L’ INCONTRO PUBBLICO
Il 15 dicembre si è svolto a Brescia, presso la Sala Civica di via Villa Glori, un nuovo incontro pubblico, dopo quello tenutosi il 24 ottobre scorso, sulla situazione dello stabilimento Iveco.
Gli esponenti del mondo istituzionale locale, sia politico sia sindacale, che pure erano stati invitati a partecipare, hanno disertato l’iniziativa. Essa ha invece confermato l’interesse da parte della cittadinanza per la grave vicenda che coinvolge il mondo produttivo e industriale bresciano.
A tener viva l’attenzione sulla questione è dunque ad oggi rimasto solo un fronte unico di organizzazioni della Sinistra bresciana, che si sta rivelando un punto operativo di riflessione critica rispetto alla situazione che si va a delineare. Questo fronte rivendica l’esigenza di una mobilitazione rispetto a ciò che accade, per non azzerare il ruolo e la funzione della politica. Gli elementi di preoccupazione sono infatti molteplici.

PRECEDENTI INQUIETANTI
Vi sono a questo riguardo i precedenti dell’ILVA e di Stellantis, che già attestano come-al di là delle formali dichiarazioni, le promesse, le assunzioni di impegni delle autorità e dei soggetti coinvolti nelle operazioni di cessione-le produzioni e l’occupazione non siano state affatto tutelate. In Italia, a differenza che in altri Paesi europei, qualsiasi processo di ristrutturazione si conclude con i lavoratori lasciati in mezzo alla strada, senza predisporre nessun piano di ricollocazione.
CRESCENTE PREOCCUPAZIONE
Cresce quindi la preoccupazione nella fabbrica, e non solo, per quello che potrà succedere all’ IVECO, lo stabilimento più importante di Brescia. Ad alimentare i sospetti contribuisce anche l’informazione frammentaria e vaga che circola attorno alla questione. Tanto più che Tata Motors è un’azienda che non produce veicoli industriali e commerciali ai livelli tecnologici più avanzati. Si potrebbe comprendere dunque il senso della sua operazione di acquisto in Italia. Se ne può individuare la logica proprio in un’azione predatoria consistente nell’ acquisizione di tecnologie, mercati e marchio nell’ arco di un paio di anni (il tempo appunto durante il quale i padroni indiani si sono impegnati a mantenere intatto l’assetto industriale attuale), per poi trasferire la produzione di camion altrove, magari a… New Delhi…
FRAGILI RASSICURAZIONI
Per nulla rassicurante si è rivelata, in questo senso, l’audizione, tenutasi a metà novembre alla Camera, del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che di chiacchiere in quell’ occasione ne ha fatte tante, ma non ha nemmeno accennato a come intenda procedere il governo.
Ad eccezione che per il settore degli armamenti. Sì, perché Iveco Group ha una divisione dedicata al settore della difesa chiamata Iveco Defence Vehicles (IDV). Questa divisione produce veicoli logistici, multiruolo e blindati per applicazioni militari e di protezione civile.
Ebbene, si sa che Iveco Defence Vehicles è stata acquisita da Leonardo S.p.A., la principale azienda italiana nel settore aerospaziale, difesa e sicurezza, a controllo pubblico. E’ questo l’unico spicchio che il governo Meloni intende tutelare.
Niente male per politici che proclamano in continuazione di avere a cuore gli “interessi della nostra Nazione”.
Ed appare per nulla convincente la tesi secondo cui la vendita costituirebbe un’“opportunità” per investimenti produttivi da parte dei nuovi proprietari, tanto un padrone vale l’altro e ci penseranno i sindacati confederali e autonomi a garantire la soluzione migliore per i lavoratori.
Finora le “riorganizzazioni industriali” nel capoluogo e in provincia si sono sempre concluse infatti con cassa integrazione e chiusure.
LA GIUNTA NON HA NULLA DA DIRE?
In questo contesto colpisce il silenzio della Giunta Comunale. Forse perché, nella sua visione, è dato per scontata e inevitabile una progressiva deindustrializzazione di Brescia? Forse perché il modello di riferimento è diventato ormai anche qui quello della “nuova Milano da bere” dell’amministrazione del sindaco di centrosinistra Beppe Sala? Ossia una città di servizi, di turismo, di terziario, di speculazione edilizia, che ha come conseguenza il dilagare del lavoro povero (i “riders”…) e un crescente divario sociale?
PROPOSTE ALTERNATIVE PER FERMARE IL DECLINO
Eppure, nonostante tutto, dall’ assemblea del 15 dicembre è emerso che niente è ancora perduto. Può essere delineato un progetto alternativo. Si può costruire, se c’è una volontà politica, un percorso finalizzato a chiedere garanzie.
Il “closing”, ossia l’atto finale in cui Tata-Motors e la holding Exor (cioè la famiglia Agnelli-Elkann) si scambieranno i documenti legali definitivi e avverrà l’effettivo trasferimento di proprietà dell’ IVECO e il pagamento del corrispettivo pattuito, è stato annunciato per il luglio 2026. A quel punto, ben poco resterà da fare.
Ma prima, nei molti mesi che ancora mancano all’ evento, la pressione dell’ opinione pubblica e la mobilitazione dei lavoratori potrebbero pretendere dalla politica garanzie per la salvaguardia della produzione e del potenziale industriale dell’ IVECO stessa. Partendo dal coraggio di sostenere un intervento pubblico in difesa della fabbrica.

Il primo passo dovrebbe consistere nell’ individuare anche nei trasporti uno dei settori strategici. E di attivare di conseguenza il Golden Power. Ossia un insieme di poteri speciali che lo Stato italiano si riserva per proteggersi da acquisizioni o operazioni societarie che potrebbero minacciare l’interesse pubblico, permettendo al governo di porre veti, imporre condizioni. Ad esempio- nel nostro caso- il mantenimento dei siti produttivi in Italia, la protezione dei livelli occupazionali e la tutela degli asset strategici.
Introdotto nel 2012 e poi ampliato, il Golden Power consente di intervenire appunto su fusioni, acquisizioni e altre operazioni rilevanti, come si è già verificato nel caso di Unicredit-Banco BPM. Perché ciò non potrebbe accadere anche per l’ IVECO ?
E al Comune di Brescia, da parte sua, dovrebbe essere chiesto di prendere esplicitamente posizione, impegnandosi per il mantenimento della dimensione industriale dell’ area.
Quanto alla famiglia Elkann-Agnelli, sarebbe da imporre ad essa la restituzione dei finanziamenti pubblici ricevuti (Iveco, quando faceva parte di CNH Industrial -controllata da Exor- ha beneficiato di contributi statali per investimenti e ricerca, così come di specifici incentivi statali, quali il “Fondo Autotrasporto”, a cui i clienti Iveco possono accedere per l’acquisto di veicoli fino a 39.000 euro), nel caso in cui la vendita a Tata Motors si rivelasse priva di qualsiasi garanzia e chiarezza sul piano industriale.
Dall’ incontro del 15 dicembre- come si vede- sono emerse molte proposte ed idee. E la volontà di proseguire nella mobilitazione a livello locale.

UNA STORIA ANCORA NON CONCLUSA
Mentre scriviamo queste righe, oggi, 16 dicembre, è in corso il confronto al tavolo convocato al ministero delle Imprese e del Made in Italy alla presenza del ministro Adolfo Urso, dei vertici di Iveco, di sindacati e sindaci delle città che ospitano gli stabilimenti produttivi dell’azienda. Ma c’è un ma. Enorme. È assente Tata-Motors, a cui pure era stata richiesta la presenza. Un brutto segno. L’incontro fornirà la posizione del governo riguardo alle tutele produttive e occupazionali, chiarendo lo stato della trattativa e il reclamato ricorso al Golden Power. Questa storia insomma è appena agli inizi.
DARIO FILIPPINI

