Una straordinaria giornata di mobilitazione, alcuni fatti da chiarire e qualche domanda su cui riflettere.
Il 30 ottobre 2026 resterà nella memoria come una giornata di straordinaria mobilitazione sociale e politica per Brescia. Una fiumana di persone ha attraversato la città. Ha voluto portare nelle strade le ragioni del lavoro, la protesta contro il carovita e le disuguaglianze sociali, il rifiuto della guerra e delle politiche di riarmo.
È stata una manifestazione imponente, vivace, partecipata. La presenza massiccia del mondo studentesco accanto a quello del lavoro ha rappresentato l’elemento più significativo e promettente. Una generazione che troppo spesso viene descritta come indifferente e ripiegata su se stessa ha mostrato, ancora una volta, di saper prendere la parola e occupare collettivamente lo spazio pubblico.
Questo risultato non è nato dal nulla. È il frutto dell’iniziativa e dell’impegno di formazioni come l’Unione Sindacale di Base e “Potere al Popolo!”, della mobilitazione delle realtà studentesche, del sindacalismo di base nelle sue varie espressioni (CUB, Cobas) e del contributo delle diverse formazioni della sinistra extraparlamentare bresciana. Senza la loro capacità organizzativa, senza la partecipazione dei lavoratori e soprattutto senza l’entusiasmo e la determinazione di migliaia di giovani, la giornata non avrebbe assunto le dimensioni che tutti abbiamo potuto constatare.
È bene affermarlo subito, senza equivoci: quanto accaduto nel primo pomeriggio non cancella, non ridimensiona e non modifica il significato politico di quella grande manifestazione.
Proprio perché ne riconosciamo pienamente il valore, tuttavia, vale la pena tornare su alcuni episodi e sulle questioni che essi sollevano. Non per distribuire patenti di buona o cattiva condotta, né tantomeno per trasformare una giornata di lotta eccezionale in una questione di ordine pubblico. Ma perché la libertà di manifestare e le responsabilità connesse al suo esercizio sono temi che riguardano direttamente chiunque abbia a cuore la partecipazione democratica.
LE PRESCRIZIONI E LA REALTÀ DELLA PIAZZA
Partiamo da alcuni dati di fatto.
Il corteo promosso dall’USB era stato regolarmente preavvisato. La Questura di Brescia il 28 ottobre, due giorni prima della manifestazione, aveva indicato percorsi alternativi in funzione del numero dei partecipanti. Aveva stabilito che la manifestazione dovesse concludersi in Largo Formentone, senza soste in Piazza Vittoria e Piazza della Loggia. Senza dar luogo a ulteriori cortei in altre zone della città.
Il 30 ottobre, però, l’affluenza si è rivelata talmente superiore alle previsioni, che Largo Formentone non avrebbe potuto contenere una folla di quelle dimensioni. Per questa ragione, secondo la ricostruzione raccolta, la conclusione della manifestazione in Piazza Vittoria è stata concordata sul momento con i funzionari di polizia presenti.
È un particolare importante, perché dimostra come anche le prescrizioni debbano confrontarsi con la realtà concreta di una grande mobilitazione. Non ogni variazione di percorso è necessariamente il risultato di una decisione unilaterale dei manifestanti: possono intervenire accordi e adattamenti dettati dalle circostanze.
Diverso è il problema di ciò che è accaduto successivamente.
DA PIAZZA VITTORIA A PIAZZA DELLA LOGGIA
Una parte dei manifestanti ha preso l’iniziativa di raggiungere Piazza della Loggia, seguita poi dal resto del corteo, nonostante il provvedimento della Questura escludesse una sosta nella piazza. Non risulta, dagli elementi raccolti, che questo ulteriore spostamento fosse stato concordato con i funzionari di pubblica sicurezza.
È necessario distinguere questo passaggio dalla precedente modifica concordata per Piazza Vittoria.
Ma sarebbe sbagliato ignorare il significato simbolico di quella scelta.
Piazza della Loggia non è una piazza qualsiasi. È uno dei luoghi più importanti della memoria democratica e antifascista bresciana, teatro di innumerevoli manifestazioni popolari, nonché della strage neofascista del 1974. La rivendicazione della possibilità di tornarvi a manifestare non può essere quindi liquidata come una semplice questione di viabilità o di decoro cittadino.
Nel comunicato diffuso il 31 ottobre, “Potere al Popolo!” di Brescia e Provincia denuncia infatti quello che definisce un «diniego permanente» di quella piazza, attribuendone a ragion veduta la responsabilità anche all’Amministrazione comunale.
È una questione politica.
Essa merita un confronto pubblico con le autorità cittadine. Tanto più in una Brescia che riconosce in quel luogo una parte essenziale della propria identità civile.
UN SECONDO CORTEO
Dopo la conclusione della manifestazione principale in Piazza della Loggia, annunciata pubblicamente, si è formato un altro corteo, spontaneo e non preavvisato. Esso ha lasciato la piazza dirigendosi verso la zona della galleria Tito Speri.
Non si trattava della prosecuzione organizzata della manifestazione indetta originariamente, ma di un’iniziativa autonoma, alla quale hanno partecipato studenti e altri manifestanti.
Presso la galleria Tito Speri, il corteo ha incontrato uno sbarramento delle forze dell’ordine. Ne sono seguiti momenti di tensione e interventi con i manganelli e i lacrimogeni. Alcuni giovani sono rimasti feriti. Questa fase di pochi minuti è stata ingigantita e deformata dai media di Sistema locali. Essi hanno fatto il lavoro per cui sono predisposti, parlando di “cortei selvaggi e impazziti”…
Ma anche qui occorre evitare semplificazioni.
Il fatto che un corteo non sia stato preavvisato non rende automaticamente illegittima qualsiasi forma di protesta dei suoi partecipanti. E, soprattutto, non giustifica di per sé l’impiego della forza da parte della polizia. La necessità, la proporzionalità e le circostanze concrete dell’intervento brutale che si è verificato il 30 ottobre devono essere accertate e discusse.
Allo stesso tempo, il diritto di manifestare (sancito dal famoso art. 17 della Costituzione) non comporta che qualsiasi gruppo possa decidere autonomamente di percorrere qualunque strada a piacimento senza alcuna comunicazione preventiva sulle proprie intenzioni, indipendentemente dalle disposizioni vigenti e dalle conseguenze per la sicurezza degli stessi partecipanti.
Sono due principi che devono convivere, non escludersi reciprocamente.
D’ altra parte le prescrizioni non sono un’invenzione recente
La critica politica alle restrizioni delle libertà democratiche avvenute soprattutto negli ultimi anni ad opera sia del centrodestra sia del centrosinistra è assolutamente necessaria.
Ma su un punto occorre essere precisi.
Il potere dell’autorità di pubblica sicurezza di imporre limitazioni e condizioni alle manifestazioni in luogo pubblico non è stato introdotto dagli ultimi decreti sicurezza imposti dal governo Meloni. Il provvedimento del Questore di Brescia richiama espressamente l’articolo 17 della Costituzione, l’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931 e l’articolo 21 del relativo regolamento del 1940.
Che norme risalenti al periodo fascista siano dopo oltre ottanta anni dalla fine del regime ancora pienamente in vigore, rigorosamente applicate e convivano con l’ art. 17 della Costituzione antifascista “più bella del mondo” è, oltrechè grottesco, ripugnante. Però questa è la realtà con cui dobiamo fare i conti.
E dunque il potere del Questore di imporre prescrizioni di tempo e di luogo alle manifestazioni pubbliche è previsto dall’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza fin dal 1931, mentre l’articolo 21 del regolamento del 1940 disciplina la loro comunicazione ai promotori.
La legislazione più recente voluta dal governo Meloni, erede di quella storia, è intervenuta sul regime sanzionatorio predisponendo un meccanismo micidiale di multe che possono raggiungere, complessivamente, decine di migliaia di euro.
A questo progressivo inasprimento si è accompagnata anche l’estensione delle cosiddette «zone rosse», aree urbane sottoposte a particolari misure di vigilanza e controllo, già sperimentate attraverso provvedimenti prefettizi e ora espressamente disciplinate dalla legislazione del 2026.
Il nodo politico è dunque diventato enorme: l’ampliamento degli strumenti di controllo preventivo dello spazio pubblico sta restringendo progressivamente gli ambiti di esercizio delle libertà democratiche, soprattutto quando le limitazioni non siano sorrette da motivazioni concrete, proporzionate e verificabili.
La Costituzione riconosce infatti ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni in luogo pubblico è richiesto un preavviso, non un permesso preventivo, e l’autorità può vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
La questione quindi non è semplicemente che le prescrizioni esistono, ma quali limiti possano legittimamente imporre, se siano motivate e proporzionate e se, nella loro applicazione concreta, rispettino il diritto costituzionale di manifestare.
È su questo terreno che il confronto diventa ormai davvero imprescindibile. Anche perché l’esistenza di una norma non rende automaticamente giusto ogni provvedimento adottato in suo nome.
CHI RISPONDE DELLE INIZIATIVE AUTONOME?
C’è infine un problema che riguarda direttamente il futuro delle mobilitazioni.
Chi promuove una manifestazione pubblica si assume precisi compiti organizzativi. Presenta il preavviso, mantiene i rapporti con la Questura, riceve le prescrizioni e deve comunicarle ai partecipanti. È un’assunzione di responsabilità indispensabile perché una grande iniziativa collettiva possa svolgersi.
Ma fino a dove si estende questa responsabilità?
Se, una volta conclusa ufficialmente una manifestazione, altri soggetti decidono di dar vita a un corteo autonomo, sarebbe ragionevole attribuire automaticamente ai promotori della prima iniziativa le conseguenze delle decisioni altrui?
La risposta non può essere affermativa per il solo fatto che le persone coinvolte abbiano partecipato, in precedenza, alla medesima mobilitazione. Le eventuali responsabilità devono essere valutate sulla base delle condotte effettive e del ruolo concretamente svolto da ciascuno.
Non è una questione secondaria. Se chi organizza una manifestazione dovesse rispondere indiscriminatamente di qualsiasi iniziativa successiva, anche non concordata e non controllabile, si finirebbe per colpire proprio quelle organizzazioni sindacali e politiche che rendono possibile l’esercizio collettivo del diritto di protesta.
D’altronde, l’autonomia dei diversi gruppi non può diventare un argomento per eludere ogni discussione sulle conseguenze delle scelte compiute.
La solidarietà verso chi manifesta, e verso chi abbia subito un uso ingiustificato della forza, non richiede necessariamente di condividere ogni decisione presa durante una giornata di lotta.
LE INDAGINI E LA LEGALITÀ A SENSO UNICO
Una notizia che ha cominciato a circolare aggiunge intanto nuovi elementi di preoccupazione. La Digos sta svolgendo accertamenti sui fatti del 30 ottobre e concentra l’attenzione anche su alcuni esponenti del Centro Sociale Magazzino 47, sospettati di aver incoraggiato gli studenti a non rispettare il percorso concordato e a tentare di superare lo sbarramento delle forze dell’ordine presso la galleria Tito Speri.
A questa indagine se ne affianca un’altra, relativa agli scontri del 17 ottobre in Piazza Paolo VI. Otto giovani, cinque dei quali minorenni, sono stati sottoposti a perquisizioni domiciliari.
A tutti i coinvolti in queste vicende non può mancare la solidarietà, con la richiesta del pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge e della presunzione di innocenza.
Ma una domanda sorge spontanea: perché non risulta un’analoga solerzia nell’accertamento delle responsabilità degli ambienti neofascisti coinvolti nei fatti del 17 ottobre, come mostrato dal dossier presentato dall’ USB alcuni giorni fa?
E, per quanto riguarda il 30 ottobre, si sta verificando con altrettanta attenzione la legittimità e la proporzionalità dell’intervento delle forze dell’ordine presso la galleria Tito Speri?
La legalità non venga applicata a senso unico. Se si vuole accertare le eventuali responsabilità dei manifestanti, è altrettanto necessario fare piena luce su quelle di tutti gli altri soggetti coinvolti, senza eccezioni e senza riguardi. Perché la legge deve essere uguale per tutti, soprattutto quando si tratta di difendere il diritto di manifestare e di dissentire.
UNA DISCUSSIONE CHE VALE LA PENA APRIRE
In questo contesto “Potere al Popolo!” conclude il suo comunicato del 30 ottobre proponendo un’assemblea cittadina fra le organizzazioni e le persone che hanno partecipato alla mobilitazione. È una proposta positiva, che potrebbe offrire anche l’occasione per discutere apertamente delle questioni emerse il 30 ottobre.
Non per contrapporre una componente del movimento a un’altra. Non per dividere i manifestanti fra «buoni» e «cattivi». E tanto meno per dimenticare le ragioni sociali e politiche che hanno portato migliaia di persone nelle strade di Brescia.
Al contrario: proprio perché quella giornata ha mostrato una capacità di mobilitazione così ampia, sarebbe un errore rinunciare a riflettere sulle condizioni necessarie per dare continuità, forza ed efficacia a quel risultato.
La libertà di manifestare va difesa dalle limitazioni arbitrarie e dagli interventi sproporzionati. Ma va difesa anche costruendo iniziative nelle quali l’autonomia delle diverse componenti, il confronto sulle scelte e la responsabilità di ciascuno possano rafforzarsi reciprocamente.
Il 30 ottobre ci ha consegnato una grande manifestazione e una grande possibilità politica. Le domande che restano aperte non ne diminuiscono il valore. Servono, semmai, a non disperderlo.
FILIPPO RONCHI
