UNA LEGGE CONTRO L’ANTISEMITISMO O CONTRO IL DISSENSO?
Combattere l’antisemitismo è un dovere. Trasformare questo impegno in uno strumento capace di colpire la critica alle politiche dello Stato di Israele e al sionismo sarebbe però tutt’altra cosa.
È intorno a questo confine che si sta sviluppando una battaglia politica destinata probabilmente ad andare ben oltre il destino del Ddl 1004, già approvato dal Senato e ora arrivato alla Camera.
Il 2 ottobre, mentre a Montecitorio si svolgeva la discussione generale sul provvedimento, la protesta è tornata nelle piazze italiane.

Anche Brescia ha risposto all’appello nazionale. E lo ha fatto scegliendo un luogo tutt’altro che casuale: la sede del Giornale di Brescia.

Il testo in discussione adotta infatti la definizione operativa di antisemitismo formulata nel 2016 dall’”International Holocaust Remembrance Alliance”, la IHRA, compresi i relativi indicatori. Contemporaneamente afferma che devono restare ferme la libertà di critica politica, di espressione, di riunione e di associazione.
Ed è proprio qui che si apre la contraddizione denunciata dagli oppositori.
Tra gli indicatori associati alla definizione IHRA compaiono infatti sostenere per esempio che lo Stato di Israele costituisca un’impresa razzista, e il paragonare la politica israeliana contemporanea a quella nazista.
Dove finisce allora l’antisemitismo e dove comincia la critica politica? È la domanda che attraversa l’intera mobilitazione.
DAVANTI AL “GIORNALE DI BRESCIA”, CON IL BAVAGLIO SULLA BOCCA
Alle 18 del 2 ottobre decine di persone si ritrovano davanti alla sede del Giornale di Brescia.
Non è stato scelto un palazzo delle istituzioni o la sede di un partito. È stato scelto un giornale. Perché al centro della protesta c’è esattamente questo: la possibilità di continuare a raccontare, denunciare, discutere.
Alcuni partecipanti si presentano simbolicamente imbavagliati.
Indossano casacche arancioni sulle quali campeggiano frasi che riassumono, senza molti giri di parole, il senso della protesta: «Antisionismo non è antisemitismo»; «Sono antisionista, quindi non antisemita»; e ancora, provocatoriamente, «È antisemitismo chiedere ai cecchini israeliani di non sparare ai bambini?».

Su un’altra casacca compare una formulazione ancora più dura: l’antisemitismo viene ricordato come parte della storia europea, mentre il sionismo viene definito «un’ideologia razzista» responsabile di «pulizia etnica e genocidio». La conclusione è quella che accomuna l’intera manifestazione: «No al Ddl bavaglio!».

Sono parole forti, volutamente forti. Ed è quasi un paradosso: proprio la possibilità di pronunciare parole come queste è uno dei problemi che i manifestanti vogliono porre.
«DIRETTORI, DITE SÌ O NO ALLA LEGGE-BAVAGLIO?»
Anche gli striscioni srotolati dai dimostranti parlano direttamente al mondo dell’informazione.
Uno denuncia quelli che i manifestanti definiscono «media occidentali complici di genocidio».

Un altro chiama direttamente in causa i direttori dei due quotidiani cittadini: «Direttori Mamoli e Bardaglio, dite sì o no alla legge bavaglio?».

Un ulteriore striscione ricorda invece i giornalisti uccisi a Gaza dall’inizio della Guerra dalle soldataglie delle sedicenti “Forze di Difesa Israeliane” .
Il tema dell’informazione diventa così parte integrante della protesta.
Sara Girelli, tra le animatrici del “Presidio Permanente per la Palestina di Brescia”, affiancata da attiviste delle “Donne in cammino” spiega la scelta di manifestare proprio lì: la sede del quotidiano è «un luogo simbolico che rappresenta il giornalismo, la libertà di espressione e il diritto all’informazione».

Il Presidio richiama a tale proposito le condizioni nelle quali lavorano i giornalisti a Gaza e la difficoltà per la stampa internazionale di documentare direttamente ciò che avviene sul terreno.
Ma il ragionamento guarda già oltre Gaza. Per i promotori documentare e denunciare violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale non è soltanto un diritto: è un dovere delle istituzioni, dei cittadini e, in maniera particolare, degli organi di informazione.
LE DOMANDE CHE LA LEGGE LASCIA APERTE
E allora proviamo a trasformare una disputa apparentemente astratta in domande concrete.
Un giornalista potrà accusare il governo israeliano di praticare politiche razziste?
Un docente potrà descrivere l’occupazione dei territori palestinesi come colonialismo?
Potrà parlare della Nakba e dell’espulsione della popolazione palestinese utilizzando l’espressione “pulizia etnica”?
Un’associazione potrà definire “apartheid” il sistema imposto ai Palestinesi?
Un manifestante potrà mettere a confronto un provvedimento israeliano con provvedimenti adottati in passato da regimi razzisti, come quello nazista o quello degli anglo-boeri del Sudafrica?
Sono esattamente gli interrogativi posti durante la mobilitazione bresciana.
Il Ddl afferma che la libertà di critica politica resta garantita. Ma per gli oppositori il problema sta proprio nella contemporanea introduzione degli indicatori IHRA.
E la questione non viene più sollevata soltanto dai movimenti filopalestinesi.
Dunque il problema esiste. E ormai è entrato apertamente anche nel dibattito parlamentare.
ANTISEMITISMO E CRITICA A ISRAELE NON SONO LA STESSA COSA
In questo senso, la lettera aperta indirizzata ai deputati della Camera dalla mobilitazione nazionale parte da una distinzione fondamentale: l’odio contro gli ebrei e la critica allo Stato di Israele non sono la stessa cosa.
L’antisemitismo è odio, discriminazione o pregiudizio contro gli ebrei in quanto ebrei.
Criticare uno Stato, il suo governo, la sua ideologia fondativa o le sue politiche è invece attività politica.
Confondere i due piani, sostengono i promotori della protesta, rischia non di rafforzare la lotta all’antisemitismo ma di trasformarla in uno strumento per delimitare ciò che può essere detto su Israele.
Per questo viene proposta un’alternativa: la “Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo”, indicata nella lettera come un riferimento che consentirebbe di contrastare l’odio antiebraico salvaguardando con maggiore chiarezza la libertà di stampa, ricerca e critica politica.
«DAI COMPORTAMENTI AI PENSIERI»
È questo il punto sul quale si concentra anche l’intervento conclusivo dell’avvocato Pietro Garbarino.
La sua lettura è nettamente politica.
Il Ddl si inserisce nel quadro più generale delle politiche sulla sicurezza del governo Meloni, che definisce politiche di «repressione». Dopo l’inasprimento delle sanzioni e l’introduzione o l’ampliamento di fattispecie di reato, sostiene, si starebbe facendo un ulteriore passo: dalla repressione dei comportamenti alla repressione delle opinioni.
Il punto più efficace del suo intervento arriva quando trasforma il problema giuridico in una domanda semplicissima: affermare che Netanyahu stia conducendo una politica di genocidio e di sterminio contro il popolo palestinese potrebbe domani comportare conseguenze giuridiche?
E’ questo il rischio politico della norma: non soltanto stabilire quali comportamenti siano vietati, ma restringere progressivamente il perimetro di ciò che è lecito pensare e affermare pubblicamente.
Da qui la conclusione dell’intervento: continuare a opporsi ad uno «Stato autoritario» e difendere il diritto al dissenso.
E “BRESCIA DEL POPOLO” SA GIÀ COSA SIGNIFICA DISCUTERE DEI LIMITI DELLA CRITICA
Per “Brescia del Popolo” questa discussione non è affatto teorica.
Lo scorso gennaio il nostro direttore responsabile Giorgio Cremaschi intervenne duramente sulla richiesta rivolta alle scuole di rilevare il numero degli studenti palestinesi presenti negli istituti.
Cremaschi utilizzò parole nette. Evocò il precedente del 1938, parlò di «razzismo di Stato» e attaccò direttamente il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.
Valditara ha reagito promuovendo una citazione civile per diffamazione e chiedendo un risarcimento nell’ordine delle decine di migliaia di euro. Secondo il ministro, le parole di Cremaschi avrebbero travalicato i limiti legali della critica politica, trasformandosi in insulto e offesa personale.
Si tratta con tutta evidenza, a nostro avviso invece, di un’iniziativa giudiziaria intimidatoria nei confronti del dissenso.
La causa è in corso, ma dimostra una cosa: il confine fra critica politica, espressioni radicali e sanzione non è una discussione accademica.
Può significare una citazione in tribunale e una richiesta di montagne di soldi “riparatori del danno morale e d’ immagine” subito.
Ed è precisamente per questo che qualsiasi intervento legislativo destinato a incidere su un terreno così delicato dovrebbe essere scritto lasciando il minor spazio possibile all’ambiguità.
IL BAVAGLIO NON È SOLTANTO UN PEZZO DI STOFFA
Torniamo allora all’immagine con cui siamo partiti.
Davanti al Giornale di Brescia uomini e donne con un bavaglio sulla bocca.
Casacche arancioni. Striscioni.
«Antisionismo non è antisemitismo».
«Direttori, dite sì o no alla legge bavaglio?».
E una domanda volutamente provocatoria: «È antisemitismo chiedere ai cecchini israeliani di non sparare ai bambini?».
Si può essere d’accordo o meno con ciascuna di queste formulazioni. Alcune sono deliberatamente radicali. Ma è proprio questo il punto.
La libertà di espressione non serve a proteggere soltanto le opinioni moderate, educate e universalmente condivise. Serve soprattutto quando qualcuno pronuncia parole scomode, urticanti, radicalmente critiche del potere.
Combattere l’antisemitismo è indispensabile. Proprio la storia europea ci insegna dove possono condurre l’odio antiebraico, la discriminazione e la trasformazione di una minoranza in capro espiatorio.
Ma quella stessa storia dovrebbe renderci estremamente prudenti quando lo Stato comincia a stabilire quali opinioni politiche possano oltrepassare il confine del dicibile.
Gli Ebrei devono essere protetti dall’antisemitismo.
E la critica radicale, implacabile al sionismo e a Israele deve poter restare libera.
Le due cose non sono incompatibili.
La battaglia che si sta combattendo intorno al Ddl 1004 riguarda precisamente la possibilità di continuare a tenerle insieme.
Per questo il 2 ottobre anche Brescia è scesa in strada.
E per questo quei bavagli davanti alla sede di un giornale non erano soltanto una trovata scenografica.
FILIPPO RONCHI
