«Comunisti e immigrati» che deturpano Brescia. Giovani di origine magrebina e africana che «infestano le nostre città». Manifestazioni contro il carovita che sarebbero soltanto il pretesto per una cospirazione organizzata dall’estrema sinistra, con la complicità di quella moderata e sindacale.
È questa la rappresentazione che i neofascisti e i clericali bresciani hanno offerto degli avvenimenti del 17 ottobre. Una rappresentazione nella quale non sembra esserci posto per una domanda elementare: perché tante persone, a Brescia come nel resto d’Italia, sentono il bisogno di scendere in piazza?
Si può discutere degli incidenti, a partire- per quanto riguarda i fatti di Brescia- dall’ accertamento delle responsabilità del gruppo di provocatori neofascisti che li ha innescati. Si possono condannare le violenze di piazza. Ma sarebbe opportuno interrogarsi soprattutto su altre forme di violenza, meno appariscenti, considerate normali da questo Sistema, che riguardano anche Brescia e che tante volte abbiamo denunciato dalle nostre pagine: quella che si esercita quando si impedisce di assistere chi vive per strada, quando un anziano viene privato della propria abitazione, quando risorse sempre maggiori vengono destinate agli armamenti mentre si riducono le possibilità di rispondere ai bisogni sociali. Invece ridurre tutto a una presunta cospirazione di comunisti e immigrati- in primis i Palestinesi- significa scegliere di non vedere il conflitto sociale che attraversa il Paese. E soprattutto significa trasformare una questione sociale in una questione di nemici da combattere.
Ma proviamo, per una volta, a capovolgere il punto di vista.
E se il problema non fossero le manifestazioni, ma le ragioni che spingono un numero crescente di persone a scendere in piazza? E se dietro quella che viene rappresentata come una minaccia all’ordine pubblico si nascondesse una crisi sociale assai più profonda, che la politica istituzionale non vuole affrontare?
Non è soltanto Brescia a essere attraversata dalle proteste. In tutta Italia si mobilitano agricoltori, piccoli produttori, autotrasportatori, studenti, insegnanti, operai della siderurgia, della meccanica e dell’automotive, lavoratori delle telecomunicazioni e dei porti, inquilini alle prese con affitti sempre più insostenibili. Realtà differenti, spesso lontane per storia, cultura e appartenenza politica, che tuttavia condividono una condizione sempre più evidente: la crescente difficoltà di vivere dignitosamente del proprio lavoro e del proprio reddito.
È questo il dato che rischia di scomparire quando tutta l’attenzione viene concentrata sugli incidenti, sugli scontri e sulla ricerca di un nemico da indicare all’opinione pubblica. “Condannare le violenze” non significa ignorare le ragioni delle proteste. E soprattutto non autorizza a identificare migliaia di manifestanti con le responsabilità di chi abbia eventualmente commesso atti violenti.
Ma la destra di governo ha fatto proprio della contrapposizione permanente uno degli strumenti privilegiati della sua azione politica. Alla complessità delle tensioni sociali risponde soprattutto attraverso il linguaggio della sicurezza (gestita peraltro in maniera fallimentare), la moltiplicazione delle fattispecie di reato, la rappresentazione di un Paese continuamente minacciato da nemici interni ed esterni. L’immigrazione diventa invasione, il dissenso diventa complotto sovversivo, la protesta diventa un problema di ordine pubblico. Le parole cambiano, ma il meccanismo rimane lo stesso: spostare l’attenzione dalle cause del malessere sociale ai soggetti che lo manifestano.
Eppure le contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti. I centri delle città diventano sempre più costosi e inaccessibili, gli affitti e il prezzo delle abitazioni escludono fasce crescenti della popolazione, gli studenti faticano a trovare alloggi sostenibili, i salari perdono potere d’acquisto, mentre interi settori del lavoro e della piccola produzione vivono nell’incertezza. Sono questioni che non si risolvono trasformando ogni protesta in una questione di polizia.
Ma c’è un passaggio ulteriore che dobbiamo compiere.
Quella moltitudine di lavoratori, studenti, piccoli produttori, precari e cittadini impoveriti non costituisce soltanto una somma di categorie in difficoltà. Pur nella diversità delle condizioni e degli interessi, è possibile riconoscervi i tratti di una nuova realtà di classe, accomunata dalla precarietà delle proprie condizioni di esistenza e dalla progressiva perdita degli strumenti di protezione sociale.
Una classe che esiste già nelle condizioni materiali della società, ma che non ha ancora trovato una propria espressione politica unitaria. Una classe che spesso si manifesta in forme spontanee e autorganizzate, senza riconoscersi nei tradizionali canali della rappresentanza, e che proprio per questo rischia di vedere disperse le proprie energie in una successione di proteste isolate.
È qui che si colloca, per noi, il progetto di “Potere al Popolo!”.
Non si tratta di impartire lezioni a chi protesta, né di considerare il disagio sociale come un serbatoio di voti da conquistare. Si tratta di contribuire a costruire le condizioni perché questo mondo possa riconoscersi, organizzarsi ed esprimere autonomamente i propri interessi, trasformando la frammentazione delle lotte in una capacità collettiva di incidere sulle scelte politiche ed economiche.
Una prospettiva di democrazia reale, nella quale la giustizia sociale non sia una formula da ripetere nelle occasioni elettorali, ma il criterio fondamentale attraverso cui giudicare le politiche pubbliche, la distribuzione della ricchezza, l’accesso alla casa, al lavoro, all’istruzione e ai servizi.
Questo significa anche riconoscere che il conflitto sociale non nasce nel vuoto e che non tutte le scelte politiche sono equivalenti. Esistono responsabilità precise nei processi che hanno prodotto impoverimento, precarietà e disuguaglianze. E una rappresentanza autentica di questo mondo non può prescindere da una netta distinzione rispetto alle politiche che hanno contribuito a determinarne le condizioni.
Esistono infatti responsabilità precise nei processi che, almeno dagli inizi degli anni Novanta, hanno contribuito all’impoverimento, alla precarietà e alla crescita delle disuguaglianze.
Processi alimentati da scelte politiche che, pur con differenze anche significative, hanno visto convergere negli aspetti decisivi economico-sociali centrodestra e centrosinistra, protagonisti di un sistema politico sempre più incapace di offrire una rappresentanza adeguata a una parte crescente della società. Due schieramenti parlamentari e sempre al centro della pantomima mediatica dei talk-show. I quali, oltretutto, stanno tentando di blindarsi nei Palazzi attraverso il nuovo Melonellum, già approvato dal Parlamento e promulgato dal presidente della Repubblica, che quadruplica il numero delle firme richieste per la presentazione delle liste non beneficiarie delle esenzioni, rendendo assai più difficile l’accesso alla competizione elettorale di nuove formazioni politiche. Una disposizione sulla cui legittimità costituzionale sono già stati sollevati seri interrogativi.
Torniamo allora a Brescia e a quel 17 ottobre.
C’è chi, di fronte alle manifestazioni, vede soprattutto comunisti e immigrati da additare come nemici della città. E c’è chi ritiene necessario interrogarsi sulle condizioni di vita, sulle disuguaglianze e sulle insicurezze che alimentano il malessere sociale anche nella Leonessa.
È in questa seconda prospettiva che si colloca il progetto di “Potere al Popolo!”: contribuire a dare rappresentanza politica a un mondo del lavoro e della società sempre più frammentato, costruendo strumenti di partecipazione, organizzazione e lotta per la giustizia sociale.
Non si tratta di negare i conflitti, ma di comprenderne le cause. Non di parlare al posto di chi protesta, ma di creare le condizioni perché possa far sentire autonomamente la propria voce.
Perché una città non diventa più sicura semplicemente mettendo a tacere chi protesta. Diventa più giusta quando nessuno è costretto a scegliere tra il silenzio e la disperazione.
FILIPPO RONCHI
