NEL CALDO DI QUESTA BRESCIA AFRICANA
UN PROBLEMA CHE NON PASSA
Mentre Brescia si trova nel pieno della seconda ondata di calore dell’estate 2026, torna inevitabilmente a riproporsi una questione che “Brescia del Popolo” ha affrontato più volte nel corso dei suoi appena due anni di vita: quella dell’inquinamento atmosferico e ambientale.
Non si tratta di una fissazione giornalistica. Se siamo costretti a tornare periodicamente sul tema è perché, al di là delle dichiarazioni e delle campagne di comunicazione, la sostanza del problema continua a presentarsi con una regolarità impressionante. Nel frattempo nella Città Leonessa le estati diventano sempre più lunghe e torride, le ondate di calore si susseguono con frequenza crescente e la qualità dell’aria resta una delle principali criticità del territorio bresciano.

Gli ultimi dati diffusi dai “Medici per l’Ambiente” sulla base delle rilevazioni delle centraline ARPA confermano ancora una volta una situazione che dovrebbe suscitare ben altra preoccupazione. Già nei primi cinque mesi dell’anno numerose città italiane hanno superato i limiti che l’Unione Europea intende rendere obbligatori dal 2030, mentre i valori raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità continuano a rappresentare un traguardo assai lontano per gran parte della Pianura Padana, Brescia compresa. Anzi, Brescia fra le prime per i tristi primati.
IL GRANDE ALIBI DELLA PIANURA PADANA
Naturalmente nessuno può ignorare il ruolo giocato dalla particolare conformazione geografica della Pianura Padana. Le condizioni orografiche e meteorologiche favoriscono il ristagno degli inquinanti e rendono più difficile il ricambio dell’aria. Tuttavia questa constatazione, pur corretta, non può trasformarsi in una spiegazione universale capace di assolvere ogni scelta compiuta sul territorio.
L’impressione è che negli ultimi anni si sia consolidata una sorta di rassegnazione collettiva. L’inquinamento viene riconosciuto come problema, ma allo stesso tempo viene considerato inevitabile. Si moltiplicano gli annunci sulla sostenibilità, si celebrano classifiche e riconoscimenti ambientali, si insiste sull’immagine di una Brescia moderna e proiettata verso il futuro. Eppure i dati continuano a raccontare una realtà più complessa e meno rassicurante.
CALDO, INQUINAMENTO E SALUTE
La questione assume un significato ancora più evidente quando viene osservata insieme agli effetti del cambiamento climatico. Le temperature eccezionali che stiamo sperimentando in questi giorni non rappresentano un episodio isolato, ma l’ennesima manifestazione di una tendenza ormai consolidata. In un contesto simile, il rapporto tra qualità dell’aria e salute pubblica diventa ancora più delicato. Le fasce più fragili della popolazione pagano il prezzo più alto di una combinazione che unisce caldo estremo, concentrazione degli inquinanti e progressivo deterioramento delle condizioni ambientali urbane.

Non sorprende, allora, che proprio in questi giorni il nuovo Indice di vivibilità climatica elaborato dal Corriere della Sera e da ilMeteo.it abbia collocato Brescia al 102° posto su 108 capoluoghi di provincia italiani. La classifica prende in considerazione numerosi parametri climatici, dalle temperature alle precipitazioni, dalle ondate di calore agli eventi estremi, e conferma come le città della Pianura Padana siano tra quelle che stanno pagando il prezzo più alto dei cambiamenti climatici.
Per Brescia pesano in particolare le notti tropicali, le temperature estive sempre più elevate, l’effetto delle isole di calore urbane e una crescente frequenza di fenomeni meteorologici estremi. Certo, rispetto al 2024 la Leonessa non occupa più l’ultimo posto assoluto della graduatoria. Ma essere risaliti dal 108° al 102° posto non sembra esattamente il genere di risultato che dovrebbe alimentare particolari entusiasmi da parte dell’ Amministrazione. Tanto meno appare sufficiente per giustificare i toni trionfalistici con cui periodicamente viene proposta l’immagine di una Brescia ormai avviata verso l’eccellenza ambientale.
Fa anzi una certa impressione vedere una città che ambisce al riconoscimento di Capitale Verde Europea collocarsi contemporaneamente nelle ultime posizioni delle classifiche nazionali sulla vivibilità climatica. Più che i proclami, sarebbe forse opportuno interrogarsi sulle ragioni di questa evidente contraddizione.
I NODI CHE NON SI VOGLIONO DISCUTERE
In questi anni la parte del movimento ambientalista bresciano non inserita nei due carrozzoni bipolari della destra e del centrosinistra ha avanzato proposte precise per affrontare almeno alcuni dei fattori che contribuiscono al surriscaldamento della città. Tra queste vi è anche la richiesta di aprire una discussione sul futuro della terza linea del termovalorizzatore cittadino, considerata da diversi comitati una delle possibili concause dell’effetto “isola di calore” che caratterizza l’area urbana.
Si può essere d’accordo o meno con questa proposta. Ciò che colpisce, tuttavia, è la difficoltà stessa di aprire un confronto pubblico approfondito su temi che toccano interessi economici particolarmente rilevanti. A2A continua a rappresentare uno dei principali centri di potere economico della città e qualsiasi riflessione sul rapporto tra modello energetico, ambiente e salute tende spesso a muoversi entro confini molto stretti. Così si finisce per discutere delle conseguenze senza affrontare fino in fondo le cause strutturali che le producono.

È probabilmente questo il limite più evidente del dibattito bresciano sull’ambiente. Si interviene sugli effetti, si cercano correttivi, si annunciano miglioramenti graduali, ma nessuno, tranne le formazioni della Sinistra di Alternativa e gli ambientalisti non inquadrati negli schemi del bipolarismo, mette in discussione il modello complessivo di sviluppo che ha accompagnato la crescita della città negli ultimi decenni. Eppure la qualità dell’aria, il consumo di suolo, il traffico, la produzione energetica e il surriscaldamento urbano sono aspetti che appartengono a uno stesso quadro.
TRA PROPAGANDA E REALTÀ
Per questa ragione appare sempre meno convincente la distanza tra il racconto ufficiale e la percezione concreta di molti cittadini. Da un lato si descrive una città ormai avviata verso la piena sostenibilità; dall’altro continuano ad accumularsi dati, studi e segnalazioni che invitano alla prudenza e mostrano quanto il percorso sia ancora lungo.
Nel caldo di questa Brescia africana, mentre le temperature sfiorano livelli che fino a pochi anni fa sarebbero apparsi inimmaginabili, sarebbe forse opportuno abbandonare tanto il catastrofismo sterile quanto l’ottimismo di maniera. La tutela della salute pubblica richiede un approccio più realistico, capace di guardare ai problemi senza minimizzarli e di affrontare anche le questioni più scomode.

La verità è che l’emergenza ambientale bresciana non può essere affrontata con il pensiero magico. Non basta proclamare la sostenibilità per renderla reale. Non basta moltiplicare gli slogan per far sparire le polveri sottili. Non basta riverniciare di verde un modello di sviluppo che continua a produrre contraddizioni profonde. Perché la salute dei cittadini non può aspettare i tempi della propaganda. E l’aria che respiriamo non può essere sostituita dall’aria fritta della Sindaca.
FRANCESCO ROVARICH

