UN TEMA SCOMPARSO DAL DIBATTITO PUBBLICO
In questa torrida estate se c’è una cosa sparita dai radar quella è l’autonomia differenziata. Chi da un lustro e mezzo ne segue le sorti avverse scrive, interviene, suona l’allarme, indica il pericolo, ma niente, tutto prosegue come se nulla fosse. Addirittura politici di prima grandezza ignorano che l’autonomia differenziata proceda indisturbata verso la meta dell’approvazione, anzi, la danno per sconfitta, ma non è così.
LE PRE-INTESE AVANZANO VERSO L’APPROVAZIONE
Vediamo quali sono le coordinate di navigazione.
Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria hanno sottoposto alla Conferenza Stato-Regioni le pre-intese, cioè gli accordi che hanno raggiunto con lo Stato per una prima assegnazione in esclusiva delle seguenti materie: protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, tutela della salute di cittadini e cittadine e coordinamento della finanza pubblica.
La Conferenza ha approvato le pre-intese col voto contrario delle sole Regioni amministrate dal centrosinistra – le regioni del Meridione governate dalla destra si sono dichiarate favorevoli – e le ha inviate alle Commissioni parlamentari che hanno novanta giorni per esprimersi.
Dalle Commissioni passeranno al Governo, che accetterà o meno i rilievi delle Commissioni parlamentari; le Regioni approveranno le eventuali modifiche, infine il Governo varerà le intese.
Alle richieste delle quattro ammiraglie si uniranno, quasi sicuramente e quanto prima, le richieste delle altre regioni.
UNA ROTTA ORMAI SENZA OSTACOLI?
C’è qualcuno che crede che in una di queste tappe del percorso di disgregazione nazionale possa esserci un ravvedimento o una mancata approvazione?
Infatti la questione, che già scaldava poco gli animi, è passata in secondo piano.

LA METAFORA DEL TITANIC
In questo bel viaggio verso lo schianto non mancano piccoli momenti di tragica ilarità.
Nella plancia di comando, il ministro Giorgetti, raro esemplare di condottiero pensante, fatti due conti, s’è accorto che, per quanto la rotta sia tracciata, il viaggio potrebbe durare più a lungo del previsto, pertanto che nessuno osi ipotizzare una fine della legislatura in anticipo rispetto ai tempi necessari per l’approvazione definitiva delle intese sull’autonomia differenziata.
A tenere fermo il timone c’è Calderoli, che garantisce che le scialuppe di salvataggio siano riservate ai naviganti di prima classe. E qui dovrebbe partire la colonna sonora che già ho in testa.
Invece chi suona? Suona il complessino impavido di CGIL e associazioni varie che, mentre si imbarca acqua, sogna una sanità pubblica nazionale, un trattamento delle professioni sanitarie migliorativo e una equa distribuzione in tutto il territorio italiano delle risorse per un effettivo diritto alla salute.

Dalla stiva s’ode il proposito della Calabria di far da sé, chiedendo prossimamente maggiore autonomia.
Il tutto avviene non col mare in bonaccia, ma mentre imperversa la peggior burrasca degli ultimi ottant’anni.
UN PASSO INDIETRO: LE ORIGINI DEL REGIONALISMO
Siccome sappiamo come andrà a finire, come nel bellissimo film vincitore di svariati Oscar, facciamo un flash back.
Giust’appunto ottant’anni fa veniva imbastita la Costituzione della Repubblica italiana che dava concepimento alle Regioni, una delle innovazioni più clamorose.
Il nazionalismo assoluto e livellante del regime fascista faceva ancora paura.
Le Regioni furono una scommessa: quella di emancipare i territori consentendo loro di fissare obiettivi politici legati alle svariate peculiarità affinché li perseguissero attraverso strumenti che sarebbero stati messi loro a disposizione.
Nessuna emancipazione venne avviata nei vent’anni successivi, né si delineò un modello di regionalismo che tenesse insieme le istanze autonomistiche con gli interessi nazionali.
Agli esordi del nuovo millennio si portò avanti il progetto dei Padri e delle Madri costituenti attraverso la modifica del Titolo V della Costituzione, che introitava nel testo la “lettura” che dell’autonomia territoriale aveva dato la Lega Nord, partito a vocazione secessionista. E da lì non ci si scollò mai più.
La partita è rimasta ingessata tra Autonomia Sì e Autonomia No. Autonomia Come è recente.
IL TENTATIVO DI CORREGGERE LA COSTITUZIONE
Ho contribuito a raccogliere le firme affinché arrivasse in Parlamento una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare promossa dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, fortemente voluta dal Presidente e costituzionalista emerito, prof. Massimo Villone, che ne fu estensore insieme ad altri costituzionalisti.

La legge prevedeva la modifica degli articoli 116 e 117 della Costituzione per equilibrare l’interesse dei territori regionali con gli interessi della Repubblica.
Si chiedeva:
- che le eventuali modificazioni del rapporto fra Stato e Regioni potessero essere previste solo se giustificate dalla specificità del territorio;
- che il Parlamento non venisse escluso dal legiferare in materia e non fosse relegato alla mera ratifica dell’intesa fra Stato e Regione;
- che le eventuali decisioni sul ruolo delle Regioni dovessero essere approvate tramite una legge del Parlamento sottoponibile a referendum popolare;
- che sanità, istruzione, infrastrutture e tutela dell’ambiente restassero di competenza esclusiva dello Stato;
- che fosse introdotta una clausola di supremazia dello Stato per tutelare l’unità giuridica ed economica della Repubblica.
LE BATTAGLIE REFERENDARIE
Raccogliemmo 105.937 firme, più del doppio di quelle necessarie.
La recondita speranza era che una legge di iniziativa popolare potesse far superare l’imbarazzo delle forze politiche presenti in Parlamento – che tutte si erano espresse a favore della regionalizzazione – affinché fosse ridimensionata la bulimica richiesta d’autonomia.
Ovviamente non passò, ma la discussione del tema guadagnò maggior vigore.
Calderoli scrisse le regole quadro entro le quali sviluppare il progetto autonomistico/secessionista.
Nuova raccolta delle firme (questa volta non in solitaria) per abrogare la legge Calderoli.
LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Senonché, nel frattempo, la Corte Costituzionale, attivata dai ricorsi delle Regioni governate dal centrosinistra, definì in quali termini dovesse essere attuata la regionalizzazione; pertanto il referendum abrogativo della legge Calderoli non venne ammesso nella formulazione presentata.
Bisognava rilanciare subito un’altra richiesta referendaria, modificando il quesito; il ferro va battuto quando è caldo. Non fu così.
Sarebbe andata diversamente se non fossero stati presentati i ricorsi alla Corte Costituzionale?
Un referendum abrogativo totale della legge Calderoli avrebbe risolto il problema alla radice? Penso proprio di no. Senza i ricorsi non ci sarebbe stata la sentenza della Consulta, che è una pietra miliare di riferimento.
Quanto a Calderoli, non si sarebbero di certo sopite le sue brame qualora la legge che porta il suo nome fosse stata abrogata. Se ne sarebbe fregato, infatti le nuove pre-intese non tengono in alcun conto le direttive della Corte Costituzionale.
L’EPILOGO: LA MUSICA CONTINUA

Ma torniamo sulla plancia a scrutare l’orizzonte mentre imperversa la tempesta.
Che fare? Credo proprio che mi metterò ad ascoltare il complessino.
GIULIA VENIA

