LA RIVOLTA DEI MARANZA

Due giorni di mobilitazioni giovanili attraversano l’Italia. Dalle proteste studentesche contro il governo Meloni alla sorprendente partecipazione al corteo di Brescia: una generazione che sembrava rassegnata torna a reclamare il proprio futuro. E ora guarda allo sciopero generale del 30 ottobre.

UNA GENERAZIONE CHE NON VUOLE RASSEGNARSI

Li chiamano maranza. Un’etichetta spesso utilizzata, con una buona dose di disprezzo, per descrivere giovani considerati insofferenti alle regole, disinteressati alla politica, privi di ideali e incapaci di immaginare un futuro diverso dal proprio presente.

Naturalmente, non tutti i giovani sono maranza, né tutti i maranza corrispondono allo stereotipo che viene loro attribuito. Ma è proprio giocando provocatoriamente su questa rappresentazione che si può raccontare ciò che è accaduto nelle piazze italiane tra venerdì 16 e sabato 17 ottobre.

Perché, improvvisamente, una parte di quella generazione che si vorrebbe individualista, ripiegata sui social e sostanzialmente indifferente alle grandi questioni collettive ha deciso di scendere in strada.

Per parlare di scuola, lavoro, salari, affitti, sanità, guerra. E soprattutto di futuro.

Due giornate diverse, promosse da soggetti differenti, che hanno tuttavia mostrato alcuni elementi comuni: una partecipazione nettamente giovanile, un diffuso malessere sociale e la convinzione che le prospettive offerte dall’attuale organizzazione economica e politica siano sempre più insufficienti.

Con una particolarità: nella seconda giornata, a Brescia, è accaduto qualcosa che probabilmente nemmeno gli organizzatori si aspettavano.

VENERDÌ 16 OTTOBRE: GLI STUDENTI CONTRO IL GOVERNO E LA GUERRA

La prima giornata è stata quella delle mobilitazioni studentesche, che hanno attraversato numerose città italiane.

A Roma, Torino, Genova, Bari, Venezia e in altri centri, migliaia di studenti sono scesi in piazza nel “NO MELONI DAY” contro le politiche del governo e del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.

Le parole d’ordine sono state eloquenti: «Soldi alla scuola, non alla guerra», «A scuola nessuno è straniero», «Meno armi, più diritti».

Al centro della protesta, il deterioramento degli edifici scolastici, i costi dell’istruzione, la precarietà delle prospettive lavorative, le politiche governative in materia di scuola e immigrazione e l’aumento delle spese militari.

Non si è trattato, in questo caso, di una mobilitazione senza organizzazioni. Tra i protagonisti figuravano OSA, Opposizione Studentesca d’Alternativa, Cambiare Rotta, la Rete degli Studenti Medi, l’Unione degli Studenti e altre realtà dell’associazionismo studentesco.

A Torino il corteo ha raccolto migliaia di partecipanti. A Roma la protesta ha coinvolto numerosi istituti scolastici, anche dopo una stagione di occupazioni. A Bari gli studenti hanno collegato esplicitamente la contestazione del carovita e delle politiche di riarmo alla successiva scadenza dello sciopero generale.

È significativo che la questione della guerra non sia rimasta separata da quella sociale. Al contrario, nelle parole d’ordine degli studenti si è affermata una relazione precisa: le risorse destinate agli armamenti vengono contrapposte a quelle necessarie per l’istruzione, i servizi pubblici e il diritto a una vita dignitosa.

“POTERE AL POPOLO!”: DALLA PROTESTA STUDENTESCA ALLO SCIOPERO GENERALE

Alle mobilitazioni ha dato il proprio pieno sostegno anche Potere al Popolo, impegnato a collegare le rivendicazioni degli studenti con quelle dei lavoratori e con l’opposizione alle politiche di guerra e di riarmo.

Marta Collot, portavoce nazionale del movimento, ha espresso il sostegno alle proteste del 16 ottobre, richiamando le parole d’ordine contro le discriminazioni nella scuola, contro la sua progressiva militarizzazione e a favore di maggiori investimenti nell’istruzione pubblica.

Nella sua dichiarazione, Collot ha inoltre rilanciato l’appuntamento dello sciopero generale del 30 ottobre, individuando nella convergenza tra studenti e lavoratori una prospettiva per dare continuità alla mobilitazione.

È un passaggio politicamente significativo. La protesta giovanile non viene interpretata come una semplice rivendicazione di categoria, ma come parte di un conflitto sociale più generale, che riguarda salari, condizioni di lavoro, diritti e destinazione delle risorse pubbliche.

La stessa prospettiva è stata richiamata dagli studenti di diverse città, che hanno annunciato la volontà di tornare in piazza il 30 ottobre.

SABATO 17 OTTOBRE: UNA MOBILITAZIONE NATA SOPRATTUTTO ATTRAVERSO I SOCIAL

Il giorno successivo, sabato 17 ottobre, è stata la volta di «Italia in Piazza».

Questa volta il quadro organizzativo era differente e meno chiara. L’iniziativa si presentava come una mobilitazione popolare, apartitica ma non apolitica, diffusa attraverso i social network e i gruppi di messaggistica.

La piattaforma metteva insieme un ampio ventaglio di rivendicazioni: salari insufficienti, aumento del costo della vita, caro-affitti, precarietà lavorativa, difficoltà di accesso alla sanità pubblica, insicurezza sociale e critica delle spese militari.

Un programma che, per molti aspetti, richiamava le rivendicazioni della giornata precedente, pur provenendo da un percorso organizzativo differente.

Gli appuntamenti erano stati annunciati in numerose città italiane, da Milano a Torino, da Napoli a Bologna, da Palermo a Brescia.

Ma i risultati non sono stati uniformi. Dai riscontri disponibili emerge una partecipazione assai diversa da città a città. E proprio Brescia sembra essersi distinta per la consistenza della mobilitazione.

LARGO FORMENTONE: QUALCHE CARTELLO, UN MEGAFONO E TANTA INCERTEZZA

A Brescia, il pomeriggio comincia in una situazione che non lascia presagire nulla di particolarmente clamoroso.

In Largo Formentone stanno ancora smontando le bancarelle del mercato del sabato. Si muovono i mezzi della nettezza urbana, mentre i commercianti completano le operazioni di sgombero.

In mezzo a questo scenario arrivano le prime decine di ragazzi.

Non ci sono palchi, impianti di amplificazione, grandi striscioni o apparati organizzativi. Si vedono soltanto alcuni cartelli di cartoncino, qualche piccolo gruppo di giovani e un megafono.

Poche anche le bandiere e comunque nessuna di partito. Alcuni tricolori, peraltro in prevalenza riconducibili alla tradizione delle Brigate Garibaldi. Una anche dei pirati…

La sensazione iniziale è quella di un raduno ancora incerto, quasi improvvisato, ben lontano dall’immagine delle grandi manifestazioni organizzate dalle formazioni politiche o dai sindacati.

Ma nel giro di mezz’ora la situazione cambia.

La piazza comincia a riempirsi. Arrivano altri gruppi, quasi tutti composti da ragazzi e ragazze molto giovani.

L’età media colpisce immediatamente: prevalgono nettamente gli adolescenti i ventenni, mentre le persone sopra i quarant’anni costituiscono una minoranza.

«SIAMO STANCHI, ESAUSTI. E QUESTO È SOLTANTO L’INIZIO»

Giulia Benedetti e Sara Marini, due delle organizzatrici della manifestazione, rilasciano una dichiarazione al canale YouTube RossoFastidio.

«Siamo oggi qui tutti riuniti in Largo Formentone per un corteo contro il caro vita», spiega Giulia.

Sottolinea il carattere popolare e nazionale dell’iniziativa, lanciata contemporaneamente in numerose città italiane.

Quando la intervistano, la sua previsione è di almeno quattrocento o cinquecento partecipanti.

Poi elenca le ragioni della protesta: il costo dei carburanti, gli affitti, i mutui, le difficoltà del mercato immobiliare, la sanità pubblica, i tempi di attesa e l’aumento dei ticket.

«Siamo stanchi tutti, esausti, e adesso siamo qua per farci sentire», afferma.

Ma soprattutto insiste su un punto Sara: non deve trattarsi di una manifestazione isolata.

«Questo è l’inizio. Sarà l’inizio per tante altre manifestazioni, perché non ci arrendiamo».

Una dichiarazione che acquisterà un significato particolare nelle ore successive.

GIOVANI SENZA PROSPETTIVE, TRA CRITICA DEL CAPITALISMO E RIFIUTO DELLE VECCHIE IDEOLOGIE

Parlando con alcuni ragazzi impegnati nell’organizzazione, emerge un malessere che va oltre il semplice aumento dei prezzi.

Uno è un lavoratore dipendente, un altro è titolare di partita IVA.

Le loro condizioni professionali sono differenti, ma i discorsi si assomigliano.

C’è chi possiede molto e chi fatica a costruirsi un’esistenza dignitosa. C’è chi lavora senza intravedere alcuna prospettiva di miglioramento. C’è la sensazione che i sacrifici vengano richiesti sempre agli stessi, mentre chi dispone delle maggiori risorse non contribuisce in misura adeguata.

Sono argomenti che richiamano chiaramente la questione delle disuguaglianze sociali.

Ma colpisce anche il rifiuto delle vecchie appartenenze ideologiche.

Nelle conversazioni si ascoltano critiche al fascismo, al comunismo e al capitalismo. Non emerge un’identificazione immediata con una tradizione politica precisa, quanto piuttosto una diffusa insoddisfazione verso le risposte offerte dalle ideologie e dai sistemi economici conosciuti.

È difficile ricavare da poche conversazioni un ritratto politico dell’intera manifestazione. Ma una cosa appare evidente: per questi giovani la politica non è un esercizio astratto. È anzitutto la possibilità, o l’impossibilità, di costruirsi un futuro.

IL CORTEO CRESCE: DA QUALCHE CENTINAIO A MIGLIAIA DI PARTECIPANTI

Intorno alle tre del pomeriggio il corteo si mette in movimento.

Attraversa le vie del centro storico e il ring, mentre continuano ad aggiungersi nuovi partecipanti.

Il cambiamento rispetto al raduno iniziale è impressionante.

Quella che sembrava destinata a rimanere una manifestazione di poche centinaia di persone diventa un corteo che occupa interi tratti di strada.

Secondo una nostra stima effettuata sul posto, la partecipazione raggiunge l’ordine delle duemila persone, forse anche superiore, fino a tremila. Non si tratta di un conteggio ufficiale, ma di una valutazione basata sull’estensione e sulla consistenza del corteo.

Le fotografie documentano bene la trasformazione: dalla piazza inizialmente occupata da piccoli gruppi a una lunga colonna di manifestanti che attraversa le strade cittadine.

Per Brescia è una mobilitazione significativa, forse la più consistente dopo le grandi manifestazioni dell’autunno 2025 a sostegno della Palestina.

E c’è un altro elemento che colpisce: la modestia dei mezzi organizzativi iniziali non ha impedito alla protesta di assumere dimensioni considerevoli.

DA MAMELI A BELLA CIAO: LA CARATTERIZZAZIONE POLITICA DEL CORTEO

Anche il clima politico della manifestazione si definisce progressivamente.

Si canta l’inno di Mameli, ma si canta anche Bella Ciao.

Si levano slogan contro Giorgia Meloni e Roberto Vannacci, contro il fascismo, contro la guerra e il riarmo.

La solidarietà con il popolo palestinese, già protagonista delle grandi mobilitazioni dell’anno precedente, torna a intrecciarsi con le rivendicazioni sociali.

Al corteo partecipa anche una delegazione di “Potere al Popolo!”, contribuendo alla presenza delle parole d’ordine antifasciste, contro il governo, le politiche di riarmo e a sostegno della Palestina.

In via Capriolo si registra qualche momento di tensione, senza conseguenze tali da compromettere il regolare svolgimento della manifestazione.

Nel complesso, il corteo mantiene un carattere pacifico e si conclude davanti alla Prefettura in Piazza Duomo, dove però alcune persone comparse con il volto coperto lanciano tavolini, sedie, bicchieri e petardi in direzione della polizia, che risponde utilizzando i lacrimogeni. E ancora una volta i militanti di “Potere al Popolo!”- in particolare Giorgio Cremaschi- hanno un ruolo importante, perchè riescono a fermare la carica pesante e indiscriminata che i poliziotti stavano per lanciare come ritorsione, incitati da alcuni neofascisti presenti sulla scena.

È interessante osservare come un’iniziativa nata con una piattaforma sociale ampia e dichiaratamente apartitica abbia assunto, nel suo svolgimento bresciano, una caratterizzazione politica sempre più riconoscibile.

Non necessariamente perché tutti i partecipanti condividessero le stesse idee, ma perché alcune parole d’ordine hanno finito per prevalere nel linguaggio della piazza.

“RINASCENZA”: GLI INTERROGATIVI DELLA VIGILIA E LA REALTÀ BRESCIANA

Alla vigilia della manifestazione erano emersi interrogativi sulla partecipazione di “Rinascenza”, un movimento politico-culturale organizzato che aveva ampiamente diffuso sui propri canali social gli appuntamenti del 17 ottobre.

Il movimento aveva invitato i propri aderenti a presentarsi con colori e vessilli riconoscibili, pur sottolineando il carattere apartitico dell’iniziativa.

Si trattava di un elemento che rendeva legittimo interrogarsi sull’identità dei soggetti coinvolti nella mobilitazione nazionale.

“Rinascenza” è una formazione politica dai contorni ideologici quantomeno ambigui, che mescola una retorica antisistema, la critica al capitalismo e alle élite economiche con il rifiuto delle categorie di destra e sinistra.

Ma almeno a Brescia, dove abbiamo seguito direttamente la manifestazione, non è emersa una sua presenza organizzata e riconoscibile, né un ruolo visibile nella direzione politica del corteo. Gli interrogativi della vigilia, dunque, non hanno trovato riscontri significativi nella realtà della piazza bresciana.

Questo non consente di escludere la partecipazione di singoli aderenti o un contributo alla diffusione dell’appuntamento. Ma sarebbe scorretto attribuire al movimento (che peraltro sembra presente prevalentemente nel mondo virtuale più che in quello reale, almeno finora) una centralità che nella piazza bresciana non è stata riscontrata.

Il dato più significativo rimane piuttosto la partecipazione di una moltitudine di giovani, molti dei quali sembravano essersi mobilitati al di fuori delle forme tradizionali della militanza politica.

LA FORZA DEI SOCIAL E IL CASO BRESCIA

È forse questa la novità più interessante dell’intera giornata.

Siamo abituati a considerare i social network soprattutto come luoghi di polemiche, esibizionismo, isolamento e comunicazione superficiale.

Ma i social possono anche diventare strumenti di convocazione e aggregazione collettiva.

La manifestazione del 17 ottobre sembra averlo dimostrato, almeno a Brescia.

Naturalmente, sarebbe ingenuo confondere automaticamente una mobilitazione diffusa attraverso Internet con un movimento del tutto spontaneo. Dietro una convocazione nazionale esistono comunque persone, relazioni e forme di coordinamento.

Eppure la distanza tra l’apparato organizzativo visibile all’inizio e la partecipazione finale è un fatto che merita attenzione.

Anche perché Brescia sembra aver registrato un risultato superiore a quello di altre città coinvolte nell’iniziativa.

Perché proprio qui?

Hanno funzionato meglio i gruppi social locali? Esisteva una rete di relazioni giovanili particolarmente efficace? Oppure la manifestazione ha intercettato un disagio sociale che cercava semplicemente un’occasione per esprimersi?

Sono domande alle quali non abbiamo ancora risposte definitive.

Ma il risultato bresciano suggerisce che sarebbe un errore sottovalutare la capacità di mobilitazione di una generazione che spesso viene descritta come politicamente assente.

IL 30 OTTOBRE SARÀ LA PROVA DECISIVA?

Le due giornate del 16 e 17 ottobre hanno avuto promotori, modalità e percorsi differenti.

Eppure hanno mostrato una convergenza significativa di temi: la precarietà del futuro, il costo della vita, il diritto allo studio, il lavoro, la difesa dei servizi pubblici e l’opposizione alle politiche di riarmo.

Adesso c’è una nuova data sul calendario: venerdì 30 ottobre, quando è previsto lo sciopero generale proclamato dall’Unione Sindacale di Base e sostenuto da “Potere al Popolo!” e da altre realtà del movimento sociale e studentesco.

Sarà interessante verificare se i giovani che hanno animato queste due giornate sapranno ritrovarsi in una mobilitazione comune.

In particolare, la domanda riguarda Brescia.

Quei ragazzi e quelle ragazze che sabato 17 ottobre hanno riempito le strade, molti dei quali senza bandiere e senza appartenenze politiche riconoscibili, coglieranno l’occasione per dare continuità alla propria protesta?

Oppure la straordinaria partecipazione bresciana resterà un episodio isolato?

Non lo sappiamo.

Il fenomeno richiama, per alcuni aspetti, quello delle Sardine, che nel 2019 riuscirono a riempire le piazze italiane grazie soprattutto alla mobilitazione attraverso i social network. Un movimento inizialmente presentatosi come espressione spontanea della società civile, che finì poi per gravitare sempre più nell’orbita politica del centrosinistra.

Siamo dunque di fronte a una nuova versione 4.0 delle Sardine, destinata a essere ricondotta nell’alveo delle organizzazioni politiche tradizionali? Oppure sta prendendo forma qualcosa di diverso, capace di esprimere autonomamente il disagio e le aspirazioni di una generazione che non si riconosce più nei vecchi schieramenti?

Il 30 ottobre potrà offrirci qualche prima risposta.

Per il momento, una cosa è certa: quei giovani che troppo spesso vengono descritti come disinteressati, individualisti e incapaci di impegnarsi collettivamente hanno dimostrato di saper riempire le piazze.

E forse, prima di continuare a liquidarli con l’etichetta di maranza, sarebbe opportuno cominciare a prendere sul serio ciò che hanno da dire.

FRANCESCO ROVARICH