UN’ALTRA BRESCIA È POSSIBILE

Dalle critiche alle proposte concrete in vista delle amministrative del 2028

DALLA DENUNCIA ALLA PROPOSTA

Da due anni “Brescia del Popolo” cerca di raccontare la città da un punto di vista diverso. Abbiamo parlato di lavoro povero e precarietà, ambiente e consumo di suolo, Caffaro e inceneritore, servizi pubblici, casa, trasporti, A2A, grandi trasformazioni urbanistiche. Abbiamo cercato, in altre parole, di guardare dietro l’immagine rassicurante di una Brescia prospera, efficiente e sostanzialmente priva di grandi contraddizioni.

Ma prima o poi, dopo avere denunciato ciò che non funziona, arriva una domanda inevitabile: si potrebbe governare Brescia in un altro modo?

È la domanda che ha attraversato il dibattito dedicato alle elezioni amministrative del 2028, svoltosi il 24 settembre a Rovato presso il C.S. 28 Maggio nell’ambito della Festa provinciale del PCI di Brescia. Sono intervenuti Filippo Ronchi per “Potere al Popolo”, Cesare Giovanardi dell’associazione “I soldi di tutti” ed Edoardo Baroni della FGCI bresciana; Filomeno Viscido, direttore del canale YouTube “Rosso fastidio”, ha moderato l’incontro.

Non si è discusso di candidature, alleanze o formule elettorali. Al centro sono state messe soprattutto alcune questioni concrete: dove prende i soldi il Comune? Come li spende? Quali interessi privilegia? E come cambierebbe la città se quelle risorse fossero utilizzata diversamente?

IL NODO A2A

Il primo problema riguarda una delle caratteristiche più evidenti del modello bresciano: il rapporto fra il Comune e A2A. Lo ha analizzato nel suo intervento Filippo Ronchi, riprendendo una serie di approfondimenti dedicati a questo tema da “Brescia del Popolo”.

Cesare Giovanardi ha presentato un confronto tra i conti economici 2024 dei Comuni di Brescia e Verona per sostenere una tesi precisa: il bilancio bresciano dipende in misura molto rilevante dai proventi delle partecipazioni e, in particolare, da A2A.

Il dato di fondo è comunque impressionante. Nel 2024 i dividendi provenienti da A2A contabilizzati dal Comune sono stati circa 75 milioni di euro; nel rendiconto 2025 il Comune ha indicato 79,3 milioni di dividendi complessivi dalle partecipate, di cui 78,3 milioni provenienti da A2A.

È una quantità enorme di risorse. Ma proprio per questo pone una questione politica: quanto è libero un Comune di esercitare fino in fondo il proprio ruolo di indirizzo e controllo nei confronti di una società dalla quale riceve ogni anno decine di milioni di euro?

TELERISCALDAMENTO: CHI DETERMINA IL PREZZO?

Giovanardi ha posto il problema anche attraverso un caso molto concreto: il teleriscaldamento.

Nella lettera aperta inviata il 31 agosto alla sindaca, alla Commissione Bilancio e Partecipate e ai consiglieri comunali, ha chiesto al Comune di intervenire nella consultazione avviata da ARERA sul nuovo metodo tariffario, sostenendo il superamento del meccanismo legato al cosiddetto “costo evitato del gas” e proponendo un prezzo maggiormente collegato ai costi efficienti sostenuti dall’impresa.

La consultazione ARERA 293/2026/R/TLR, pubblicata il 31 luglio, riguarda proprio gli orientamenti finali per la definizione del metodo tariffario del teleriscaldamento e indica il 30 settembre 2026 come termine per l’invio delle osservazioni.

La questione va quindi oltre la singola bolletta. Riguarda il rapporto fra interesse della società partecipata, interesse finanziario del Comune e interesse degli utenti. E pone una domanda inevitabile: quando questi interessi non coincidono, da quale parte deve stare l’amministrazione comunale?

CAMBIARE BILANCIO SIGNIFICA SCEGLIERE

Il secondo esempio è arrivato dal piano politico-programmatico presentato da Edoardo Baroni della FGCI.

Anche in questo caso l’aspetto interessante non sta tanto nel condividere o meno ogni singola proposta, quanto nel metodo: prendere il bilancio comunale e chiedersi concretamente che cosa accadrebbe spostando le risorse da una voce all’altra.

Tra le ipotesi avanzate vi è, per esempio, una rimodulazione dei trasferimenti a Brescia Mobilità, destinando un milione di euro ad altri interventi: 500.000 euro al welfare e alle politiche sociali, 320.000 alla cultura e alle periferie, 100.000 all’Università statale di Brescia e 80.000 all’assunzione di agenti di Polizia locale.

Un’altra proposta riguarda l’addizionale comunale IRPEF. Il piano propone di abbandonare l’aliquota unica dello 0,80%, introducendo una maggiore progressività: 0,70% per la fascia tra 13.000 e 15.000 euro, 0,78% tra 15.001 e 28.000 euro e mantenimento dello 0,80% oltre i 28.000 euro. Secondo i calcoli presentati dal PCI, la misura comporterebbe circa 420.000 euro di minori entrate, lasciati però nelle tasche dei contribuenti appartenenti alle fasce interessate.

Sono cifre relativamente piccole all’interno di un bilancio comunale di centinaia di milioni. Ed è precisamente questo uno degli elementi interessanti della discussione: non tutte le politiche alternative richiedono rivoluzioni finanziarie. Talvolta implicano semplicemente decidere che alcune centinaia di migliaia di euro debbano andare in una direzione anziché in un’altra.

CASA E SANITÀ: CHE COSA PUÒ FARE UN COMUNE?

Il piano presentato dal PCI affronta poi due questioni che “Brescia del Popolo” ha incontrato ripetutamente: il costo dell’abitare e l’indebolimento dei servizi pubblici.

La proposta prevede 300.000 euro l’anno per un fondo destinato agli affitti degli under 35, rivolto a giovani con ISEE entro la soglia indicata nel documento, e altri 350.000 euro per presìdi sanitari e psicologici territoriali.

In quest’ultimo caso l’ipotesi comprende cinque infermieri di quartiere e tre psicologi a tempo pieno, con l’obiettivo di offrire gratuitamente alcune prestazioni di base e un primo ciclo di sostegno psicologico.

Si può naturalmente discutere sulla fattibilità tecnica delle singole misure, sulle competenze comunali e sulle cifre indicate. Ma il punto politico posto dal documento è un altro: un’amministrazione locale deve limitarsi a gestire le competenze che le vengono assegnate oppure può utilizzare le proprie risorse per intervenire anche dove arretrano i servizi garantiti da altri livelli istituzionali?

ENERGIA: PARTIRE DAGLI EDIFICI PUBBLICI

Un altro esempio riguarda la transizione energetica.

Il piano propone un investimento di 250.000 euro l’anno per installare progressivamente impianti fotovoltaici e microeolici sui tetti degli immobili comunali periferici, evitando nuovo consumo di suolo. Secondo le stime contenute nel documento, una volta a regime l’intervento produrrebbe circa 741.000 kWh annui e genererebbe un risparmio netto superiore ai 110.000 euro l’anno.

Anche qui il principio è semplice: prima di autorizzare continuamente nuovi impianti sul territorio, perché non utilizzare sistematicamente il patrimonio edilizio che appartiene già alla collettività?

DENUNCIARE NON BASTA

Sono soltanto alcuni esempi. Ma forse il valore maggiore del dibattito del 24 settembre sta proprio nell’avere cominciato a spostare la discussione.

Per molto tempo l’opposizione alle politiche che governano Brescia si è concentrata, comprensibilmente, sulla denuncia: la cementificazione, il peso delle grandi società, il costo della casa, la qualità dell’aria, il lavoro povero, le periferie, l’inceneritore, il rapporto fra politica e grandi interessi economici. Sono molti degli stessi temi sui quali Brescia del Popolo ha costruito il proprio lavoro in questi due anni.

Ma denunciare non basta.

MANIFESTARE NON SIGNIFICA CAMBIARE I RAPPORTI DI FORZA

E non basta neppure moltiplicare le occasioni di protesta, per quanto importanti e condivisibili possano essere le cause che le animano. Brescia ha visto in questi anni una mobilitazione molto intensa sulla Palestina, con presìdi, cortei e iniziative di solidarietà con la popolazione di Gaza e di denuncia del genocidio in atto contro i palestinesi. Una mobilitazione giusta e necessaria.

Ma proprio qui emerge una questione sulla quale vale la pena riflettere. Una città può essere attraversata da decine di manifestazioni su una grande questione internazionale senza che questo modifichi i rapporti di forza economici e politici che ne determinano quotidianamente il governo. Manifestare per la Palestina e costruire un’alternativa al sistema di potere locale non sono la stessa cosa.

Non è neppure corretto immaginare la comunità palestinese bresciana come un corpo completamente estraneo ai circuiti politici e istituzionali della città. Un caso significativo è quello di Iyas Ashkar. Esponente di origini palestinesi e figura conosciuta dell’associazionismo cittadino, è stato eletto nel 2023 nella Lista Civica Laura Castelletti Sindaco, divenuto presidente della Commissione Commercio.

Ashkar ha fatto parte della maggioranza fino al gennaio 2026. Poi si è dimesso dal Consiglio comunale quando ha appreso di essere sottoposto a indagine nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Milano sulla pedopornografia online. Le dimissioni non sono state quindi determinate da una rottura politica con l’amministrazione Castelletti. Lo stesso Ashkar ha dichiarato di avere lasciato l’incarico per poter chiarire la propria posizione davanti all’autorità giudiziaria e per rispetto dell’istituzione comunale, prendendo nettamente le distanze dagli addebiti.

Il punto, naturalmente, non è la vicenda giudiziaria di Ashkar, sulla quale spetta alla magistratura accertare i fatti, né tanto meno utilizzare il caso di una singola persona per formulare giudizi su un’intera comunità. Il dato politicamente interessante è un altro: la mobilitazione per la Palestina e la presenza, anche nelle istituzioni e nella maggioranza cittadina, di esponenti di origine palestinese possono convivere senza mettere in discussione gli equilibri economici e politici sui quali si regge il governo della città.

Il blocco di interessi che governa Brescia si misura infatti su terreni assai più prosaici e quotidiani: il bilancio comunale, A2A, l’urbanistica, il consumo di suolo, la casa, i servizi pubblici, le partecipate, le politiche fiscali, la destinazione delle risorse. È su questi terreni che un’opposizione locale dimostra se è capace non soltanto di protestare e mobilitare, ma anche di contendere concretamente la direzione della città.

DALLE PAROLE A UN MODELLO DIVERSO DI CITTÀ

Se davvero si pensa che esista un modello diverso di città, bisogna allora cominciare a descriverlo. E descriverlo significa arrivare inevitabilmente alle domande più concrete: quali tasse? Quali tariffe? Quali servizi? Quali investimenti? Dove prendere le risorse? Dove spenderne meno? Quale rapporto con A2A? Quale politica della casa? Quale idea di mobilità, welfare, ambiente e territorio?

È qui che la discussione sulle amministrative del 2028 può diventare interessante.

Non partire dai nomi. Non partire dalle coalizioni. E neppure dalla ricerca dell’ennesimo candidato da contrapporre a quello degli altri.

Partire dalla città.

E provare finalmente a mettere nero su bianco che cosa significherebbe amministrarla in un altro modo, che rispecchi le reali esigenze del popolo bresciano.

EMMA RED