BRESCIA CONTRO LA REMIGRAZIONE: DATI, REALTÀ E PROPAGANDA

LA MARCETTA SU ROMA

Il 13 giugno il “Comitato per la Remigrazione” (che altro non è che un conglomerato comprendente Casapound ed altre sigle di neofascisti, fra cui alcune bresciane) ha indetto una manifestazione nazionale a Roma a conclusione della campagna per la presentazione della sua Legge di Inizativa Popolare, denominata appunto “Remigrazione e Riconquista”. I promotori annunciano minacciosamente che torneranno anche in Parlamento  (dove gli era stato impedito mesi fa di illustrarla ufficialmente a causa dell’occupazione della sala da parte di alcuni parlamentari del centrosinistra), per vedere se ci sarà ancora qualcuno che avrà il coraggio di ostacolarli… Insomma un corteo che evoca nei toni e nei modi una nuova, piccola Marcia su Roma, non a caso visto con simpatia da Futuro Nazionale di Vannacci e da una parte della Lega.

Attorno a questa iniziativa si è sviluppato ovviamente un acceso dibattito politico. In numerose città italiane, tra cui Brescia, associazioni, sindacati e realtà democratiche hanno promosso mobilitazioni e presidi di protesta.

Come spesso accade quando si parla di immigrazione, il confronto rischia però di essere dominato da slogan, paure, invettive e semplificazioni.

Per questo vale la pena partire da una domanda semplice: gli immigrati sono davvero la causa principale dei problemi economici e sociali del nostro Paese? E la cosiddetta “remigrazione” rappresenta una risposta concreta e praticabile? Per rispondere occorre guardare ai fatti.

CHE COS’È LA “REMIGRAZIONE”?

Prima di discuterne gli effetti, è opportuno capire di cosa stiamo parlando.

La proposta prevede una drastica riduzione dei nuovi ingressi, il superamento degli attuali meccanismi che regolano l’immigrazione per lavoro, incentivi economici al rientro nei Paesi di origine e una serie di misure finalizzate a ridurre nel tempo la presenza straniera sul territorio nazionale.

Secondo i promotori, questo dovrebbe contribuire a risolvere problemi come la disoccupazione, la crisi abitativa, l’insicurezza e la stagnazione dei salari.

In Italia vivono oggi circa cinque milioni di cittadini stranieri regolarmente residenti. Anche immaginando che solo una parte di essi fosse coinvolta da programmi di “remigrazione”, si tratterebbe comunque di un’operazione di dimensioni senza precedenti nella storia della Repubblica.

È quindi legittimo chiedersi se una proposta di questo genere sia realmente in grado di affrontare i problemi che dichiara di voler risolvere.

GLI IMMIGRATI RUBANO IL LAVORO AGLI ITALIANI?

È probabilmente l’argomento più utilizzato da chi sostiene politiche fortemente restrittive in materia di immigrazione.

I dati disponibili raccontano però una realtà più complessa.

Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dal 2024 l’occupazione è cresciuta sia tra gli italiani sia tra gli stranieri, con un incremento particolarmente significativo per questi ultimi. Ciò non significa che gli immigrati godano di privilegi sul mercato del lavoro, ma piuttosto che essi continuano a occupare segmenti essenziali dell’economia italiana.

Agricoltura, edilizia, logistica, assistenza familiare, servizi alla persona, ristorazione e numerosi comparti industriali dipendono ormai in misura rilevante dal lavoro straniero.

La realtà è che nella maggior parte dei casi italiani e immigrati non competono direttamente per gli stessi posti di lavoro. Essi operano spesso in comparti differenti o in mansioni che molte imprese faticano da anni a coprire.

La domanda da porsi non è quindi quanti posti di lavoro verrebbero teoricamente liberati dall’allontanamento di migliaia di immigrati, ma chi svolgerebbe concretamente le attività oggi affidate a quella manodopera.

I SALARI BASSI NON SONO COLPA DEGLI IMMIGRATI

Un secondo luogo comune sostiene che la presenza degli immigrati sarebbe responsabile della stagnazione salariale italiana.

Anche in questo caso i numeri suggeriscono un’altra interpretazione.

Negli ultimi anni l’Italia ha registrato una significativa perdita del potere d’acquisto dei salari. Le cause individuate dagli economisti riguardano soprattutto la bassa crescita della produttività, la precarizzazione del lavoro, l’inflazione e la debolezza delle dinamiche retributive.

Non è l’immigrazione ad avere prodotto questo fenomeno.

Paradossalmente, gli immigrati risultano spesso tra i soggetti maggiormente penalizzati da questo sistema, essendo concentrati nelle occupazioni meno qualificate e peggio retribuite.

Attribuire loro la responsabilità dei bassi salari significa quindi confondere gli effetti con le cause.

Il problema reale riguarda la qualità del lavoro e la distribuzione della ricchezza prodotta, non la nazionalità di chi lavora.

PIÙ DIRITTI O PIÙ RICATTABILITÀ?

Esiste inoltre un aspetto raramente affrontato nel dibattito pubblico.

I sostenitori della remigrazione affermano di voler difendere i lavoratori italiani dalla concorrenza della manodopera immigrata. Tuttavia, una parte consistente degli studi sul mercato del lavoro evidenzia un fenomeno opposto: quando una categoria di lavoratori è più ricattabile, meno tutelata o esposta al rischio di perdere il proprio diritto a soggiornare e lavorare, aumenta la possibilità che essa venga impiegata a salari inferiori e in condizioni peggiori.

In altre parole, la compressione dei diritti dei lavoratori stranieri non rafforza necessariamente la posizione dei lavoratori italiani. Può anzi contribuire ad alimentare forme di dumping salariale e di concorrenza al ribasso che finiscono per danneggiare l’intero mondo del lavoro.

Non è un caso che fenomeni come il caporalato, il lavoro nero e lo sfruttamento della manodopera migrante siano stati spesso denunciati non soltanto dalle associazioni umanitarie, ma anche dalle organizzazioni sindacali.

La vera alternativa non consiste quindi nel contrapporre lavoratori italiani e lavoratori stranieri, bensì nel garantire a tutti condizioni di lavoro dignitose, salari adeguati e uguali diritti.

IL CASO BRESCIA: QUANDO LA REALTÀ SMENTISCE LA PROPAGANDA

Per verificare la fondatezza delle tesi sostenute dai promotori della “remigrazione” basta osservare ciò che accade nella nostra provincia.

Secondo i dati più recenti, in provincia di Brescia risiedono oltre 153.000 cittadini stranieri, pari al 12,2% della popolazione complessiva.

Nel comune capoluogo gli stranieri residenti sono oltre 40.000 e rappresentano il 19,8% della popolazione totale.

Se fosse vero che una forte presenza immigrata produce automaticamente declino economico, disoccupazione e disgregazione sociale, Brescia dovrebbe essere uno dei territori più problematici del Paese.

Eppure la provincia continua a essere uno dei principali poli produttivi italiani e uno dei motori economici della Lombardia. Non si tratta di una coincidenza.

L’ECONOMIA BRESCIANA HA BISOGNO DEL LAVORO IMMIGRATO

I dati raccolti dal CIRMiB (Centro di Iniziative e Ricerche sulle Migrazioni – Brescia) dell’Università Cattolica mostrano con chiarezza quanto il lavoro straniero sia ormai integrato nel sistema produttivo locale.

Nel settore agricolo circa il 69% dei contratti di lavoro è stipulato con cittadini stranieri. Nel lavoro domestico la percentuale raggiunge addirittura l’85%.

Parliamo di attività essenziali per il territorio: dalle aziende agricole della Bassa Bresciana alle attività vitivinicole della Franciacorta, dall’assistenza agli anziani fino ai servizi alle famiglie.

Anche il settore manifatturiero, cuore storico dell’economia bresciana, impiega una quota rilevante di lavoratori immigrati.

La domanda che dovrebbero porsi i sostenitori della remigrazione è molto semplice: chi svolgerebbe queste attività se decine di migliaia di persone lasciassero il territorio? In base a quali elementi ritengono che i Bresciani accorrerebbero a frotte per coprire quei posti lavorativi per la maggior parte mal pagati? La risposta non appare affatto scontata.

NON SOLO LAVORATORI: ANCHE IMPRENDITORI

Un altro dato poco conosciuto riguarda l’imprenditoria immigrata.

Nel Bresciano operano 16.386 imprenditori nati all’estero. Si tratta del sesto dato più alto in Italia. Non parliamo quindi soltanto di lavoratori dipendenti. Parliamo di artigiani, commercianti, piccoli imprenditori e titolari di attività economiche che producono reddito, pagano imposte e creano occupazione.

L’immagine dell’immigrato come semplice destinatario di assistenza pubblica non trova conferma nella realtà di una provincia come Brescia.

UNA CONTRADDIZIONE POCO DISCUSSA

Esiste poi un aspetto paradossale della proposta che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.

Mentre si propone di ridurre drasticamente la presenza immigrata, il testo prevede contemporaneamente il ripristino senza limiti generazionali del riconoscimento della cittadinanza italiana per gli italo-discendenti e introduce agevolazioni fiscali e incentivi al loro trasferimento in Italia.

Si tratta di una scelta che apre un evidente assurdità.

Secondo diverse stime, i discendenti degli emigrati italiani in America Latina ammontano a decine di milioni di persone. Soltanto tra Argentina, Brasile e Venezuela vivono comunità di origine italiana che superano complessivamente l’attuale popolazione residente in Italia.

Da un lato si sostiene che l’immigrazione costituisca un problema; dall’altro si propongono misure che potrebbero favorire nuovi ingressi e nuovi insediamenti sul territorio nazionale!

Una contraddizione che meriterebbe certamente un dibattito più approfondito.

SICUREZZA E CRIMINALITÀ: EVITARE LE SEMPLIFICAZIONI

Il tema della sicurezza è certamente reale e merita di essere affrontato senza retorica.

Ma proprio per questo occorre evitare letture semplicistiche.

La criminalità è un fenomeno complesso che dipende da molteplici fattori: povertà, esclusione sociale, degrado urbano, dispersione scolastica, sfruttamento lavorativo, presenza della criminalità organizzata.

Non esistono dati che consentano di spiegare l’andamento della criminalità facendo riferimento esclusivamente alla presenza degli immigrati.

Ridurre tutto a una questione etnica o nazionale significa ignorare la complessità dei problemi reali e ostacolare la ricerca di soluzioni efficaci.

La sicurezza si costruisce attraverso il lavoro regolare, la scuola, l’inclusione sociale, servizi pubblici efficienti e il rispetto della legalità. Non attraverso la ricerca di un capro espiatorio.

UNA QUESTIONE CHE RIGUARDA LA QUALITÀ DELLA DEMOCRAZIA

Esiste però un aspetto ancora più importante.

Ogni democrazia può discutere legittimamente di immigrazione, controllo delle frontiere, integrazione e cittadinanza.

La proposta di “Remigrazione e Riconquista” pone tuttavia una questione diversa. Essa individua nella presenza stessa degli immigrati il problema da risolvere e propone come obiettivo politico la loro progressiva espulsione dal Paese.

È proprio qui che emerge la preoccupazione espressa dalle organizzazioni che hanno promosso le mobilitazioni del 13 giugno. La campagna per la remigrazione costituisce infatti un tentativo di trasformare la discriminazione fondata sull’origine nazionale o etnica da posizione marginale a proposta politica apertamente rivendicata nello spazio pubblico.

In altre parole, non si tratta soltanto di discutere una legge. Si tratta di discutere quale modello di società si intenda costruire.

IL SIGNIFICATO DELLE MOBILITAZIONI DEL 13 GIUGNO

È in questo contesto che si collocano le manifestazioni e i presidi promossi in tutta Italia.

A Brescia l’appuntamento, promosso dall’Assemblea Permanente Antifascista, è fissato per il 13 giugno alle ore 16 in Piazza Garibaldi.

Il loro obiettivo non è soltanto contestare una specifica proposta legislativa, ma riaffermare principi che appartengono alla tradizione democratica e costituzionale del nostro Paese: uguaglianza, dignità della persona, solidarietà e convivenza civile.

I problemi dell’Italia sono reali.

Esistono salari insufficienti, precarietà lavorativa, difficoltà abitative, impoverimento del ceto medio e crescenti disuguaglianze sociali. Ma attribuire questi problemi agli immigrati significa individuare un capro espiatorio anziché affrontarne le cause effettive.

La vera posta in gioco non riguarda soltanto le politiche migratorie.

Riguarda il modello di società che vogliamo costruire: una società che affronta le proprie contraddizioni attraverso il lavoro, i diritti e la giustizia sociale, oppure una società che cerca nei più deboli e nei più esposti il responsabile delle proprie difficoltà.

Per questo le mobilitazioni del 13 giugno assumono un significato che va oltre la contestazione di una singola proposta di legge. Esse rappresentano una risposta al tentativo di rendere il razzismo una posizione politica ordinaria e socialmente accettabile nello spazio pubblico democratico.

________________________________________________________________________________________

I dati riportati in questo articolo sono stati elaborati sulla base di documentazione pubblica e rapporti di ricerca prodotti da:

  • ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) – dati su occupazione, disoccupazione, popolazione residente e condizioni socio-economiche.
  • Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Rapporti annuali sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia.
  • Comune di Brescia – Ufficio Statistica – dati demografici aggiornati sulla popolazione residente nel capoluogo.
  • Centro di Iniziative e Ricerche sulle Migrazioni (CIRMiB) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di BresciaMigraREport e studi sul fenomeno migratorio nel territorio bresciano.
  • INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) – dati contributivi e occupazionali relativi ai lavoratori stranieri.
  • Banca d’Italia – analisi sull’andamento delle retribuzioni e del mercato del lavoro.
  • ATS Brescia – rapporti statistici sulla popolazione residente e sui fenomeni demografici provinciali.

FRANCESCO ROVARICH