CONSIDERAZIONI SULLA GUERRA RUSSO-UCRAINA

“Brescia del Popolo” inaugura la collaborazione con la blogger esperta di temi di politica internazionale Olga Melodia. A lei sarà riservato uno spazio non legato ad argomenti inerenti le vicende locali, ma che consentirà ai nostri lettori di allargare la propria riflessione su problematiche e scenari di geopolitica fondamentali nell’ attuale fase storica.

LA GUERRA RUSSO-UCRAINA COME CONCLUSIONE DI UN PROCESSO STORICO

Quello che oggi chiamiamo “guerra in Ucraina” non è l’esito di una decisione improvvisa né l’inizio di un ciclo nuovo: è la conclusione di un processo che attraversa tre decenni, durante i quali la fine dell’URSS venne letta dagli USA come l’apertura di uno spazio da colmare, non come l’occasione per ricostruire un equilibrio condiviso. Nel 1994, al vertice di Budapest, l’Ucraina rinunciò al proprio arsenale nucleare in cambio di garanzie — europee e statunitensi — sulla sua integrità territoriale. Quelle garanzie si rivelarono presto fragili. Nel 1997, il Patto di Fondazione tra NATO e Russia affermava che l’Alleanza non avrebbe dispiegato forze combattenti permanenti nei nuovi Paesi membri: una rassicurazione formale che accompagnava però un’espansione geometrica dell’area di influenza occidentale, percepita a Mosca come riduzione progressiva del proprio spazio vitale.

2008: IL PASSAGGIO DECISIVO

Il passaggio decisivo arriva nel 2008, al vertice di Bucarest, quando gli USA impongono che “Ucraina e Georgia diventeranno membri della NATO”. Per l’Europa fu un gesto di deferenza verso Washington; per la Russia significò vedere due territori cruciali della propria area di sicurezza collocati in prospettiva dentro un’alleanza militare rivale. Da quel momento la frattura non fu più potenziale, ma strutturale.

DOPO MAIDAN

Nel 2014, con Maidan e il cambio di governo, l’Ucraina venne progressivamente orientata verso un modello politico, economico e militare euro-atlantico. Gli apparati dello Stato, le forze armate, la gestione energetica e l’infrastruttura informativa iniziarono a convergere verso gli standard occidentali. È dentro questo processo che emerge Zelensky, risultato di una costruzione politica che lo presenta come figura civica, simbolo della rottura con il passato post-sovietico e interprete di un percorso che molti attori occidentali consideravano già tracciato. La sua elezione non determina lo scontro con la Russia: lo consolida, lo rende definitivo, riducendo lo spazio negoziale al minimo.

CON GLI OCCHI DELL’ OCCIDENTE

Questa dinamica politica si innesta su un’eredità culturale molto più lunga. Una matrice di ostilità verso la Russia affonda le sue radici già nell’Ottocento, quando parte del pensiero europeo iniziò a descriverla come elemento eccedente rispetto ai propri modelli politici e culturali. Non si tratta di giudicare l’Impero russo, ma di riconoscere l’origine di una rappresentazione che l’Europa ha poi rielaborato nel Novecento. È un’immagine che, pur trasformandosi, è rimasta sorprendentemente stabile: la Russia come “alterità strutturale”.

LA DIFFERENZA INAGGIRABILE

Nel XX secolo questa rappresentazione si irrigidisce. Con la Rivoluzione d’Ottobre, la figura di Lenin e la nascita dell’Unione Sovietica, l’Occidente interpreta l’esperimento sovietico non solo come potenza rivale, ma come paradigma alternativo di modernità. L’URSS diventa un laboratorio politico che sfida la legittimità del sistema liberale. Durante la Guerra Fredda questa lettura si trasforma in un dispositivo culturale stabile, in cui la Russia è percepita come soggetto irriducibile, portatore di una propria idea di Storia e di Stato. Questa percezione non si dissolve con il 1991. Sopravvive come sospetto permanente, come filtro interpretativo che attribuisce alla Russia un ruolo di differenza inaggirabile, indipendente dalla forma istituzionale che assume nel tempo.

RUSSOFOBIA

La russofobia contemporanea nasce qui. È la trasformazione di un immaginario lungo, che oggi si esprime nei media, nella cultura, nelle istituzioni e nei codici pubblici. Non riguarda più soltanto la critica alle scelte di Mosca: è un linguaggio che tende a negare alla Russia lo status di soggetto politico legittimo, trasformandola in bersaglio simbolico prima ancora che strategico. È un clima che confonde giudizio morale e analisi, e che impedisce all’Europa di riconoscere le ragioni di una potenza che da trent’anni segnala i propri limiti di tolleranza.

IL CONFLITTO APERTO: 2022-…. ?

Dentro questa cornice culturale e geopolitica si colloca la dinamica del conflitto esploso nel 2022. Le operazioni russe hanno risposto a una logica strategica precisa: impedire che l’Ucraina diventasse una piattaforma di proiezione militare degli Stati Uniti ai confini russi.

Le prime fasi del conflitto hanno mostrato che l’obiettivo di Mosca non era la conquista totale del Paese, ma la neutralizzazione delle infrastrutture strategiche integrate nella rete euro-atlantica. La controffensiva ucraina, sostenuta da ingenti aiuti occidentali, non ha modificato il quadro generale: l’esercito ucraino è entrato in una fase di logoramento strutturale, con una mobilitazione crescente e una capacità di manovra sempre più vincolata ai sistemi d’arma forniti dall’esterno.

La guerra si è così trasformata in un conflitto di attrito, in cui la Russia ha consolidato il controllo delle aree di maggiore rilevanza strategica, mentre l’Ucraina ha progressivamente perso autonomia operativa.

Il campo di battaglia ha evidenziato un dato che l’Occidente ha evitato di riconoscere: l’equilibrio di forza è favorevole a Mosca, nonostante il sostegno esterno a Kiev. Un’evidenza destinata a produrre effetti politici profondi, indipendenti dall’esito delle singole operazioni militari.

LA CORSA AL RIARMO DELL’ EUROPA

L’Europa, di fronte a questo quadro, non ha agito come soggetto autonomo. Ha adottato la lettura statunitense della crisi, ha seguito il ritmo delle sanzioni, ha riallineato la propria politica energetica alle decisioni di Washington. La corsa al riarmo non nasce da una strategia europea, ma da una pressione esterna che riproduce dinamiche già viste nella crisi di Suez del 1956: l’illusione dell’autonomia che si infrange davanti alla realtà dei rapporti di forza.

UCRAINA AL COLLASSO

L’Ucraina è la prima vittima di questa struttura. Il Paese è devastato. La perdita demografica è enorme. La capacità militare dipende dagli aiuti occidentali. La leadership politica si muove dentro priorità determinate da Washington, orientate a obiettivi che non coincidono necessariamente con quelli ucraini.

CIO’ CHE LA GUERRA HA RIVELATO

Il punto non è prevedere l’esito militare. È comprendere ciò che questa guerra ha già rivelato: la Russia non accetta più una posizione subordinata. L’Europa non dispone di una visione strategica propria. Gli USA non possono più governare da soli gli equilibri continentali. La Russia non sta sfidando l’ordine europeo: sta imponendo la revisione di un sistema nato senza di lei e contro i suoi interessi essenziali. È un nodo che l’Europa può eludere nel linguaggio, ma non nei fatti. Da qui, prima o poi, sarà necessario ripartire.

OLGA MELODIA