Ci sono due recenti notizie che riguardano Brescia e che, lette separatamente, raccontano storie diverse. Lette insieme, invece, descrivono un paradosso che dovrebbe far riflettere.
Da un lato, la presentazione del dodicesimo Bilancio di sostenibilità territoriale di A2A, accompagnata da toni inevitabilmente celebrativi: centinaia di milioni di euro di valore generato, investimenti, economia circolare, transizione energetica, riduzione della CO₂ “evitata”, innovazione e sviluppo. Una “narrazione”- come si usa dire oggi- che restituisce l’immagine di una città ormai proiettata verso un modello avanzato di sostenibilità.

Dall’altro, quasi negli stessi giorni, arriva l’ennesima esclusione di Brescia dalla corsa al titolo di Capitale Verde Europea, malgrado la campagna promozionale lanciata dalla Sindaca intestarditasi a conquistare l’ improbabile primato … Una bocciatura che rappresenta il giudizio espresso da una commissione internazionale chiamata a valutare non gli slogan, ma gli indicatori ambientali complessivi e la qualità effettiva delle politiche messe in campo.
È difficile non cogliere la contraddizione.
Se davvero il modello bresciano fosse così avanzato come emerge dalla comunicazione istituzionale, sarebbe lecito attendersi almeno un riconoscimento europeo. Invece il responso racconta un’ altra storia, confermando che il percorso verso una città realmente sostenibile è ancora un miraggio.
Proprio questa distanza è stata evidenziata anche da noti esponenti dell’ambientalismo non omologato, che hanno ricordato come restino aperte questioni storiche: dall’inquinamento atmosferico alle aree contaminate che attendono ancora bonifiche da decenni, fino alle criticità legate alla gestione dei rifiuti e al ruolo del termoutilizzatore. Problemi che difficilmente possono essere cancellati da una “narrazione” costruita esclusivamente sugli aspetti positivi.
Del resto, lo stesso Bilancio di sostenibilità di A2A, pur ricco di dati economici e industriali, lascia aperti alcuni interrogativi fondamentali, sui quali spesso ci siamo soffermati anche in passato nelle pagine di questo blog.
Gli utili prodotti e il valore economico generato si traducono in un beneficio concreto per famiglie e imprese? Le tariffe dei servizi sono diminuite? Qual è il livello complessivo delle emissioni prodotte dal sistema energetico e ambientale, oltre alle tonnellate di CO₂ “evitate” rispetto a scenari teorici? Qual è oggi il bilancio ambientale complessivo del termoutilizzatore? Sono domande che riguardano direttamente i cittadini e che meriterebbero risposte altrettanto dettagliate rispetto ai dati celebrativi presentati alla nomenklatura politica cittadina.

La nuova bocciatura europea finisce così per assumere un significato che va oltre il semplice mancato riconoscimento. Rappresenta una sorta di verifica esterna, indipendente, rispetto a una narrazione locale che enfatizza i risultati raggiunti senza affrontare con la stessa trasparenza le criticità ancora presenti.
In questo quadro emerge anche il ruolo del Comune di Brescia, contemporaneamente azionista di riferimento di A2A e rappresentante degli interessi della collettività. Una posizione che dovrebbe tradursi non soltanto nella condivisione dei successi aziendali per gli azionisti, ma anche nella capacità di esercitare un controllo rigoroso, chiedendo conto degli effetti concreti delle politiche ambientali sulla qualità della vita dei cittadini.

Il paradosso, dunque, è tutto qui: mentre da una parte la comunicazione istituzionale continua a descrivere Brescia come un modello ormai consolidato di sostenibilità, dall’ altra una valutazione internazionale e molte delle criticità ancora irrisolte riportano il dibattito con i piedi per terra.
Forse il problema non è la mancanza di risultati, ma l’eccesso di autocelebrazione. Perché la sostenibilità non si misura con le conferenze stampa o con i bilanci illustrati in modo enfatico, ma con indicatori verificabili, con bonifiche concluse, con un’aria più pulita, con servizi migliori e con riconoscimenti che arrivano da valutatori indipendenti. E, almeno per ora, il verdetto dell’Europa sembra ricordare che la distanza tra il racconto e la realtà è ancora stellare.
ROSA EVE

