CREMASCHI OSCURATO E IL DIRITTO DI DARE FASTIDIO

La politica, oggi, si fa anche — e sempre di più — sui social network. Si può deplorarlo, si può rimpiangere il tempo delle sezioni di partito, dei comizi nelle piazze e dei giornali venduti in centinaia di migliaia di copie, ma il dato di fatto rimane: Facebook, Instagram e le altre piattaforme sono diventati uno dei principali luoghi nei quali circolano le opinioni politiche, si formano orientamenti, si costruiscono comunità e si raggiungono direttamente migliaia di persone. Questo vale per tutti. Ma vale ancora di più per quelle forze politiche che si collocano fuori dal perimetro del sistema politico dominante e che nei mezzi di comunicazione tradizionali trovano pochissimo spazio.

Per un’organizzazione come “Potere al Popolo!”, ad esempio, la televisione generalista rimane sostanzialmente un territorio proibito. Qualche suo esponente può essere invitato occasionalmente in un talk-show, magari proprio perché serve far vedere quanto sono democratici i media in Italia, ospitando una voce fuori dal coro, ma difficilmente può contare su quella presenza continuativa di cui dispongono i rappresentanti dei maggiori partiti. Lo stesso discorso vale, con le dovute differenze, per radio e grandi giornali.

I social hanno almeno in parte modificato questa situazione. Non hanno eliminato le diseguaglianze, ma hanno consentito anche a chi dispone di pochi mezzi e non gode dell’attenzione dei grandi media di costruirsi un proprio pubblico. Ed è precisamente per questo che quanto accaduto a Giorgio Cremaschi merita qualche riflessione.

Cremaschi non è certo un personaggio sconosciuto. Ex dirigente nazionale della FIOM , già portavoce nazionale di “Potere al Popolo!” e, per quanto ci riguarda più direttamente, direttore responsabile e collaboratore di Brescia del Popolo, da tempo rappresenta una delle voci più riconoscibili della sinistra radicale italiana. E ha utilizzato intensamente Facebook e Instagram per diffondere le proprie posizioni a un pubblico di migliaia di persone. Posizioni sempre poco accomodanti.

Negli ultimi anni Cremaschi ha attaccato duramente il governo Meloni e il Campo Largo, le politiche di riarmo, la NATO e l’Unione Europea. Dopo il 7 ottobre 2023 ha assunto posizioni nettissime sulla tragedia palestinese e contro la condotta genocida del governo israeliano. Ha criticato le guerre di sterminio di Netanyahu e la politica bombarola di Trump. E sulla guerra in Ucraina ha rifiutato quella rappresentazione manichea del conflitto che pretende di dividere necessariamente il mondo fra sostenitori di Putin e sostenitori di Zelensky, arrivando invece a mettere sotto accusa, con argomenti certamente che a qualcuno appaiono discutibili ma proprio per questo da discutere, entrambi i sistemi di potere.

Perciò Cremaschi non raccoglieva soltanto consensi. Chiunque abbia seguito le sue pagine lo sa bene. Accanto alle migliaia di persone che ne apprezzavano gli interventi comparivano critiche, contestazioni e talvolta feroci attacchi personali, spesso veri e propri insulti.

Era, in fondo, esattamente ciò che dovrebbe accadere in uno spazio pubblico: uno parla, un altro approva, un terzo contesta.

Poi qualcosa è cambiato.

È lo stesso Cremaschi a raccontarlo: dopo avere pubblicato un post di dura critica a Zelensky e al suo governo, i suoi account Facebook e Instagram sono stati oscurati. Senza una motivazione specifica e soprattutto senza la possibilità di accedere agli account per utilizzare il normale meccanismo di ricorso.

Guardiamo ai fatti e soprattutto ai loro effetti.

Un dirigente politico che utilizzava due piattaforme per comunicare quotidianamente con migliaia di persone, esprimendo posizioni fortemente critiche rispetto a quelle prevalenti nel sistema politico e mediatico italiano, improvvisamente non può più farlo. Gli viene comunicato in modo generico che non avrebbe rispettato le regole della piattaforma e, secondo quanto denuncia, non riesce nemmeno ad accedere per contestare il provvedimento.

In alternativa rimangono strumenti enormemente più complessi per un normale cittadino: rivolgersi agli organismi extragiudiziali previsti dalla normativa europea oppure imboccare la strada giudiziaria.

Poi passato un po’ di tempo, altrettanto misteriosamente di come era stato cancellato, il suo profilo viene riabilitato…

Si potrà discutere all’infinito sulla definizione giuridica del fenomeno. Politicamente, però, il risultato ha un nome molto semplice: censura e avvertimento…

Ed è proprio qui che il caso personale di Giorgio Cremaschi smette di riguardare soltanto Giorgio Cremaschi. Perché Facebook e Instagram sono imprese private, certamente. Ma quando una parte enorme della discussione pubblica si svolge all’interno di piattaforme private, la capacità di quelle piattaforme di stabilire chi possa parlare, a quali condizioni e con quali possibilità di difendersi diventa inevitabilmente un problema politico.

Tanto più quando a essere colpite sono proprio quelle voci che già trovano pochissimo spazio altrove.

Quale libertà di opinione rimane se chi è sostanzialmente escluso dalla televisione, marginale sulla grande stampa e quasi assente dalle radio può perdere, da un momento all’altro, anche il principale strumento attraverso il quale era riuscito a costruirsi autonomamente un pubblico con il quale intratteneva un dialogo quotidiano?

Forse arriveremo ad avere un dibattito pubblico nel quale Renzi e Calenda potranno continuare a dirsene di tutti i colori, Marattin e Salvini a litigare, Meloni a polemizzare con gli uni e con gli altri, Calenda e Boldrin a scambiarsi accuse e magari querele. Un dibattito vivacissimo, per il teatrino della politica. Ma quanto sarebbe davvero pluralista un sistema nel quale si può discutere ferocemente soltanto rimanendo entro un perimetro sempre più ristretto di opinioni considerate accettabili?

Non è necessario essere d’accordo con Giorgio Cremaschi. Non è necessario condividere le sue opinioni sulla NATO, sull’Ucraina, sulla Palestina, sull’Unione Europea o sul governo Meloni. Ma libertà di espressione diventa importante precisamente quando qualcuno dice qualcosa che non condividiamo. E una democrazia dovrebbe avere soprattutto bisogno di persone che abbiano ancora il diritto di dare fastidio.

FILIPPO RONCHI