LA FIUMANA

Brescia, 30 ottobre 2026. Migliaia di lavoratori e studenti attraversano la città nello sciopero generale contro il carovita, il riarmo e le politiche del Governo. Il grande corteo raggiunge Piazza della Loggia. Nel primo pomeriggio tensioni durante una successiva manifestazione spontanea.

UN FIUME DI PERSONE ATTRAVERSA BRESCIA

Quando la testa del corteo raggiunge Piazza Garibaldi, la coda si trova ancora dalle parti di San Faustino. È l’immagine che meglio restituisce le dimensioni della manifestazione che questa mattina ha attraversato Brescia in occasione dello sciopero generale proclamato dall’Unione Sindacale di Base.

Una fiumana di lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, bandiere, striscioni e slogan che percorre le strade cittadine, attraversa il centro storico e finisce per riversarsi in Piazza della Loggia.

La partecipazione è nell’ordine delle migliaia. La valutazione raccolta durante il corteo supera le cinquemila presenze, mentre gli organizzatori hanno diffuso una stima di circa diecimila manifestanti.

Ma al di là dei numeri, ancora da consolidare, colpiscono l’estensione del corteo e la presenza di generazioni differenti, accomunate da rivendicazioni che intrecciano la questione sociale con l’opposizione alle politiche di riarmo.

LAVORATORI E STUDENTI, UN’UNICA MANIFESTAZIONE

La mobilitazione è promossa dall’USB, con la partecipazione di altre organizzazioni del sindacalismo di base, fra cui Cobas e CUB, e di diverse formazioni politiche e sociali.

“Potere al Popolo!” è presente con una folta rappresentanza, insieme a militanti del Partito Comunista Italiano, di Rifondazione Comunista e di Sinistra Anticapitalista. Partecipano anche il Centro Sociale Magazzino 47 e una delegazione di Agorà.

Il corteo è aperto dai lavoratori delle organizzazioni sindacali, seguiti da una componente studentesca particolarmente numerosa. Fra i giovani si riconoscono anche molti partecipanti alla manifestazione del 17 ottobre.

Non si tratta di una presenza marginale. Gli studenti portano nella mobilitazione le proprie rivendicazioni sulla scuola, sul futuro e sull’opposizione alla guerra, contribuendo a dare alla giornata un carattere che supera i confini tradizionali della protesta sindacale.

«Ci servono più scuole e non più bombe!» è uno degli slogan scanditi lungo il percorso.

E ancora: «Le armi giù, i salari su!», «Blocchiamo tutto!», «Se non cambierà, lotta dura sarà!».

Dagli altoparlanti arrivano anche richieste di aumenti salariali per operai, infermieri, insegnanti, autisti e lavoratori dei servizi pubblici, insieme alla rivendicazione di pensioni più dignitose.

Il filo conduttore è la richiesta di una diversa distribuzione delle risorse, accompagnata dalla contestazione delle scelte economiche e militari del Governo.

IL PERCORSO E L’ARRIVO IN PIAZZA DELLA LOGGIA

Il concentramento è fissato alle nove nella zona della metropolitana di San Faustino, con partenza da piazzale Cesare Battisti.

Il percorso autorizzato prevede l’attraversamento di una parte del centro storico, il passaggio sul ring cittadino e il rientro verso largo Formentone, destinazione conclusiva della manifestazione.

Il grande afflusso dei partecipanti determina tuttavia un’evoluzione diversa da quella inizialmente prevista.

Secondo quanto osservato durante il corteo, gli organizzatori ottengono dalle forze dell’ordine la possibilità di utilizzare Piazza Vittoria per consentire un più agevole afflusso dei manifestanti.

Ma la giornata riserva un’ ulteriore sorpresa.

Gli studenti raggiungono in massa Piazza della Loggia scandendo lo slogan «Noi la guerra non la facciamo!». Dietro di loro confluisce progressivamente il resto del corteo, fino a riempire la piazza.

La manifestazione si conclude così in uno dei luoghi più significativi della storia civile e democratica bresciana, teatro della strage neofascista del 28 maggio 1974.

Un luogo che, proprio per la sua storia, possiede un valore simbolico particolare.

E che, secondo le prescrizioni comunicate alla vigilia, non avrebbe dovuto essere attraversato dalla manifestazione.

L’arrivo del corteo in Piazza della Loggia assume quindi un significato che va oltre la modifica dell’itinerario: pone concretamente il problema del rapporto fra l’esercizio del diritto di manifestazione e le limitazioni imposte all’utilizzo degli spazi pubblici.

Tutto avviene con la polizia schierata in tenuta antisommossa.

SALARI, DIRITTI E OPPOSIZIONE ALL’ECONOMIA DI GUERRA

A conclusione della manifestazione in Piazza Loggia interviene anche Giorgio Cremaschi, per “Potere al Popolo!”, che torna sui temi centrali della mobilitazione.

Il collegamento fra la protesta contro il riarmo e le rivendicazioni economiche costituisce il nucleo del suo intervento.

Cremaschi richiama la mobilitazione internazionale dei lavoratori portuali, annunciata in oltre cento scali del mondo, per sottolineare la dimensione sovranazionale della protesta contro la guerra e il traffico di armamenti. Ricorda il collegamento con le lotte per la libertà della Palestina, che avevano mobilitato le piazze un anno fa e che sono tuttora più attuali che mai. Ma insiste anche sulla necessità di non separare questa battaglia dalle condizioni materiali dei lavoratori italiani.

Carovita, salari insufficienti, pensioni, sanità pubblica, scuola, casa e servizi sociali non costituiscono, nella sua interpretazione, questioni secondarie rispetto alla guerra: rappresentano l’altro versante di una medesima contestazione delle priorità economiche.

Il problema, sostiene Cremaschi, è individuare le risorse necessarie per rispondere ai bisogni sociali, intervenendo sulla distribuzione della ricchezza e riducendo le spese militari.

Un’attenzione particolare viene riservata ai giovani, protagonisti delle mobilitazioni delle ultime settimane, e alla rivendicazione del diritto di sciopero, garantito dall’articolo 40 della Costituzione.

DOPO PIAZZA LOGGIA: NELLA CODA, IL VELENO

La giornata, tuttavia, non si è esaurita con la conclusione del grande corteo in Piazza della Loggia.

Intorno alle 12.30, una parte dei manifestanti, composta prevalentemente da studentesse e studenti, ha ripreso a sfilare lungo via San Faustino, dando vita a un secondo corteo, questa volta non concordato, che ha raggiunto la zona di Fossa Bagni e l’imbocco della Galleria Tito Speri.

Qui il passaggio è stato impedito da uno schieramento di polizia e carabinieri. Ne sono seguiti momenti di tensione e scontri, durante i quali alcuni giovani sono stati presi a manganellate. Almeno due manifestanti hanno riportato lesioni alla testa.

Questo secondo corteo, definito “selvaggio” dai suoi stessi protagonisti e “impazzito” dai media locali, ha quindi continuato il cammino attraverso via Pusterla, via Turati e Spalto San Marco, tornando successivamente in direzione di Piazza Vittoria e al quartiere Carmine, dove si è definitivamente concluso intorno alle 14.30. Il Collettivo Onda Studentesca ha annunciato una nuova assemblea pubblica per lunedì 2 novembre, alle 15.30, a Campo Marte.

Questi avvenimenti impongono di aggiornare il bilancio della giornata, distinguendo il carattere pacifico della grande manifestazione del mattino dalle tensioni verificatesi successivamente nel primo pomeriggio.

Restano da chiarire l’esatta dinamica degli eventi e le responsabilità dei diversi soggetti coinvolti. E rimangono interrogativi, da tempo aperti del resto, sul ruolo svolto da alcune realtà «antagoniste» nella vita politica cittadina.

Una precisazione necessaria, che appartiene a pieno titolo alla cronaca del 30 ottobre, ma che nulla toglie alla dimensione della partecipazione e alle ragioni sociali e politiche espresse da migliaia e migliaia di persone.

LE RAGIONI DI UNA PROTESTA

La giornata bresciana si è inserita infatti in una ben più ampia mobilitazione nazionale nata dall’intreccio di questioni economiche e sociali ormai difficilmente separabili.

Il salario che non basta, la pensione erosa dall’aumento dei prezzi, il lavoro precario, il costo della casa, le bollette, le difficoltà di accesso ai servizi pubblici.

Problemi diversi, che rimandano tuttavia a un interrogativo comune: come viene distribuita la ricchezza prodotta dal Paese e quali interessi orientano le scelte della politica economica?

Non è casuale che fra le rivendicazioni dello sciopero compaia anche il ripristino della scala mobile, il meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni all’inflazione progressivamente ridimensionato negli anni Ottanta e definitivamente cancellato nel 1992 con la complicità di CGILCISLUIL.

Una richiesta che riporta alla memoria una stagione nella quale la difesa del potere d’acquisto dei salari rappresentava uno dei terreni fondamentali del conflitto sociale.

Oggi il problema si ripresenta in forme differenti, in un contesto nel quale una parte del mondo del lavoro denuncia di non riuscire a mantenere condizioni di vita adeguate nonostante la continuità dell’occupazione.

LE PRIORITÀ DELLA POLITICA ECONOMICA

La protesta investe inevitabilmente anche le scelte del Governo.

Il problema non riguarda soltanto l’entità delle risorse disponibili, ma i criteri con i quali vengono distribuite.

La politica fiscale, gli interventi sui redditi, il finanziamento dei servizi pubblici, le misure a sostegno dell’occupazione e le decisioni sulla spesa militare concorrono a definire le priorità di un esecutivo.

In questo quadro merita attenzione la questione della riduzione dell’IRPEF, millantato dal Governo come un intervento “a favore del ceto medio”.

Per comprenderne gli effetti distributivi non basta tuttavia richiamare la riduzione delle aliquote. Occorre considerare quali fasce di reddito ne beneficino, in quale misura e quanti contribuenti rimangano esclusi dal vantaggio diretto.

È proprio sul terreno degli effetti concreti delle politiche pubbliche che può essere misurata la distanza fra la rappresentazione politica degli interessi popolari e le condizioni materiali di coloro ai quali ci si rivolge.

A questa questione si aggiunge quella delle spese militari.

Il rafforzamento degli apparati di difesa, sostenuto dai governi europei in un contesto internazionale segnato da guerre e tensioni crescenti, viene contestato dai promotori dello sciopero per le sue conseguenze drammatiche sulle priorità sociali della spesa pubblica.

Significa interrogarsi sulle compatibilità di bilancio e sulle scelte che una società compie quando deve decidere quali bisogni soddisfare prioritariamente.

IL POPOLO EVOCATO E IL POPOLO REALE

C’è poi una contraddizione politica che merita di essere esaminata.

Da quattro anni Giorgia Meloni costruisce una parte importante della propria comunicazione pubblica sul rapporto diretto con gli italiani, presentandosi come interprete delle aspirazioni e delle preoccupazioni popolari, in contrapposizione alle élite politiche e culturali.

Ma quanto questa rappresentazione trova riscontro nelle condizioni materiali di coloro ai quali si rivolge?

È una domanda che riguarda lavoratori dipendenti, pensionati, precari, piccoli imprenditori e lavoratori autonomi: categorie sociali differenti, esposte in misura diversa alle conseguenze dell’aumento dei prezzi e dell’incertezza economica.

Il consenso politico, naturalmente, non dipende soltanto dalle condizioni economiche. Identità culturali, sicurezza, immigrazione, politica internazionale e fiducia personale nei leader concorrono a orientare le scelte degli elettori.

Ma proprio per questo è importante distinguere la capacità di rappresentare simbolicamente un mondo sociale dalla capacità di rispondere concretamente ai suoi bisogni.

Il problema, del resto, non riguarda esclusivamente l’attuale maggioranza.

Anche le forze di centrosinistra sono chiamate a confrontarsi con la distanza che, nel corso degli anni, si è prodotta fra mondo del lavoro e le organizzazioni politiche che storicamente pretendevano di rappresentarlo.

È su questo terreno che lo sciopero generale introduce una questione destinata a sopravvivere alla giornata del 30 ottobre: chi rappresenta oggi il disagio sociale, attraverso quali strumenti e con quali risposte?

IL CONFLITTO SOCIALE E LA QUESTIONE DEMOCRATICA

Ma sarebbe riduttivo interpretare lo sciopero esclusivamente attraverso le sue rivendicazioni economiche.

Le mobilitazioni delle ultime settimane hanno riportato al centro del dibattito pubblico anche un’altra questione: il rapporto fra conflitto sociale, libertà di manifestazione e tutela dell’ordine pubblico.

Nelle dichiarazioni dei promotori ricorre la denuncia di una crescente tendenza a rispondere alle proteste attraverso misure di sicurezza e interventi delle forze dell’ordine.

Il Governo, dal canto suo, richiama la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini e di prevenire violenze e disordini.

La libertà di manifestazione e il diritto di sciopero sono principi costituzionali. La tutela dell’incolumità delle persone costituisce, a sua volta, una responsabilità delle istituzioni.

Il problema nasce quando il confronto pubblico finisce per concentrarsi quasi esclusivamente sulle modalità delle proteste, lasciando in secondo piano le ragioni sociali che le hanno generate.

Un esempio concreto di queste tensioni è arrivato proprio alla vigilia del 30 ottobre, con il provvedimento ministeriale che ha disposto il differimento dello sciopero nel settore dei trasporti, richiamando le limitazioni previste dalla normativa in occasione della commemorazione dei defunti!

L’USB ha contestato il provvedimento e ha confermato la propria mobilitazione.

Si tratta di un confronto che investe direttamente l’equilibrio fra il diritto costituzionale di sciopero e la tutela dei servizi pubblici essenziali.

La giornata bresciana aggiunge a questo dibattito un elemento concreto: una manifestazione di migliaia di persone, conclusa senza incidenti, nonostante le limitazioni previste per alcune aree del centro cittadino.

PIAZZA DELLA LOGGIA E IL SIGNIFICATO DI UNA GIORNATA

Resta infine la questione del luogo nel quale il grosso del corteo si è concluso.

Piazza della Loggia non è una piazza qualsiasi. La memoria della strage del 1974 ne ha fatto uno dei simboli più importanti dell’antifascismo e della storia democratica italiana.

Proprio questa memoria viene richiamata nelle motivazioni delle restrizioni che da tempo interessano l’utilizzo della piazza per manifestazioni non istituzionali.

Ma l’arrivo pacifico di migliaia di lavoratori e studenti ripropone una domanda: come conciliare la tutela di un luogo della memoria con il suo carattere di spazio pubblico nel quale si esprime anche la partecipazione democratica?

È una questione che non può essere risolta soltanto attraverso l’ipocrita richiamo al valore simbolico della piazza da parte delle autorità per impedirne la possibilità di luogo di raduno politico.

Per ora, il dato è che una manifestazione molto partecipata si è conclusa nella sua parte più consistente senza incidenti proprio nel luogo che custodisce una delle memorie più dolorose della città.

Il 30 ottobre lascia dunque aperte questioni che vanno oltre il bilancio di una singola giornata di sciopero.

Riguardano le condizioni materiali del lavoro, le priorità della politica economica, la rappresentanza sociale e gli spazi nei quali una comunità democratica può esprimere il proprio dissenso.

Questioni alle quali una manifestazione non può, da sola, fornire risposte definitive. Ma che una manifestazione può riportare al centro dell’attenzione pubblica, costituendo la prima tappa di un percorso di lotte destinato a non concludersi certo il 30 ottobre.

REDAZIONE