Brescia, una città e tre modi di ricordare la Grande Guerra. Fra celebrazioni istituzionali, contestazione antimilitarista e rituali nazionalisti, una ricorrenza che continua a dividere la memoria degli italiani.
A 108 anni dalla conclusione della Prima Guerra Mondiale, il 4 novembre continua a essere una data capace di suscitare sentimenti, interpretazioni e giudizi profondamente diversi. Lo si è visto anche quest’anno a Brescia, dove, nell’arco di una sola giornata, si sono svolte tre distinte iniziative: la commemorazione ufficiale delle istituzioni repubblicane, una manifestazione antimilitarista in Largo Formentone e una celebrazione neofascista in Piazza Vittoria.
Tre appuntamenti che non rappresentano soltanto differenti modalità di commemorare la stessa ricorrenza. Dietro di essi emergono tre modi di interpretare il significato della Grande Guerra, il rapporto fra patria e istituzioni, il valore della pace e, soprattutto, il senso che dovrebbe assumere oggi la memoria di una tragedia costata milioni di vite umane.
LA COMMEMORAZIONE DELLE ISTITUZIONI
La giornata si è aperta con la cerimonia ufficiale della Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate. Dopo la deposizione di una corona al Masso dell’Adamello, le autorità civili e militari si sono ritrovate in Piazza della Loggia, alla presenza della sindaca Laura Castelletti, del prefetto Andrea Polichetti, delle associazioni combattentistiche e d’arma e di numerosi studenti delle scuole bresciane, fortemente voluti dal prefetto e precettati per l’ occasione.

Nel presentare il significato della ricorrenza, Polichetti ha richiamato il servizio prestato dalle Forze armate alla comunità nazionale, alle istituzioni democratiche e alla tutela della pace. Il 4 novembre, ha sottolineato, rappresenta anche un’occasione per riflettere sul bene comune e sulla responsabilità di custodire il patrimonio ideale e civile sul quale si fonda la Repubblica.
È il linguaggio della commemorazione istituzionale, nel quale il ricordo della conclusione vittoriosa della guerra viene inserito in una prospettiva che richiama i valori ad un ordinamento democratico e costituzionale. Un ordinamento che però vediamo ormai sempre più minacciato.
IL 4 NOVEMBRE NON È LA NOSTRA FESTA
Ben diverso il significato dell’iniziativa svoltasi nel tardo pomeriggio in Largo Formentone, dove circa un centinaio di cittadini ha partecipato a una manifestazione antimilitarista promossa da realtàdi docenti e studenti (Osservatorio contro la Militarizzazione della Scuola, Collettivo Assenze Ingiustificate) femministe (Non Una di Meno), sindacali (USB), e antagoniste locali (Circolo Gardesano, Circolo di Via Milano), con la partecipazione di Potere al Popolo e Sinistra Anticapitalista.
Questa volta, però, niente tradizionale corteo o successione di comizi. Gli organizzatori hanno scelto una formula originale, definita una «performance ribelle e creativa», nella quale il teatro e l’ironia sono diventati strumenti di critica politica.
Dopo alcuni appelli a sostenere iniziative per l’obiezione di coscienza e contro la militarizzazione dell’istruzione, gli insegnanti del Collettivo Assenze Ingiustificate hanno messo in scena una surreale lezione scolastica ambientata in un futuro distopico.

In quella scuola immaginaria, gli insegnanti erano stati sostituiti da ufficiali dell’esercito. Il normale appello diventava un’«ispezione anagrafica-razziale», mentre letteratura, filosofia e scienze lasciavano il posto a materie dai nomi grotteschi, come «Patriarcato Mediterraneo» e «Alimentazione Made in Italy». Gli studenti venivano infine destinati a reparti militari denominati Unità di Addestramento (che avevano sostituito le attuali Unità di Apprendimento).
Il messaggio della rappresentazione era affidato al paradosso: esasperare alcune tendenze del presente per denunciarne i possibili sviluppi futuri.

Il significato della performance è stato poi chiarito dall’intervento di una docente del collettivo, che ha denunciato la «militarizzazione strisciante» della scuola italiana: l’insistenza sui concetti di patria e disciplina, le iniziative legate alle celebrazioni militari, il rischio di subordinare la libertà d’insegnamento agli orientamenti politici del governo.
Il suo discorso ha quindi richiamato la tragedia della Prima Guerra Mondiale, le fucilazioni ordinate sotto il comando del generale Cadorna e la sorte dei ragazzi del 1899, chiamati a combattere e a morire appena diciottenni.
Negli interventi conclusivi, il ricordo del 1915-1918 si è intrecciato con le preoccupazioni per il riarmo, il ritorno dei nazionalismi e i conflitti contemporanei, insieme al richiamo alle mobilitazioni dei lavoratori che si oppongono al trasporto di materiali bellici.
«La guerra non è inevitabile», è stato affermato in conclusione, ribadendo il ruolo della scuola nell’educazione alla pace. Per chiudere con la parola d’ordine dell’iniziativa: «Il 4 novembre non è la nostra festa!».

IL 4 NOVEMBRE DEI NEOFASCISTI
Il terzo appuntamento della giornata si è svolto in serata in Piazza Vittoria, davanti al Masso dell’Adamello, dove si sono ritrovate pochi militanti della destra neofascista bresciana, schierati in una formazione di tipo paramilitare, con bandiere italiane, un gagliardetto e fumogeni tricolori.
La cerimonia ha riproposto, senza sostanziali variazioni, il rituale già osservato negli anni precedenti. Per tre volte è stata scandita l’invocazione «Per gli Eroi della Vittoria!», alla quale i partecipanti hanno risposto coralmente «Presente!». È seguita la commemorazione davanti al monumento. Una liturgia che richiama direttamente la tradizione del nazionalismo combattentistico e i rituali in seguito fatti propri dal fascismo.

Altrettanto significativo è il linguaggio dei comunicati diffusi per l’occasione.
“Brescia Identitaria” aveva invitato a commemorare i combattenti caduti «per l’unità e la grandezza d’Italia», concludendo il proprio appello con il saluto «A NOI!». Nel comunicato successivo alla manifestazione, gli organizzatori hanno dichiarato di aver voluto ricordare «il sacrificio e i sogni di milioni di giovani Italiani al fronte», contrapponendoli a un presente giudicato «sempre più povero di cultura e appartenenza».
“Brescia ai Bresciani” aveva invece descritto il 4 novembre attraverso una lunga elencazione di immagini della guerra: trincee, neve, roccia, sangue, ferite, fame, assalti, pugnali, corpo a corpo. Una successione che culminava in un’unica parola, scritta interamente in maiuscolo: «VITTORIA!».
Ma il comunicato non si limitava a celebrare il passato. Sosteneva che ricordare il 4 novembre significasse anche «combattere nel presente per servire e difendere sempre la nostra Nazione». E prendeva le distanze dalle celebrazioni istituzionali, accusate di indulgere nella «retorica pacifista» di «imbelli oratori».
È un particolare rivelatore: la contrapposizione non riguarda soltanto gli antimilitaristi, ma anche il modo in cui le istituzioni della Repubblica interpretano la ricorrenza. E il collegamento esplicito fra il combattimento di ieri e la militanza di oggi chiarisce come, in questa rappresentazione, la memoria della Grande Guerra venga utilizzata anche per affermare un’identità politica contemporanea di chiara impronta neofascista.
Ciò che più colpisce è la sostanziale immobilità di questo linguaggio e di questi rituali.
Sono trascorsi 108 anni dalla conclusione della Grande Guerra, una tragedia che costò all’Italia centinaia di migliaia di morti e lasciò ferite profonde nella società. Eppure c’è ancora chi ricorre, per celebrarla, pressoché allo stesso armamentario retorico, allo stesso frasario, alle stesse liturgie del nazionalismo bellicista che accompagnò quella guerra e che il fascismo avrebbe poi utilizzato massicciamente.
Come se, nel frattempo, non fosse accaduto nulla.
Come se l’esperienza del fascismo, una Seconda Guerra Mondiale ancora più devastante, la caduta della dittatura e la nascita della Repubblica non avessero suggerito la necessità di ripensare criticamente il significato di quella vittoria e, soprattutto, il prezzo pagato per conseguirla.
Non si tratta di negare il coraggio dei combattenti o di mancare di rispetto ai caduti. Semmai, viene da chiedersi se il rispetto per quei morti non dovrebbe manifestarsi anche nella capacità di interrogarsi sulle cause che li portarono a morire nelle trincee, sulle responsabilità di chi li mandò a combattere e sulle conseguenze che quella guerra ebbe per la storia d’Italia.
Perché commemorare dovrebbe significare anche comprendere. Ma ripetere, dopo più di un secolo, le stesse parole d’ordine di allora, senza che vi affiori il minimo dubbio o una domanda critica, trasforma la memoria in un rituale immobile, incapace di fare i conti con la storia.
DALLA VITTORIA ALL’UNITÀ NAZIONALE
Del resto, anche il significato istituzionale del 4 novembre è cambiato nel corso del tempo.
Nel 1918 quella data segnò l’entrata in vigore dell’armistizio con l’Austria-Ungheria, sottoscritto il giorno precedente a Villa Giusti. Per l’Italia rappresentò la conclusione vittoriosa della guerra contro l’Impero asburgico e il completamento, nella lettura nazionale dell’epoca, del processo risorgimentale.
La ricorrenza assunse durante il fascismo, che la denominò “Anniversario della Vittoria”, un significato particolarmente marcato di esaltazione militare e nazionalista.
Con la Repubblica la sua denominazione ufficiale si trasformò. Nel 1949 il 4 novembre venne riconosciuto come Giorno dell’Unità nazionale, mentre la successiva evoluzione della ricorrenza ne ha consolidato il riferimento anche alle Forze armate.
Ma il cambiamento delle denominazioni non cancellò immediatamente le abitudini e le rappresentazioni precedenti. Ancora negli anni Sessanta, nel linguaggio comune, si parlava frequentemente della «Festa della Vittoria».
La memoria collettiva, del resto, non cambia per decreto. E proprio la giornata bresciana dimostra quanto diverse possano essere ancora oggi le interpretazioni di quella data.
I SOLDATI, PRIMA DEI MITI
Ma c’è una domanda che rischia di perdersi in mezzo alle celebrazioni e alle contrapposizioni politiche: chi furono realmente gli uomini che combatterono quella guerra?
Furono milioni di individui con storie, convinzioni, sentimenti ed esperienze differenti. Ci furono volontari animati da ideali patriottici, uomini che affrontarono il combattimento con coraggio, soldati che cercarono semplicemente di compiere il proprio dovere. Ma ci furono anche paura, disperazione, rifiuto, ribellione, diserzioni, repressione e fucilazioni.
La maggior parte dei combattenti era costituita da uomini richiamati alle armi, in netta maggioranza contadini analfabeti o semianalfabeti, ai quali non era stato chiesto se volessero partecipare a quella guerra.
Ridurre questa molteplicità di esperienze a un’unica immagine, quella dell’eroe entusiasta che si sacrifica per la Patria, significa deformare la realtà storica.
D’ altra parte il coraggio di un combattente non dimostra che la guerra fosse giusta. E il rifiuto della guerra non cancella il coraggio di chi vi prese parte.
Forse è proprio da questa distinzione che dovrebbe cominciare una memoria storica meno retorica e più rispettosa della complessità umana di quella tragedia.
UNA VITTORIA CHE PREPARÒ ALTRE TRAGEDIE
C’è infine un aspetto che non dovrebbe mai essere dimenticato.
L’Italia uscì vittoriosa dalla Prima guerra mondiale, ma ne uscì anche profondamente trasformata e lacerata.
Il conflitto aveva provocato centinaia di migliaia di morti, un numero enorme di feriti e invalidi, debiti, inflazione, tensioni sociali e una radicalizzazione della vita politica.
La violenza di guerra non scomparve automaticamente con la firma dell’armistizio. Una parte della cultura combattentistica, alimentata dal nazionalismo e dal mito della vittoria, si trasferì nella lotta politica del dopoguerra.
Il fascismo si appropriò di quella cultura, dei suoi simboli e dei suoi rituali, trasformando il mito della guerra vittoriosa in uno degli elementi fondamentali della sua identità.
Naturalmente, sarebbe storicamente scorretto sostenere che il fascismo fosse una conseguenza inevitabile della Grande Guerra. La sua affermazione dipese anche da scelte e responsabilità politiche precise: l’atteggiamento delle classi dirigenti liberali, le complicità di settori degli apparati dello Stato, la violenza squadrista e, infine, il ruolo decisivo della monarchia.
Ma è altrettanto difficile immaginare la nascita e l’affermazione del fascismo italiano senza l’esperienza della guerra e senza la successiva costruzione del mito della Vittoria.
È questo uno dei grandi paradossi della storia italiana: una guerra celebrata come compimento dell’unità nazionale contribuì anche a creare le condizioni di una crisi che avrebbe condotto alla distruzione delle libertà costituzionali.
RICORDARE O CELEBRARE?
Eccoci allora nuovamente alle tre commemorazioni bresciane.
Da una parte, le istituzioni repubblicane, che ipocritamente hanno richiamato il servizio delle Forze armate, i valori democratici e la pace mentre ci conducono con tutta evidenza lungo la via di nuovi devastanti conflitti internazionali, riducendo la democrazia stessa ad un guscio vuoto! Dall’altra, gli antimilitaristi, che hanno scelto di denunciare la guerra e di mettere in guardia contro il rischio di nuovi conflitti. Infine, i nazionalisti, che continuano a riproporre il linguaggio della Vittoria, del combattimento e del sacrificio patriottico.
Tre interpretazioni che non possono essere ridotte a differenti sfumature di una medesima celebrazione.
Ma forse la questione fondamentale non è stabilire se il 4 novembre debba essere una festa oppure un giorno di lutto.
È chiedersi quale uso vogliamo fare della memoria.
Perché ricordare i caduti non dovrebbe significare necessariamente celebrare la guerra nella quale morirono. E riconoscere il valore di chi combatté non dovrebbe impedirci di giudicare criticamente le decisioni di chi quella guerra volle, le sofferenze che provocò e le conseguenze che lasciò.

A 108 anni di distanza, il rispetto per i morti dovrebbe accompagnarsi alla capacità di imparare dalla loro storia.
Altrimenti il rischio è che, mentre continuiamo a commemorare la fine di una guerra, non abbiamo ancora imparato a riconoscere ciò che può condurci verso la successiva.
FRANCESCO ROVARICH
