NATO PER NON DIMENTICARE

Nuovo presidio pacifista davanti alla base di Ghedi contro le armi nucleari e le esercitazioni dell’Alleanza Atlantica. Una mobilitazione che si ripete da anni, mentre cresce la preoccupazione per il riarmo e per il coinvolgimento dell’Italia nelle strategie militari della NATO.

LA PROTESTA TORNA DAVANTI ALLA BASE DI GHEDI

Anche quest’anno, come ormai accade da molto tempo, i pacifisti bresciani sono tornati davanti alla base militare di Ghedi per protestare contro la presenza delle armi nucleari sul nostro territorio e contro le esercitazioni della NATO che ne prevedono il possibile impiego.

Nel pomeriggio di sabato 24 ottobre, dalle 15 alle 18, circa un centinaio di attivisti appartenenti ad associazioni pacifiste e a formazioni della sinistra extraparlamentare si sono ritrovati davanti all’ingresso dell’aeroporto militare per partecipare al presidio promosso dalla Rete per la Pace Franciacorta.

Tra i presenti anche rappresentanti di “Potere al Popolo!”, che hanno condiviso le ragioni della mobilitazione e la denuncia delle politiche di riarmo e sono intervenuti con Giorgio Cremaschi che ha preso la parola  quando il microfono è stato aperto a chi voleva intervenire.

La protesta così s’è allargata: contro gli USA per la politica ai danni di Cuba; contro il governo italiano, che si scandalizza per una vetrina rotta e non per la catastrofe nucleare; contro le false narrazioni di quel colossale circo Barnum che sono i media italiani; a sostegno  della Resistenza palestinese all’ occupazione israeliana

Lungo la strada che conduce alla base campeggiava inoltre lo striscione dell’associazione «Brescia, donne & uomini contro la guerra», una delle realtà impegnate nella mobilitazione pacifista sul territorio.

Un altro grande striscione rosso, esposto davanti alla recinzione dell’installazione militare, poneva una domanda tanto semplice quanto inquietante: «Sulla testa di chi le atomiche nuove di Ghedi?».

La manifestazione si è svolta pacificamente, sotto lo sguardo di numerosi carabinieri presenti sul posto, senza che si rendesse necessario alcun intervento delle forze dell’ordine.

Una partecipazione certamente non oceanica, ma da valutarsi anche alla luce delle particolari caratteristiche del luogo. La base militare di Ghedi sorge infatti isolata nella campagna della Bassa bresciana, lontana dai principali centri abitati e non raggiungibile direttamente con i normali servizi di trasporto pubblico. Per partecipare a iniziative di questo genere occorre quindi disporre di un mezzo privato oppure organizzarsi con altri manifestanti. Una difficoltà che pesa soprattutto sui più giovani e che rende inevitabilmente più complicata la mobilitazione rispetto a quella che potrebbe svolgersi in una piazza cittadina.

Eppure, anno dopo anno, la protesta continua. E continua a porre interrogativi ai quali non corrispondono risposte chiare da parte delle istituzioni.

GLI INTERVENTI: DALLA GUERRA NUCLEARE ALLE ALTRE CRISI INTERNAZIONALI

Ad aprire gli interventi era stato Beppe Corioni del C.S. 28 Maggio, che ha criticato la partecipazione dell’Italia all’esercitazione nucleare della NATO e le scelte di politica militare del Governo.

Corioni ha richiamato anche la mobilitazione dei lavoratori portuali di Genova contro il traffico di armamenti, contrapponendola polemicamente al riconoscimento del premio per la Pace di Vestfalia assegnato alla NATO.

Non sono mancate osservazioni critiche sulla gestione della base di Ghedi e sulle aree militari sottoposte a particolari restrizioni di accesso e controllo.

Una pluralità di interventi che testimonia come la questione delle armi nucleari a Ghedi si inserisca in una più generale opposizione alle politiche militari occidentali e ai conflitti internazionali.

STEADFAST NOON: QUANDO LA NATO SI ESERCITA ALLA GUERRA NUCLEARE

La manifestazione di quest’anno si è svolta a pochi giorni da Steadfast Noon 2026, l’esercitazione annuale con la quale la NATO addestra le proprie forze aeree alle procedure previste per l’eventuale impiego di armi nucleari.

L’esercitazione, avviata il 13 ottobre con la partecipazione di 17 Paesi dell’Alleanza, ha avuto quest’anno proprio nell’Italia uno dei suoi principali centri operativi, con un ruolo particolarmente importante delle basi di Ghedi e Aviano.

La NATO presenta queste attività come una componente indispensabile della propria strategia di deterrenza, sostenendo che la capacità di rispondere a un’aggressione costituisca una garanzia per la sicurezza dei Paesi membri.

I movimenti pacifisti contestano invece proprio questa impostazione, denunciando il rischio che la crescente centralità delle armi nucleari nella strategia militare internazionale alimenti una spirale catastrofica.

GHEDI, LE BOMBE ATOMICHE NEL CUORE DELLA PROVINCIA BRESCIANA

Ma che cosa rappresenta concretamente la base di Ghedi?

L’aeroporto militare ospita il 6° Stormo dell’Aeronautica Militare ed è da decenni uno dei principali punti di riferimento italiani del cosiddetto nuclear sharing, il sistema attraverso il quale gli Stati Uniti d’America mantengono armi nucleari in alcuni Paesi europei della NATO, prevedendo il possibile coinvolgimento delle rispettive forze armate nel loro impiego.

Secondo le stime di organizzazioni internazionali specializzate, nelle basi italiane di Ghedi e Aviano sarebbero custodite complessivamente alcune decine di bombe nucleari statunitensi della famiglia B61. Una stima della Nuclear Threat Initiative ne indica circa 35 complessivamente nelle due installazioni. Il numero esatto degli ordigni presenti a Ghedi non viene reso pubblico.

Le armi rimangono sotto il controllo degli USA, mentre l’Italia mette a disposizione infrastrutture, velivoli e personale addestrato per le missioni previste dagli accordi dell’Alleanza.

Negli ultimi anni questo sistema ha conosciuto un importante processo di modernizzazione, con l’introduzione delle bombe B61-12, dotate di sistemi di guida più precisi, e il progressivo passaggio dai cacciabombardieri Tornado agli F-35A.

Non si tratta dunque semplicemente di conservare un arsenale ereditato dalla Guerra Fredda, ma di mantenere e aggiornare una capacità operativa destinata a svolgere un ruolo nella aggressiva strategia nucleare della NATO anche nei prossimi decenni.

LA SICUREZZA DEI CITTADINI E IL MURO DELLA RISERVATEZZA

C’è però un’altra questione, direttamente legata agli interessi della popolazione bresciana: quella della sicurezza e della trasparenza.

In un articolo pubblicato sul proprio blog del Fatto Quotidiano, la giornalista Elisabetta Reguitti ha ricordato un’inchiesta da lei realizzata nel gennaio 2020 sulla presenza di armi nucleari a Ghedi.

In quell’occasione, l’allora sindaco del paese, interrogato sulle informazioni disponibili riguardo agli armamenti custoditi nella base, aveva risposto con una frase particolarmente significativa: «Al sindaco non è dato avere questo tipo di informazioni».

Se le autorità locali non dispongono di informazioni adeguate su quanto viene custodito all’interno di una struttura militare situata nel proprio territorio, come possono predisporre le necessarie misure di protezione della popolazione?

Il problema non riguarda infatti soltanto l’eventualità, per quanto remota, di un incidente. Riguarda anche le possibili conseguenze di una crisi internazionale nella quale le basi coinvolte nella strategia nucleare della NATO potrebbero diventare obiettivi militari, ammettendo che in caso di conflitto nucleare misure di protezione possano essere attuate.

Naturalmente, la riservatezza che circonda le installazioni militari non dimostra di per sé l’inesistenza di piani di emergenza. Ma resta legittimo domandarsi quali misure siano effettivamente previste, quale sia il livello di coinvolgimento delle amministrazioni locali e quali informazioni siano state fornite ai cittadini.

A sei anni di distanza dalle prime denunce giornalistiche, sono domande che esigono risposte pubbliche e documentate.

CHI DECIDE? IL RUOLO DELL’ITALIA E DEL PARLAMENTO

La presenza di armi nucleari statunitensi sul territorio italiano solleva inoltre una questione più generale, che riguarda la sovranità nazionale e il controllo democratico sulle scelte militari.

L’Italia partecipa al sistema di pianificazione nucleare della NATO, ma non dispone autonomamente degli ordigni custoditi nelle proprie basi. Le decisioni relative al loro eventuale impiego dipendono da procedure internazionali nelle quali il ruolo degli Stati Uniti rimane determinante.

La vicenda di Steadfast Noon 2026 ha sollevato anche interrogazioni parlamentari sull’esercitazione e sulle modalità di coinvolgimento dell’Italia.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato che si tratta di attività svolte da molti anni, anche durante governi di centrosinistra, nell’ambito degli impegni assunti dal nostro Paese con l’Alleanza Atlantica.

Ma proprio questa continuità rende opportuno interrogarsi sul rapporto tra gli accordi internazionali, le decisioni dei governi e il ruolo del Parlamento.

Il fatto che una determinata attività militare si registri da anni non elimina infatti la necessità di discuterne pubblicamente le finalità, i rischi e le conseguenze.

E tanto più questo vale quando si parla di armamenti capaci di provocare distruzioni di proporzioni catastrofiche.

DA GHEDI ALLO SCIOPERO GENERALE: «GIÙ LE ARMI, SU I SALARI»

La mobilitazione davanti alla base di Ghedi assume infine un significato che va oltre la protesta contro le armi nucleari.

Il presidio del 24 ottobre precede infatti di pochi giorni lo sciopero generale del 30 ottobre, proclamato da USB e da altre organizzazioni del sindacalismo di base, tra cui CUB e Cobas.

Non a caso, lo slogan principale scelto per la manifestazione bresciana in occasione dello sciopero sarà «Giù le armi, su i salari».

Una parola d’ordine che riassume il collegamento, sostenuto dalle organizzazioni promotrici, tra la critica alle politiche di riarmo e le rivendicazioni economiche e sociali dei lavoratori.

Da una parte, l’aumento delle risorse destinate alle spese militari; dall’altra, la questione dei salari, del potere d’acquisto, della sanità, della scuola e dei servizi pubblici.

Il rapporto tra queste diverse destinazioni della spesa pubblica è naturalmente più complesso di una semplice alternativa contabile. Ma è indubbio che le scelte di bilancio esprimano priorità politiche e che l’incremento degli impegni militari apra una discussione sulle risorse disponibili per altri interventi.

In questa prospettiva, il presidio di Ghedi e lo sciopero del 30 ottobre rappresentano due momenti distinti di una mobilitazione che collega la questione della pace a quella delle condizioni materiali di vita.

PER NON DIMENTICARE

Brescia del Popolo ha già raccontato in passato le manifestazioni davanti alla base di Ghedi.

Ma lo scenario internazionale a partire dal 2022 è profondamente cambiato rispetto al passato. La guerra è tornata nel cuore dell’Europa, il riarmo occupa un posto decisivo nelle politiche dei governi e la deterrenza nucleare è nuovamente al centro delle strategie delle grandi potenze.

Quello che non è cambiato è la presenza delle armi atomiche a pochi chilometri da Brescia, così come non sono venuti meno gli interrogativi sulla sicurezza della popolazione, sulla trasparenza delle decisioni e sul ruolo dell’Italia nelle strategie nucleari della NATO.

Il significato di una mobilitazione capace di ripetersi nel tempo, anche quando i risultati immediati appaiono lontani, è dunque quello di mantenere alta l’ attenzione su un drammatico problema all’ origine di molti dei nostri guai.

Perché, mentre le esercitazioni militari si ripetono e gli arsenali vengono modernizzati, anche le domande sollevate da chi contesta la presenza delle armi nucleari continuano a riproporsi. E attendono risposte.

NATO per non dimenticare, appunto.

FRANCESCO ROVARICH