquilini del Palazzo e quelli che alla porta del Palazzo potrebbero un giorno presentarsi.

Ed è precisamente per questo che sarebbe un errore gigantesco considerare questa vicenda un problema dei “partitini”.

NON DIFENDIAMO I PARTITINI. DIFENDIAMO GLI ELETTORI

A Brescia del Popolo interessa pochissimo sapere se una nuova formazione politica otterrebbe il 10%, il 3%, lo 0,8% o lo 0,2%.

Lo decidano gli elettori.

È esattamente questo il punto.

Devono poterlo decidere gli elettori.

Non Giuseppe Conte.

Non Giorgia Meloni.

Non Elly Schlein.

Non Angelo Bonelli&Nicola Fratoianni

Non Roberto Vannacci.

Non Riccardo Magi.

Gli elettori.

Se Di Battista vuole presentare una lista e non prende voti, saranno gli italiani a mandarlo a casa.

Se Potere al Popolo vuole presentarsi e raccoglie lo 0,5%, saranno gli italiani ad aver deciso che quella proposta non interessa.

Se domani nasce una formazione che nessuno di noi oggi conosce e prende lo 0,1%, benissimo: avrà parlato il corpo elettorale.

Ma una cosa è essere bocciati dagli elettori.

Un’altra è essere sostanzialmente fermati prima di poterli incontrare.

Questa differenza si chiama democrazia.

NON E’ ANCORA FINITA

C’è però una ragione per cui scriviamo questo editoriale oggi e non dopo l’approvazione definitiva della legge.

Non è ancora finita.

Il percorso parlamentare non è concluso. Se il Senato approverà modifiche, il testo tornerà alla Camera, dove l’esame in terza lettura è previsto a partire dal 28 settembre.

Restano dunque poche settimane.

Pochissime.

Ma sufficienti perché ciò che sta accadendo non passi sotto silenzio.

Questa volta non bastano comunicati indignati sui social network. Non basta qualche dichiarazione parlamentare destinata a sparire dalle cronache ventiquattr’ore dopo.

Serve una mobilitazione democratica nazionale.

Servono prese di posizione di costituzionalisti, associazioni, movimenti, amministratori locali, intellettuali, sindacati e cittadini.

Servono iniziative nelle città.

Servono le piazze.

E servono anche a Brescia.

Non per difendere questo o quel partito. Non per chiedere un seggio per qualcuno. Non per stabilire che ogni sigla politica abbia automaticamente diritto ad entrare in Parlamento.

Per difendere un principio infinitamente più semplice.

Non bisogna scendere in piazza perché tutti questi partiti abbiano garantito il diritto a un seggio.

Bisogna scendere in piazza perché abbiano il diritto di chiedere agli italiani un voto.

Saranno poi gli italiani — e non una legge scritta da coloro che già siedono in Parlamento — a decidere se mandarceli oppure no.

Nel 1297 cominciò la Serrata del Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia.

Nel 2026 abbiamo ancora qualche settimana per impedire che qualcuno possa un giorno scrivere, parlando della nostra Repubblica: fu allora che cominciarono a chiudere la porta e trasformarono il sistema politico italiano in una compiuta oligarchia.

FILIPPO RONCHI